Marco Aragno, Absolute

absolute copertina

Marco Aragno, Absolute, Con-fine edizioni, 2015, € 12,00

Recensione di Gianluca Furnari

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Quelle che Marco Aragno registra in tutta la sua scrittura – con coerenza di sguardo, ma senza immischiarsi, come un corrispondente straniero – sono le metastasi di un mondo che non sa più smaltire le proprie scorie, e si affanna ad ammassarle, a rimpastarle, a occultarle in discariche di frontiera. È un mondo indigesto, una giungla di leggi alla rovescia, dove le prede mettono in salvo la pelle atteggiandosi a predatori, e i predatori non sono poi così sicuri degli spazi che marcano. In Absolute questo mondo assume i connotati bruti dell’entroterra campano, una fungaia di centri commerciali, «tappata dal cemento», tagliata da «lunghi stradoni di periferia» (pp. 1-2).
Quarant’anni – e innumerevoli terremoti – separano l’epoca del racconto dalla primavera del ’75, quella che a Pasolini dettò la commossa, incantata laus Neapolis delle Lettere luterane: il capoluogo campano, «ultima metropoli plebea», «ultimo grande villaggio», accoglieva agli occhi del poeta le energie residue di una sana razza proletaria, miracolosamente immune agli scempi del «miracolo economico» («I napoletani […] in questi anni […] non sono molto cambiati. Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia»).
Neanche una memoria posticcia sopravvive, di quel «grande villaggio», nella Campania di Aragno, dove a durare è una società «mezza contadina e mezza non si sa che», convertita alle liturgie dell’immagine, del conformismo, dell’incultura. Ci si stupisce persino che gli uomini, e le cose, e i mostri di cemento che qualcuno chiama palazzi, si reggano in piedi su un palcoscenico così crepato. E, ciò che fa lo spettacolo grottesco, esiste un solo canovaccio per tutti i giovani attori: corteggiare l’autodistruzione, bere fino alla feccia, perché quel mondo già finto sembri ancora più finto, e tremi sotto lo sguardo.
Le maschere no, quelle cambiano in continuazione: c’è chi fa il camaleonte, e «si adegua ad ogni ambiente e a ogni trasformazione sociale», e chi fa l’orso e «se ne frega dei conformismi e continua ostinato a camminare col proprio passo» (p. 117).  Se la luce è giusta, poi, i camaleonti barcollano come «elefanti ubriachi pronti a stramazzare a terra» (p. 109). Ma gli orsi sono pecore nere, e rarae aves, nella fauna di Absolute: per tipi simili uscire allo scoperto, unirsi alle danze, è tutt’altro che una passeggiata.
Ne sa qualcosa Marco Cicala, il protagonista del romanzo, uno che ha ancora sufficiente voglia di vivere per leggere Dostoevskij e Kafka (diciamo pure uno sbalestrato a caccia di integrazione). Nel suo esilio domestico Marco porta appiccicate in fronte le etichette infamanti di «’O Viecchio» ed «Elefà Men» («Elephant Man», l’ingiuria che un’altra gentile borghesia – quella vittoriana – attribuiva al deforme Joseph Merrick). E però tenersi fuori dai cerchi serve a poco, e certo non rende sordi alle sirene dello sballo, che si insinuano in casa dallo schermo della tv, dal citofono, dalla finestra della camera, persino dalla bocca dei genitori. A un tratto Marco è anche la rana di quella favola di Fedro: «inops, potentem dum vult imitari, perit»; non fa in tempo a guardarsi indietro che ha già imboccato le proprie solitudini – come fanno tutti – credendo di fuggirle, schiacciato tra la morale di una generazione spettatrice e familista («lavorare in un ufficio con i vetri zigrinati, accendere un mutuo a tasso fisso, comprarsi la Fiat Panda», p. 122) e quella – non meno plumbea – dei propri coetanei, per i quali la licenza sessuale non è una licenza, ma un preciso dovere tribale.
Trascinato di peso dalla propria camera ai paesaggi stroboscopici del Tropic Club di Mykonos, e poi del Joy, «il luogo più in dell’hinterland di Cugliano» (p. 68), instradato dal cugino (suo omonimo, alter ego e grillo parlante), Marco ci mette poco a dimenticare il mondo da cui è partito e a fare esperienza della massa. La discoteca è, d’altro canto, una soglia dimensionale irresistibile oltre la quale tutti i caratteri appaiono riscritti. E forse il dramma di Marco è di non riuscire a essere orso fino in fondo: egli impara – a prezzo dell’auto-disconoscimento – quanto sia facile guadagnarsi un posto di rispetto in una «civiltà azzerata» (p. 37), scimmiottare giovinezze libere, trasformare il sorriso in artificio e il corpo in una pupattola senza attrattive; vivere, insomma, in attesa della «capata». Neanche a dirlo, le ragazze sono una posta in palio in una realtà del genere (perché per inseguire l’amore – il grande assente della prima parte del romanzo – c’è sempre la maturità).
