Nella notte cosmica di Roberta Durante. Recensione

nella notte cosmica durante

Roberta Durante, Nella notte cosmica, Luca Sossella Editore, 2016, pp. 88, € 10,00

È un viaggio quello che Roberta Durante compie nella sua ultima raccolta edita da Luca Sossella, una fuga dell’io poetico, disunito e alla ricerca di omogeneità, Nella notte cosmica appunto. Ci sono un tempo e una modalità d’azione: la notte, con le sue implicazioni oniriche − che qui diventano anche un punto di vista durante la lettura; l’io sta infatti in bilico fra il sogno, la veglia e l’insonnia nel tentativo di compiere quel distacco dal corpo, di cui ha paura ma che si rende necessario per sfidare la gravità, per intraprendere una rotta inedita e impensata. Si procede a incastri, a balzi, nel movimento; le parole creano un puzzle armonico di segni, anche nuovi (e da scoprire nella lettura), o che si rinnovano con la creatività linguistica del poeta. In particolare il ritmo un po’ fiabesco (si può reiterare anche l’aggettivo onirico) si mantiene in tutta la raccolta scandendo i tempi, in quello che Durante crea: un gioco con una trama, che si compone di testo in testo. Poi ci sono le immagini, ad esempio quella in questa poesia, non la più significativa ma, posta a p. 4, di certo la prima pregnante:

era la prima volta
che mi sentivo proprio nello spazio
aprivo e richiudevo le mie braccia
le gambe lisce come tazze
si aprivano nell’aria senza traccia di cammino:
facevo la Vitruvio distante anni luce
dalla mia gravità

Essere “vitruviani” è sì un’evidente metafora del tempo passato ma anche l’ammissione di una responsabilità, di uno “stare”, forse un’estensione della capacità del linguaggio di danzare in quell'(in)certa sospensione tra l’io e il mondo, tra l’io e l’universo. Tutte le costruzioni più belle, quelle che spostano il verso − inteso come “direzione del senso” − procedono secondo la longitudine, una dopo l’altra; eppure, nel significato, la poesia mantiene i propri slanci verso metafore più larghe, con mancanza di direzioni chiare, procedendo soltanto nell’andare altrove, nello spazio cosmico. E cosa sia, cosa rappresenti lo comprendiamo in itinere.
Non sarà troppo azzardato, dati i temi, citare il richiamo a Jules Verne; ma non c’è traccia di “fantascienza” in questa poesia: c’è una realtà che si costruisce nel farsi; c’è una realtà poetica che si fa nel viaggio, nel passaggio tra sogno e divisione dell’io durante l’avventura della fuga. L’autrice cerca di riportare tutto all’interno di una stessa ‘visione’, alla ricerca di un ordine; il viaggio non avviene solo nel linguaggio ma si ha l’impressione che l’universo contenuto nell’etimologia di “cosmo” sia il pretesto per mettere “ordine” (“kósmos”) nella parole, riordinare gli eventi del sogno, i pezzi del corpo sparsi − forse sì qui decostruiti − nel movimento, i motivi, tutti gli ordini di cui un testo si compone. E quindi possiamo forse intuire che, quello di Durante qui, è anche un percorso o, per meglio dire, un “nostos” poetico.

© Alessandra Trevisan

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