Il sublime “poeta della mona”: Giorgio Baffo (di Paolo Steffan)

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Il sublime “poeta della mona”. Giorgio Baffo (Venezia, 1694-1768)

di Paolo Steffan

 

Co me vien un pensier fazzo un sonetto,
e ’l fazzo in Venezian, come son nato,
sibben che so, che ghe xe più d’un mato,
che me condanna, perchè parlo schietto

È poeta licenzioso e sublime autore di sonetti (sua forma metrica privilegiata) odorosi e vivaci, ma che − diversamente che negli affrettati ritratti di maniera che spesso se ne fanno − ha trascorso vita onesta, con diversi significativi incarichi politico-giudiziari da uomo dignitoso. Franco Brevini lo definisce figura «di primissimo piano» nel nostro Settecento in dialetto, ma già nel suo tempo aveva un illustre estimatore come Giacomo Casanova, che parla di lui come «sublime genio, poeta […] grande e unico». Nel Novecento, poi, Guillaume Apollinaire (che era per Pasolini «il più grande poeta del primo Novecento», assieme a Kavafis e Machado) leggerà, amerà e tradurrà Baffo, fino a ritenerlo tra i più grandi del Settecento tout court, e senz’altro il più grande dentro «Venise, […] sexe femelle de l’Europe» (che potremmo tradurre, alla Baffo, «Venezia, mona d’Europa»).
Al di là della preponderante insistenza sul sesso e sull’osceno in generale, Baffo si dimostra essere anche un raffinato cultore della filosofia illuminista, di cui trapelano − tra una ‘buzarada’ (licenziosità) e l’altra − dei significativi segni, che ci incitano ad andare più a fondo nella lettura del “poeta della mona”, che Almansi definì a suo tempo «monamaniaco». I due elementi convivono, in sonetti come Nu semo nati tutti alla ventura:

Del ben presente donca nu godemo,
affrettemose a gustar ogni affetto,
e i più squisiti vini tracanemo.

De balsami odorosi el collo, el petto,
le man, i brazzi, e ’l cazzo profumemo,
sia el nostro ultimo fin solo el diletto.

Tra gli elementi di freschezza del dettato baffesco, vi è senz’altro la potenza sorgiva del suo dialetto, lingua cittadina (ma spesso poco urbana!) di cui si sente il puro spontaneo sgorgare: il suo ci suona come linguaggio della quotidianità tanto del popolo che di una élite veneta che stava lentamente naufragando assieme al potere della gloriosa Repubblica Serenissima. Da questo punto di vista, allora, il suo quadro torbidamente osceno della Venezia settecentesca sembra contenere tutti i germi di una spensierata decadenza ormai senza ritorno, dando dignità alla dichiarata poetica del vero («Mi son amante della verità», afferma apertamente Baffo) sostenuta da un inconfondibile «stil scoverto».
Più di tutti, però, mi sembra che sia stato Pier Paolo Pasolini, in un ampio articolo apparso sul «Corriere della sera» il 1° novembre 1974, a comprendere il valore e la modernità di Baffo, denunciando anche «che non ha avuto in Italia alcuna fortuna», complice una «cultura italiana, che se ne è completamente disinteressata», che anzi, «l’ha condannato al rogo» dove «egli è tuttora là che brucia». Pasolini focalizzava in primis sull’estrema leggibilità della poesia baffesca, isolandone anche alcuni «commi istitutivi»:

1) le mie poesie siano scritte per le persone che guardano le cose per il «verso buono»,
.   cioè in buona fede;

2) le mie poesie siano difese dalla ragione;
3) le mie poesie descrivano il sesso come una cosa «bella, allegra e buona»;
4) le mie poesie siano scritte in veneziano, lingua che ho imparato per nascita;
5) le mie poesie evitino le metafore e la loro «scrittura» abbia un aspetto puramente
.   comunicativo.

In secondo luogo, l’autore di Poesie a Casarsa punta su un «fatto imponente: cioè l’accumulazione della materia in quantità non calcolata […] una accumulazione iterativa».
Insomma Pasolini ha la finezza di cogliere i due estremi tra cui si colloca la poesia di Baffo: da un lato, il singolo testo è eccessivamente leggibile, dall’altro l’intera opera è illeggibile, ed è questo secondo aspetto la «grande invenzione» del poeta veneziano: quello che mi azzarderei a definire pre-novecentesco e che una critica ancor oggi ipocrita e censoria si ostina a tenere sommerso, incensando piuttosto l’asse Belli-Porta, di cui in molti aspetti Baffo è stato invece eccellente precursore. Pasolini ha intuito, nel suo articolo, i meriti abnormi che la critica (allora come oggi) nega a Baffo e questa scoperta va riconosciuta proprio a un autore come lui, che per lungo tempo non è stato capito e anzi condannato, censurato, quando ha trattato lucidamente il sesso e l’ossessione, prima in positivo nella Trilogia della vita (1971-1974), poi in negativo, in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975, postumo). Questa convivenza di positivo e negativo è proprio quella che dà egualmente la lettura di Baffo, a seconda che si leggano singoli componimenti (come farà piacevolmente il lettore di quest’articolo) o la sua opera in blocco.
Ma, al di là di qualunque interpretazione, chi non si è mai sollazzato beatamente nella rilassata e ridanciana lettura di un sonetto come questo, tutto fondato su una baciosa “anafora delle tette”?

Tette fatte de latte, e de zonchiada
pastizzetti, che el genio m’incitè,
pometti, che la vita consolè,
cara composizion inzuccarada.

Tette bianche de neve nevegada,
cussinello, dove dormirave un Re,
panna imptria, che el gusto innamorè,
lattesini per dar pappolada.

Tette de zensamin, de cao de latte,
tette, che al zensamin sé do zucconi,
tette, che nel mio cuor sempre combatte,

tette, de darghe mille morsegoni,
tette, che sè per mi l cosse matte,
tette, chi no ve basa è gran cogioni.


© Paolo Steffan

3 comments

    1. Non ha letto un sola riga, vero?, limitandosi al titolo suppongo; perché se avesse letto almeno l’inizio, gentile Falcone, avrebbe appreso che in vita Baffo di buon gusto ne ebbe più di quanti ne hanno fatto post mortem l’emblema del libertinaggio veneziano.
      Chiamare in dialetto le cose col loro nome non è cattivo gusto, e anzi trovo i versi di Baffo divertenti e intelligenti; licenziosi sì, ma non al limite del grottesco come il suo predecessore Aretino, per esempio, o più ancora di colui che si sentì l’erede predestinato, Apollinaire (licenzioso per necessità di denaro).

      Ma sì sa il buon gusto, quello vero, a volte manca…

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