Una frase lunga un libro #60: Miroslav Košuta: La ragazza dal fiore pervinca

pervinca

Una frase lunga un libro #60:
Miroslav Košuta:
La ragazza dal fiore pervinca, Del Vecchio editore, 2015 (trad. it. di Tatjana Rojc); € 15,00

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Nell’introduzione a La ragazza dal fiore pervinca, Miroslav Košuta dice alcune cose molto interessanti sulla sua poetica senza quasi mai citare la propria poesia. Racconta di sé, della terra e del tempo in cui è nato, di come è cresciuto e di come poi ha vissuto. Sì, certo, ha scritto bellissime poesie, ma per lui si tratta di qualcosa che è capitato in mezzo a tutto quel sopravvivere prima e vivere poi.
Košuta è nato nel 1936, o meglio quello che per gli altri era il 1936, per lui era il quattordicesimo anno dell’Era Fascista, cosa che ha influenzato tutta la sua vita. Così come la sua esistenza e la sua scrittura sono state influenzate da Trieste, la sua città, quella che vedeva dal piccolo paese in cui è nato, e dal confine. La terra di frontiera, che  per il poeta sloveno ha sempre significato un punto di partenza. La frontiera e il confine sono luoghi da attraversare, superare. Se la frontiera è una porta, allora va attraversata, va conosciuta, va vista e vissuta da dentro e da fuori. Va attraversata in tutti i modi possibili, uno di questi è quello delle parole. La frontiera, dunque, è il punto dal quale la poesia parte, da quel momento quella di Košuta può arrivare ovunque. E fregarsene dell’assenza di vento. «Svolgo allora la vela logora di tempo,/ aspetto il vento di meridione, aspetto/ quello di levante,/ accarezzo l’albero morto./ E non c’è vento da settentrione/ e non c’è n’è di ponente.»

Il libro è diviso in sei sezioni, chiamate Cicli: Origini; La parola, il verso; Impegno; I luoghi; La ragazza dal fiore pervinca; Le madri. Cicli, non parti, non gruppi, non capitoli. Cicli, perché le cose vanno e vengono e ritornano, e questi grandi temi sono il Tema, rappresentano quello che per Košuta è il racconto e quindi tutta l’opera. Questo è un lungo viaggio fatto di bellissime poesie. Košuta non perde mai il ritmo, è sempre padrone del verso, scrive poesie che respirano e che ci fanno respirare. Se scrive del mare ne sentiamo l’odore, se scrive di una casa allora la abitiamo, se i versi dicono di una ragazza la vediamo passare. Quando scriverà delle madri ricorderemo le nostre e penseremo ad altre madri, appena più lontane. Madri che hanno il cuore a brandelli per aver protetto, nascosto, perduto i propri figli; come in questa terribile e meravigliosa poesia:

Le madri dei figli morti sono prigioniere
nella torre di un unico giorno,
ravviluppate in un labirinto, in celle
dove le grida rimbombano centuplicate.

Spostano mute le loro reliquie:
tolgono il figlio dalla croce.
È lui a chiamarle, lui a consolarle,
lui che si avvicina lieve.

E stanno a guardare alle finestre
fintanto che la luce le assorbe.
Per loro non servono cortei e funerali
né fiori né pietre tombali.

Una poesia indimenticabile, come molte altre. Košuta è sloveno e questo è centrale, è sloveno di Trieste e anche questo è centrale. Trieste è città che emargina, ma l’emarginazione non è più verso il cittadino sloveno, o non soltanto. Il poeta vede oltre e racconta di un’emarginazione più grande e più grave, quella verso il futuro. Trieste così bella e amata, eppure così stanca e seduta, impaurita e triste, come nella poesia Trieste Triste. Le traduzioni di Tatjana Rojc rendono perfettamente la scrittura di Košuta, ed è molto utile (come sempre per i titoli di Del Vecchio) la sua nota alla fine del testo, uno strumento che aiuta a comprendere non solo le scelte di chi traduce ma  anche quelle del poeta.
Un’altra poesia molto significativa è La casa

Ogni casa ha quattro pareti
e un cielo.
Ogni casa ha un orologio a misurar le notti,
e un tarlo a rodere la morte
negli scaffali,
nel pavimento,
nell’esca del letto, pregna di sudore.

