Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo (Terza parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori.

Siamo a Holt in Colorado. Chi ha letto Benedizione e Canto della Pianura sa che Holt non esiste, ma anche che uno dei posti più vivi con cui si possa avere a che fare. Qui si muovono e si incrociano le vite dei personaggi  che ho elencato più sopra insieme ad altri. Succedono piccole cose durante le giornate. Gli allevatori portano le bestie al pascolo, i ragazzini vanno a scuola e studiano e litigano, nei bar si conversa e ci si ubriaca. Fa freddo, molto freddo, là in Colorado, tra pianura e montagna, tra stelle più luminose e ghiaccio, tra puzza di vacche e tenerezza. Benedizione era la perfezione, era la vita di un uomo che andava a finire, ed era quella vita che scoprivamo a poco a poco attraverso le ultime carezze di chi lo aveva amato. Canto della pianura era il destino di più persone, era la comunità che si faceva più presente e più forte, che si stringeva in un enorme abbraccio e che quando serviva faceva la cosa giusta. Crepuscolo è, secondo me, il mondo, quel mondo che pian piano Haruf  (in Benedizione) decise di asciugare fino a ridurlo a una casa  e a una stanza, a un uomo che sarebbe morto da lì a poco, e il mondo cos’è? È Holt, naturalmente, ma tra le case e la Main Street, tra la statale e la fattoria dei McPheron, passa altro oltre alla tenerezza, compassione, gratitudine che avevamo visto passare seduti dietro a una finestra. Una finestra del tutto simile a quella dietro la quale è seduto Haruf, che da lì guarda passare e fa incrociare le vite di tutti. Da Holt passerà anche la cattiveria, passeranno Luther e Betty con le loro difficoltà, le loro debolezze, la loro incapacità di fare qualsiasi cosa, dal fare la spesa al proteggere i figli. Luther e Betty per i quali proveremo una pena infinita e quella compassione tanto cara a Carver. A Holt tornerà la morte, inattesa e inevitabile. Soffierà forte il vento dell’assenza, quel vuoto che fa risuonare le assi del pavimento quando ci si cammina sopra. Quel vuoto lo avvertiranno in tanti. Ma Holt è Holt e Haruf è uno scrittore grandioso, che con una prosa bellissima, fluida e compatta, evocativa come solo certi silenzi sanno fare, ci porta ancora una volta nel punto più profondo dei sentimenti umani.

Non credo che smetterò mai di sentire la sua mancanza, concluse Raymond. Ci sono cose che non si superano mai. E questa secondo me è una di quelle cose.

Si sono tentati paragoni per Haruf: John Williams, McCarthy, McCullers, Sherwood Anderson (lo aggiungo ora), sono tutti sbagliati e tutti esatti. Esatti se Holt è il luogo piccolo e delle poche parole, della precisione delle frasi e dei cuori, se in una serata può girarti la vita in meglio o in peggio, se quando piangi, piangi per poco, se conta la lingua della pietra, della polvere, della strada. Sbagliati perché lo sono tutti e sempre, e perché Kent Haruf non somiglia a nessuno e fino all’anno scorso non sapevamo nemmeno della sua esistenza. Di sicuro è uno scrittore che una volta letto non si potrà più abbandonare, è una specie di manuale, una profonda lezione su come un lessico apparentemente semplice possa rendere palese il cuore della condizione umana (e per questo va ringraziato profondamente Fabio Cremonesi, il traduttore della Trilogia, per aver reso la lingua di Holt la lingua per (di) noi tutti); di come l’umano si salvi sempre nello stesso modo: con un abbraccio, una stretta di mano, una parola detta al momento giusto, attraverso le azioni dei bambini (che sono presenti e contano in tutti e tre romanzi). Crepuscolo è un libro che si legge molto rapidamente, ma che subito vuole essere riletto, di frase in frase, anche all’indietro, anche a caso, e fa venire voglia di rileggere anche gli atri due romanzi.

Dicevo di Rose Tyler, è lei il personaggio che legherà emotivamente ogni filo. Lei che come assistente sociale saprà pesare ogni giudizio, sarà lucida  e decisa, ma in macchina, mentre si sposterà da una roulotte a un centro famiglia, a un tribunale, terrà sempre il cuore attaccato al cervello. Rose che una sera insegnerà a qualcuno il tempo del valzer. Che poi è un po’ il tempo di Haruf, tre quarti o tre libri che sono un miracolo.

No signora. Non riesco a pensare al ritmo e a non pestarle i piedi allo stesso tempo. Ascolti la musica. Ci provi, almeno. Iniziò a contare il tempo a bassa voce, guardandolo in faccia, e lui le restituì lo sguardo, soffermandosi sulle sue labbra. Aveva un’aria concentrata, quasi sofferente, e si teneva indietro per non starle troppo addosso. Si muovevano nella pista tra gli altri ballerini. Rose continuava a contare. Fecero un giro completo. Poi la canzone finì. Bene, grazie, disse Raymond. Adesso mi sa che è meglio se ci sediamo. Perché? Sta andando bene. Non si è divertito? Non so se divertito è la parola giusta. La donna sorrise. Lei è un uomo gentile, disse. Non so neanche questo, rispose lui. Il gruppo riprese a suonare. Oh, disse lei. Un valzer. Il tempo è tre quarti. Se lo dice lei. Rise. Si lo è.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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Leggi anche la prima e seconda parte del discorso su Haruf: Benedizione e Canto della pianura

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