Pier Franco Uliana, Ornitografie. Recensione di Ombretta Ciurnelli

ornitografie

Pier Franco Uliana, Ornitografie, Arcipelago itaca Edizioni, 2016; € 13,00

Nella raccolta Ornitografie, premiata nel 2015 nel concorso letterario “Arcipelago itaca”, Pier Franco Uliana, in un percorso monotematico ricco di valenze metaforiche, di echi letterari e artistici, considera il variegato mondo degli uccelli, già cantato nella breve silloge Poesie uccelline del 2003 (in Cansiglio.it), scritta nel dialetto veneto del Bosco del Cansiglio, e nella raccolta Uccelli di passo (Aucupis Editiones, 2007).
È proprio della sua scrittura declinare nelle loro molteplici variabili i temi che sceglie per la sua poesia, come ne Il Bosco e i Varchi. Poemetto nella parlata veneta del Cansiglio (Dario De Bastiani Editore, 2015) in cui tesse un’attenta e profonda riflessione attorno al bosco e alla dialettica bosco-radura colta nelle sue più varie implicazioni culturali e filosofiche, evidenziando una particolare propensione a penetrare nelle fibre più intime e nascoste di temi e realtà, in una poesia intensa sul piano della ricerca interiore, della meditazione sull’essere, dell’impegno civile, oltre che del canto lirico.
In Ornitografie il racconto poetico muove dalla convinzione che «alzare gli occhi al cielo» a scrutare il volo degli uccelli, «entrare nel fondo della vizza e tendere l’orecchio a riconoscerne il canto, riapre i varchi del pensiero emotivo e fortifica i legami logici del ragionamento» (Prefazione a Poesie uccelline). È il volo dei gabbiani, ad esempio, «tra i marmi augurali», a significare «un altro senso del cielo e del tempo» (Augurio III, p. 67) e qualche storno sperduto sa ancora trovare nei diospiri «non l’oro ma il sole non mai perduto» (Augurio I, p. 65). Il pensiero stesso è sentito dall’Autore come «un’immensa uccelliera» in cui «le idee volano sulle ali del simbolo» (L. I. P. U., p. 33)
Gli aligeri, presenti nei miti antichi, simboli pregnanti in molte religioni, compaiono frequentemente nella poesia; alcuni di essi sembrano avere «un destino/ poetico» (Segnali di fumo, p. 20) – come l’albatro di Baudelaire o il passero solitario della torre antica di Recanati − e sono figura di moti dell’animo o di condizioni esistenziali. Il mondo degli alati pennuti esprime di per sé l’ansia d’infinito ma può essere, al tempo stesso, metafora della perdita di libertà di cui sono espressione le gabbie o l’insidioso incombere delle trappole. Il canto degli uccelli, inoltre, con l’ampia gamma di suoni, di timbri e di tonalità, così diversi tra loro, si carica di sovrasensi e rinvia al canto poetico. Così recita la lirica introduttiva di Poesie uccelline: «se ’l sfojo al fusse na vizha,/ pien al sarìe đe ośèi
/ e đe la so cantađa,
/ tuti ciapađi al śòl,/ zhènzha spontarghe la ala/ o robarghe al so cel» [se il foglio fosse una selva,/ pieno sarebbe di uccelli/ e del loro canto,/ tutti presi al volo,/ senza tarpargli l’ala/o rubargli il cielo] e nella quartina di Il volo poetico, che apre Ornitografie, l’Autore esprime con questi versi l’ansia del dire attraverso la poesia, che è ansia di libertà, sottolineata dall’uso dell’infinito che dilata la dimensione della scrittura ben oltre la contingenza descrittiva: «andare per uccelli con le reti/ retoriche tese di foglio in foglio,/ tessere la sintassi dell’imbroglio/ non badando ai venatorî divieti» (p. 11).
Ma non è soltanto il canto. Gli uccelli posseggono, infatti, una delle facoltà più ambite dall’uomo, quella del volo. In un «presente terragno, che non sa più spiccare il volo, non sa più solcare i cieli dell’immaginazione» (Lello Voce, Uliana, un poeta carsico, in vocelello.it, 2007), caduti ormai i grandi miti, quando la «animula […], ingannata dal coro dei richiami/ e dal luccichio delle esche indorate» (Animula, p. 16), precipita e s’imbriglia nelle reti di una comunicazione distorta, Uliana coglie segni e metafore del vivere e il folle volo può essere quello di adolescenti, «ancora nidiacei che s’involano/ dalle mani della madre e via con lo scooter/ svolando a faro spento, […] predatori/ d’estasi», spesso senza ritorno (Il volo folle, p. 29).
