Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura (seconda parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

*

Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta.

Siamo di nuovo in Colorado, a Holt, i personaggi del libro sono poco più di dieci, come in Benedizione, ma il computo dei protagonisti è, in proporzione, maggiore. Laddove il grande mattatore nel bene e nel male era Dad, qua sono Ike, Bobby, Victoria, Tom, Ella, Maggie e gli indimenticabili fratelli McPheron. Tutti quanti, in Canto della pianura, hanno la stessa importanza, tutto ciò che fanno conta, tutto ciò che a loro accadrà sarà collegato alla vita dell’altro e tutti saranno legati da una vita che arriverà. Tom è il papà di Ike e Bobby, due bambini in gamba e molto svegli, Tom insegna, Ella, la loro madre, passa il tempo chiusa in una stanza, poi in un’altra casa, poi in un’altra città. È abbandono dei figli? No, è sofferenza e poi sopravvivenza. Maggie è un’altra insegnante, sarà lei ad occuparsi di Victoria, che è un’adolescente ed è incinta, quando la madre di questa la caccerà di casa. Maggie è una donna saggia, e non è la sola. Decide di proporre ai due fratelli McPheron, Harold e Raymond, che vivono in una fattoria fuori dalla città, che lavorano e vivono in solitudine, di accogliere Victoria in casa fino al parto. E così via. Tutte queste storie che paiono minime, ed è questo l’aspetto che le accomuna a quelle di Benedizione, sono per Haruf il senso di tutto, il sale della vita stessa. I meravigliosi personaggi si muoveranno in questo piccolo teatro mostrando, ancora una volta, quello che l’umanità può fare. Sveleranno la forza che – come quella del vento – riesce a tirare fuori il bene dagli uomini più rudi, l’affetto tra sconosciuti.

In molti hanno sottolineato che la grande differenza tra i due romanzi sia il tema. In Benedizione è la morte (Dad aveva un cancro e il romanzo racconta gli ultimi mesi della sua vita), in Canto della pianura è la vita (nascerà un bambino, due bambini sono tra i protagonisti, si parlerà spesso di vitelli, di mucche gravide, ecc.), ma non è solo questo, non potrebbe essere solo questo. Intanto, vita e morte sono presenti in entrambi i romanzi, sono collegate, sono la stessa cosa. Per Haruf, io credo, il tema è la speranza nell’umano, è l’appartenenza a una comunità, è il come una piccola comunità possa distruggere qualcuno e, allo stesso tempo, salvare qualcun altro. Il tema di Haruf sono le persone, come si comportano davanti alle situazioni impreviste e come sono nella vita di tutti i giorni. Con questi due romanzi riusciamo a intuire e poi a vedere un grande spaccato della società americana, ci riusciamo perché vince la prosa, vince il modo in cui il territorio condiziona la storia e se ne fa condizionare. In Canto della pianura si parla molto di più, ci sono dialoghi più lunghi, ci sono più scambi tra le persone, Dio, stavolta, non partecipa, o se lo fa non ce ne accorgiamo. L’aspetto più interessante è come persone che si conoscono, ma che non definiremmo amici, sappiano fare squadra e aiutare chi ha bisogno, senza farsi troppe domande. Il canto è compassionevole ed è meraviglioso. Haruf fa di nuovo centro, non dimenticheremo nessuno. Io, in particolare, non mi toglierò mai più dalla testa Harold e Raymond, questi due burberi di poche parole e dal cuore tenero, che hanno fatto della solitudine e del lavoro nei pascoli la loro vita, questi due vecchi che sono pronti a rimettere tutto in gioco per dare una mano, per far sì che la vita prosegua. Due vecchi che sanno come ci si prende cura . Siamo arrivati al pomeriggio, nella pianura di Haruf, siamo sudati, commossi e contenti, non ci resta che attendere il Crepuscolo.

Fece un tiro di sigaretta e la spense. Si rivolse a Bobby. E tu invece? Domandò. Chi è la tua insegnante? La signorina Carpenter, disse Bobby. Chi? La signorina Carpenter. Non la conosco. Ha i capelli lunghi e… E poi? Domandò la signora Stearns. Porta sempre dei maglioncini. Davvero? Quasi sempre, disse lui. E tu cosa ne sai dei maglioncini? Non so, rispose Bobby. Mi piacciono, credo. Uh, disse la vecchia. Sei troppo giovane per pensare alle donne con i maglioncini.

*

© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

Leggi anche Kent Haruf, Benedizione – prima parte di un discorso

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