Ivano Mugnaini, L’esploratore

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L’ESPLORATORE

 

 

I due più grandi tiranni

della terra: il tempo e il caso

 J.G. Herder

 

 

 

            Passando in treno di primo mattino davanti a file di case sbarrate da inferriate, cancelli, pilastri di granito e catene, bocche serrate da segreti e paure, Gianrico Efesti fu colto dal desiderio imperioso di scoprire dove si nascondessero la bellezza e la bontà, dove diavolo fossero finite. Prese a scrutare  le forme, i colori, le file di panni stesi ad asciugare, le macchine parcheggiate e i giocattoli lasciati nei giardini, cercando di ricavare da ogni segno una chiave, una risposta. Dopo diversi minuti di corsa affannosa dei vagoni e degli occhi,  stremato, si arrese. L’impresa era irrealizzabile. Troppi dati, frammentari, contraddittori. Si lasciò sprofondare di nuovo sul sedile, vinto. Ma in quello stesso attimo un sorriso inatteso gli percorse la faccia. Si accorse che solo la prospettiva era sbagliata: il progetto, di per sé, aveva un senso.

          Era possibile trovare ciò che cercava, sì, ma all’interno, nel treno su cui  correva e di cui era parte integrante. Uscì dallo scompartimento che occupava da solo, e si avventurò nel corridoio. Per fortuna il treno era di quelli all’antica, con file di scompartimenti chiusi da tendine come tante minuscole case. Era libero in tal modo dalla schiavitù numerica delle moderne Frecce, bianche o rosse che fossero, in ogni caso carrozzoni promiscui con i posti fissi prenotati in anticipo. Su quel treno era ancora possibile muoversi a piacimento e selezionare. Sbirciando attraverso i vetri ci si poteva scegliere i compagni di viaggio, facendo finta magari di essere appena saliti o dichiarando schiettamente di essere lì per farsi quattro chiacchiere.

          Vagò un po’, incerto, non del tutto convinto. Alla fine percepì, odorò e aspirò con foga la giusta atmosfera. Aprì la porta con un gesto fluido ed entrò sorridente. Guardò le facce dei passeggeri e gli venne in mente, nitida, immediata, una frase tratta da Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire: “Esistono solo tre esseri rispettabili: il santo, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, e creare”.

          Lì dentro, nel mirabile microcosmo in cui si era introdotto, i tre esseri speciali erano presenti. Lo testimoniava l’abbigliamento, ma anche le voci e i gesti. Nascosto da buffi occhialini con una montatura di metallo, il più giovane dei tre uomini lo sbirciava di tanto in tanto con un sorriso dolce. Sembrava invitarlo a inserirsi nella conversazione, a dire la sua con serenità. Accanto a lui un tipo dal fisico colossale vestito di verde mimetico faceva a pezzi ad ogni frase l’aria e le orecchie di chi lo ascoltava. Sembrava sfidare chiunque, non escluso se stesso, a contraddirlo, proponendo un’opinione che non fosse soltanto un’eco in tono minore della sua. Il più stralunato dei tre guardava alternativamente le sue scarpe e un punto indefinito perso nelle pianure. A tratti sembrava ascoltare i discorsi degli altri, ma gli occhi, sul più bello, tradivano lampi di luce e bagliori crepuscolari, ugualmente alieni.

          Mentre Gianrico lo osservava cercando di sintonizzarsi sui suoi ritmi, la porta dello scompartimento si aprì. Una giovane donna scivolò all’interno senza un rumore e si sistemò sul sedile su cui aveva lasciato una minuscola borsetta. Un istante dopo era già immersa in una rivista di moda che sfogliava con mano ferma, rigida come gli occhi. Gianrico la osservò a lungo, con prudenza, con attenzione, come un ragazzo che ruba pomi dorati da un giardino privato con tanto di recinzione metallica. La immaginò nel bagno del treno, intenta a detergere un velo di sudore dalle carni profumate.

          Si sentì pervaso da un calore dolce. Eccitazione, desiderio e orgoglio percorrevano con dita carezzevoli il corpo e la mente. Dopo aver attraversato giungle di dubbi, in quell’istante aveva di fronte il panorama umano che aveva cercato: la bellezza e la bontà, la soave lettrice e l’uomo dagli occhi traboccanti di gentilezza. Sentiva ancora su di sé lo sguardo del giovanotto con gli occhiali. Ora che più che mai sembrava incoraggiarlo, spingerlo con delicata urgenza ad esprimersi rivelando ciò che aveva dentro. La bontà lo spingeva in direzione della bellezza.

          I timori si dissolsero e Gianrico trovò la forza di manifestarsi con una domanda entusiasticamente galante rivolta all’appassionata di moda. Lei alzò la testa, finalmente. Lo scrutò con uno sguardo di disprezzo agro e profondo, con lineamenti tozzi, così gelidamente inespressivi da farla somigliare ad un’iguana sibilante con tanto di lingua scagliosa. Si ritrasse, Gianrico, incollandosi allo schienale. Ma era troppo tardi. Il giovanotto dagli occhiali di metallo, vista insidiata da tali avances quella che evidentemente era o considerava la sua compagna, si scagliò, schiumante di rabbia, verso di lui. Il colosso, con un tono di voce pacato e con la quiete possente della faccia, mitigò la furia dell’innamorato offeso. Il poeta nel frattempo, con ironica apatia, tra divertimento e dolore annotava mentalmente ciò che vedeva e sentiva. Adirato, soprattutto con se stesso, per l’incapacità di abituarsi a tali scene. Ma forse anche contento, nel profondo, di quell’ostinata inettitudine.

          Gianrico intanto, come Orlando aggredito dallo sguardo di un’improbabile Angelica e dall’ira di uno dei suoi spasimanti, colse l’attimo favorevole, e, con nobile viso e rapido piede, si diede alla fuga. Decise di tornare allo scompartimento da cui era partito. Lo riconobbe dal fondo del corridoio, e gli parve bello, come un solido, solitario maniero. Nell’istante esatto in cui si apprestava a entrare, la porta si aprì e ne uscì una splendida donna con la valigia in mano. Gli sorrise, radiosa, poi si avviò, morbida, verso il fondo del corridoio. Sarebbe scesa alla prossima stazione, tra meno di un minuto. Gianrico guardò finché poté le caviglie sottili e la pelle abbronzata. Nello scompartimento era rimasto solo il suo profumo, nella mente di Gianrico una trentina di secondi per decidere se rimettersi a sedere e respirare a pieni polmoni o se invece afferrare la sua valigia e correre verso la stazione di quella città di cui conosceva a mala pena il nome.

          Non sappiamo cosa fece Gianrico. I fotogrammi del film della sua storia molto breve e poco eroica si interrompono qui. Ci piace comunque pensare che, avendo natura e ambizioni da esploratore, il fascino del sole e delle ombre di quel borgo tra il mare e la pianura lo abbia attratto a sé. Inglobandolo come una macchia lievemente più scura, una pennellata rapida posta al margine di un quadro, lungo un sentiero di polvere e sabbia. Forse per caso.

*

© Ivano Mugnaini

 

 

 

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