Ogni casa ha una porta per far entrare
la paura,
e tra le finestre
quella per i suicidi.

Le case dalle mie parti sono lampioni,
e luminoso fanno il mare,
in una
c’è un giaciglio di alghe essiccate,
dove mi aspetta
un corpo
aperto come terra,
profondo
come tomba.

Ho scelto questa poesia per l’oggettiva bellezza, ma anche perché ben sintetizza il discorso sul confine e la frontiera cui accennavo più sopra, e che è molto caro a Košuta, che a un certo punto scrive, a proposito di nascere o vivere nei luoghi di confine: «Non credo questo basti per essere un poeta di frontiera
Košuta è un poeta di frontiera, lo è totalmente, lo è dalla testa ai piedi, lo è perché nascere, sopravvivere e poi vivere lungo il confine, su quel confine, rappresenta il suo scheletro, il suo pensiero, la sua scrittura. Ecco il perché di questa poesia. La casa è un luogo chiuso, ma è anche un non luogo, ed è piena di frontiere, confini, varchi da attraversare, porte da chiudere o spalancare. La casa accoglie, la casa salva, la casa può respingere. La casa uccide. Da una casa, a volte, si è costretti a scappare. Košuta, dall’interno di tutti gli interni racconta il mondo. Lo mostra tutto. Sopra le quattro pareti troviamo un cielo, subito, dunque, l’apertura e insieme il riparo. La casa è misura del tempo e di tutte le angosce, la casa, pare dirci Košuta, è l’unità di misura di ogni cosa. La casa siamo noi stessi, preda di ogni paura e di ogni vento, salvi come con l’amore. Eppure la casa è insieme vita e morte. Quale casa non lo sarebbe? Ma questa casa è la terra del poeta, è l’unico confine possibile. Lì da dove si entra o si esce tutto deve passare. E passerà. Così come passeranno il dolore e la morte, forte come il desiderio di fuga da una prigione, non mancherà la bellezza, pennellata qui in due versi, faccenda che riesce bene solo ai grandi poeti: «Le case dalle mie parti sono lampioni,/ e luminoso fanno il mare». La casa è così importante che è lei che rende luminoso il mare, in una riuscitissima metafora al contrario. La tenerezza dell’ultima strofa, la consapevolezza del poeta, sta tutta in quel verso c’è un giaciglio di alghe essiccate. Di nuovo l’attesa per qualcosa, ma qualcosa che al riparo deve essiccare e metterci molto tempo ad arrivare.
Sono poesie che parlano di abbandono e di nascondigli, di paura e speranze, sono molto luminose. Sembrano essere fatte di quella luce accecante che è tipica delle piazze di Trieste nelle mattine di sole. Košuta sa quanto conta la memoria ma crede nel futuro, lo ha sempre visto, lo ha sempre immaginato. Per consentire al lettore di aspettare questo futuro scrive poesie aperte, nel senso che aprono e si aprono, sono accoglienti, lasciano entrare e lasciano immaginare. Košuta, nell’introduzione, racconta che durante gli anni del fascismo i suoi genitori nascondevano i libri ovunque, perché, scritti in sloveno.  sarebbero stati distrutti, bruciati. Lui imparava a memoria poesie in quella lingua, la sua. Quando scrive fa esattamente il contrario, non deve nascondere più niente e può mostrarci tutto, regalandoci un po’ d’incanto e un gran senso di libertà.

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© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

Nota: questo articolo nasce da due articoli su Košuta, pubblicati su Senzazuccheroblog di Del Vecchio editore, completa quindi il discorso sul grande poeta sloveno.

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