Franz Krauspenhaar, Grandi momenti

libro-2Franz Krauspenhaar, Grandi momenti, Neo edizioni, 2016, € 13,00

Finirò male. La morte mi raggiungerà, e così imparerò a cercare un passato che non esiste più. Che ora come ora non è mai esistito.

L’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar si rivela come una mano aggrappata stretta a un passato da cui si ha il  terrore folle di staccarsi. Tralasciamo il fatto che GRANDI MOMENTI presenti tracce di elementi autobiografici (costante del lavoro di F.K.) perchè ciò al fine della nostra lettura non ha alcuna importanza. Franco Scelsit, il protagonista, scrittore di successo in terapia riabilitativa perchè sopravvissuto a un infarto, raccoglie in sé un malessere che è maledettamente generazionale e che trova la sua maledizione nel non potere essere terapeuticamente condivisibile. Il perché F.K. ce lo disvela con consapevolezza, pagina dopo pagina, scavando con abile puntiglioso cinismo nell’impossibilità di un’intera generazione di “maturare”. Si rimane così saldamente aggrappati a oggetti, abitudini, necessità di un’eterna adolescenza che si è nutrita dell’illusione di simboli che rimangono ancora, seppur mnemonici, necessari perché si è semplicemente impossibilitati a liberarsene, terrorizzati dall’atto maturo del riconoscerli definitivamente come “transizionali” e renderli così tali. Ma se gli oggetti e le relazioni famigliari restano ancora rassicuranti è la musica a infierire sulle poche certezze; la colonna sonora quotidiana di Scelsit che attraversa altre epoche da Van Halen a Chet Baker, allieta ma intristisce al contempo, rendendo sempre più stantia e polverosa una “memoria” che è ogni giorno tanto pesante quanto distaccata da una realtà che il protagonista riesce a malapena a sfiorare. Sono rari gli “oggetti” presenti in questo libro. Le mani di Franco Scelsit si stringono adolescenziali al volante di macchine veloci, lussuose; status symbol di una “gioventù” che è già trapassata, (siano i celluloidi anni 70 o la Milano paninara) realizzando così ucronicamente quel “voglio ma non posso” e contemporaneamente assolvendosi dall’impossibilità, l’inettitudine, la mancanza di strumenti autonomi per definire un nuovo punto di riferimento o una nuova ambizione da realizzare. Il piacere si identifica in un percorso che possa anche non avere una meta oltre il girare e il girarsi attorno.

Non sto mentendo, stavolta. Il rumore della Jaguar supera i 90 decibel. Sono incapsulato in lamiera e rumore, come se stessi viaggiando alla velocità della luce su una traiettoria immaginaria diretta a casa mia, l’ultimo dei pianeti abitati.

La macchina veloce quindi, con la sua estetica, il suo ruolo sociale e il suo essere cantuccio di sicurezze, di energie, di potere, di fronte a un mondo esterno che è inevitabilmente futuro, volutamente etereo ma che si palesa fulminante nella simbologia della lepre-padre, presa d’atto dolorosa dell’assoluto distacco; la resa dei conti, ancora adolescenziale con la mancanza di un riconoscimento famigliare, sociale, affettivo.

Sono felice. Sono nel bozzolo di un passato che mi dà nuove possibilità.

L’oggetto del desiderio è il simbolo mitologico di esigenze che non hanno più modo di essere e assolve così esclusivamente alla necessità di non scegliere, rimanere aggrappati ad un tempo passato quando le decisioni e le responsabilità erano altrui. Ma c’è altro: al calore accogliente e rassicurante del volante di una macchina, si oppone la passione di Scelsit per la birra gelida da stringere nella mani e consumare come atto consolatorio; ecco allora che il bilico tra vita e morte in tutto il libro sembra stare nelle alternanze tra il freddo e il caldo. C’è necessità binaria in questo romanzo: il contrasto è latore di vita tanto quanto di morte, il problema è come ci si prepara davanti alla scelta e Franco Scelsit non è ancora pronto, non ha gli strumenti per “vivere”, ma volendo neanche quelli per “morire”.

Ho smesso di pensare al suicidio, alla fuga estrema nel nero.

E allora la pace, la serenità si racchiudono fetali nei dialoghi con un fratello che media con una realtà sociale, famigliare, affettiva che appare ogni giorno sempre più confusa e senza punti di riferimento spaziali o temporali. Ma è soprattutto nel gruppo che si realizza la pace; nella condivisione tranquillizzante della sopravvivenza ad una quasi morte, con le cardiopizze dei compagni di terapia, per non trovarsi nella scomoda, compromettente, dolorosa relazione tra gli opposti; vita-morte, uomo-donna, padre-figlio, realtà-visione ma soprattutto ieri-oggi. E’ questo fobico rimbalzare continuo tra opposti che rende necessario questo testo. Grandi Momenti è un romanzo che non si definisce nella ricerca di una terapia al malessere ma affronta la necessità quotidiana di trovare uno stato di quiete, una “stasi”, che non sia mai semplicemente e temporaneamente analgesica, ma uno stato di veglia, dove esser pronti a cogliere l’occasione necessaria.

Steso sul letto, attendo i miei amici per un brindisi. Già li vedo circondarmi tutti…

*

Iacopo Ninni

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