Dal mondo alato l’Autore trae immagini per una poesia civile in un’amara rappresentazione della società moderna, modulata con ironia, lontano dai toni aspri dell’invettiva. Secondo Uliana «il poeta oggi codesto solo può come impegno ecologico: dire della natura, e dei luoghi, non romanticamente, ma civilmente, per rinsaldare il sapere sociale inteso come limite all’oltranza dell’umanismo e all’oltraggio consumistico» (Prefazione a Poesie uccelline).
In Ornitografia emerge una società vorace di audience, come una sacca senza fondo, in cui si lanciano «lustrini iridescenti a quelle allodole/ che non vogliono né sanno scampare/ dalla solitudine marginale» (Aucupio, p. 46). Nuove realtà si compongono per i nostri monelli che, ormai senza fionde per catturare i merli lungo i fossati, vittime di sofisticate trappole, restano imbrigliati nei giochi imposti «dal bird-/ watching stereovirtualtelevisivo» (Rosa in tempo di caccia, p. 35). Agli uomini che «si attrespolano nelle gabbie e dormono/ sotto l’ala della vanità» (Segno di poeta III, p. 26) nuovi àuguri, attraverso «percentuali, diagrammi e altri segni» giustapposti «in complesse sintassi», vaticinano i voli del capitale che, come il cucùlo, depone le sue uova in ogni nazione affinché «cresca profitto e proletariato» (Migrazioni I, p. 21). Altrove, nelle perverse logiche di una società dei consumi, divengono «correlativo oggettivo» del nostro essere quei pennuti relegati «senza uno straccio di cielo […] in francobolli di terra […], con le ali/ tarpate e il becco smozzicato, il folle/ volo sgonfiato dallo psicofarmaco» (Segno di terra, p. 45) ed è solo illusione di volo quella attraverso il «vento elettronico […] nel world wide web» (WWW, p. 81), non più in formazioni ordinate, «bensì di palo in frasca,/ un poco gazze ladre,/ un po’ civette» (Internet, p. 80), ormai caduti gli antichi miti quando la cera che resta è solo quella di un «moccolo là/ sullo scaffale» e il filo di Arianna è solo «un filo di voce» (Segno di mito, p. 15). Profonde e irrimediabili sono, infine, le ferite inferte al paesaggio, che appare solo «un quadretto a brandelli, senza siepi/ né alberi, senza speranza di uccelli» (Idillio, p. 38), ben lontano dalla grazia e dall’armonia raffigurata dai grandi pittori veneti.
Nella raccolta di Uliana si alternano registri diversi. Se in alcuni testi prevalgono i toni lirici, come in Stagione («Guarda gli uccelli prossimi all’autunno/ un volo hanno stranamente rapido,/ più che di fuga, di spaesamento./ Dove si posano cade una foglia»; p. 79), in altri è un’amara ironia a caratterizzare una poesia animata da un forte impegno morale e civile che non manca di sottolineare l’indifferenza degli uomini rispetto alle tragedie, come nella poesia “Sagra dei osèi” in cui il destino accomuna certi uccelli / a certi uomini, allorquando i carnefici / gli marciano contro al passo dell’oca / e quelli come noi stanno a guardare (pag. 19). Altre volte, quando il racconto si fa onirico, le immagini divengono surreali, come nella lirica “Segni di sogno” in cui il sogno va a sciogliersi nelle grétole che un «mattino di pioggia» cala alla finestra (p. 18).
Le scelte metriche assecondano l’alternarsi di temi, con prevalenza di endecasillabi, spesso ordinati in quartine, giocando con rime, assonanze e allitterazioni, a creare un procedere che, con efficacia ritmica, veste i diversi registri. Gli arditi enjambement, l’uso frequente dell’anastrofe, i neologismi, insieme a una struttura compatta che dà spazio anche ad alcune prose poetiche quasi in forma di apologo, mettono in risalto l’originalità di un linguaggio in cui Uliana sa creare il giusto contrappunto tra ironia e lirismo.
Ci piace concludere questa breve nota con un pensiero tratto dalla motivazione della Giuria del Premio “Arcipelago itaca”: «la raccolta di Uliana riesce nella sofisticata bravura di saper modulare nuovamente un cantico del canto e le liriche che si affastellano, una accanto all’altra, modellano un lungo poemetto che nulla ha di stantio e paludato: ironia, ricercatezza della raffigurazione, costruzione ad hoc del testo, raffinato controcanto tra popolare ed aulico, sono aspetti del lavoro che ne mostrano le caratteristiche di unicità e solidità non comuni».

© Ombretta Ciurnelli

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