Astratto dal suo referente concreto, il cocktail-bomba, Absolute è un titolo antifrastico, una «formula magica» che assolutizza l’insignificanza ed esorcizza la vita: dove lo stile di Aragno riprende respiro e si distende, la descrizione apre uno squarcio sul senso (o sul dramma del non-senso) sotteso al romanzo: come nelle pp. 56-57, dove un precipizio impervio offre la sua «scena» silenziosa a un incidente stradale, e il «corpo accartocciato», la «figura inanimata» di una giovane vittima si materializza nella luce della luna dopo l’eclissi della coscienza («Chissà a che pensava, prima del salto. Può darsi non pensasse a niente. Può darsi che la sua mente fosse vuota, che fosse già morto prima di morire, mentre scolava vodka, mentre ballava come un indemoniato, mentre il mondo si dimenticava di lui e lui del mondo, mentre la sua coscienza si eclissava come un sole sulla pista del Tropic Club»). L’akmé della catastrofe è in questo fermoimmagine: indifferenza plateale degli astanti, magnetismo di un cadavere senza senso, schianto letale come soluzione aritmetica al problema dell’incoscienza (perché – recita un adagio tassiano – «dal sonno alla morte è un picciol varco»).
Questo mondo è un inferno parato a mo’ di empireo, un groviglio costellato di laser, e Marco deve attraversarlo fino in fondo prima di ritrovarne il bandolo. Ma il viaggio – per usare una metafora assai produttiva nell’immaginario di Aragno – è un continuo naufragare, una migrazione verso terre d’assenza: nel circolo dialettico su cui il romanzo è impostato si riflette – in tal senso – una vicenda più collettiva che privata, quella di una generazione che rifiuta l’approdo, immemore di sé dopo i lavacri alcolici e gli accoppiamenti rituali, incapace di costruire un’identità sui detriti della propria giovinezza. La crisi economica, stavolta, c’entra poco, sebbene appaia anch’essa – fugace, intimidatoria – nel volto di una grassona «occhietti azzurri, doppio mento, pelle bianca, caschetto biondo», in un locale over-trenta alla fine del romanzo («la culona che ha stritolato la spesa pubblica europea cambiando i destini del Vecchio Continente ora sta stritolando me, giovane disoccupato cuglianese pizza baffo mandolino, in una discoteca underground»). Il terzo tempo della dialettica, quello della maturità, della «fatica» e dell’«amore», è anche il tempo dello «stand-by» (p. 121): bussa alla porta improvvisamente e, quando lo fa, è già troppo tardi per rimettere i tasselli a posto («Non so chi sono. Il vecchio Marco Cicala è un fantasma inabissato sui fondali di Mykonos e quello nuovo, quello che doveva essere e non è stato, il giovane festinaro tutto alcool e belle fighe, si è disciolto in una pozza di sangue nel parcheggio del Joy», p. 120).
Allora c’è chi si rassegna e chiama terra – i vincitori di ieri sono gli sconfitti di oggi – e chi prova a inventarsi un nuovo inizio per non soccombere all’abulia («Già, perché Milano sarà pure diventata la nuova mecca del lavoro per tutti i precari d’Italia, ragazzi, l’ultimo baluardo della generazione 2.0. Ma Milano significa terra. E mentre in mezzo alla tempesta della crisi tutti la cercano, la terra – fosse pure un’isola, un atollo, uno scoglio – io invece cerco il mare. Uno spazio aperto che riservi avventure. Quello stesso mare che dalla finestra di casa mia non sono mai riuscito a vedere!», p. 122).
È la filosofia dell’istinto: suggerisce di «mollare tutto, (…), andare via, (…) partire», perché alle spalle è la giovinezza – vale a dire il deserto – e libertà è allontanarsene il più in fretta possibile, sfidare le correnti, dar fuoco per sempre a ogni esperienza storta; ed è aprirsi, forse, a un inedito stato di grazia, trovare il coraggio di incantarsi al richiamo della prima Aurora che passa.

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© Gianluca Furnari