Una frase lunga un libro #49: Giordano Tedoldi, Io odio John Updike

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Una frase lunga un libro #49: Giordano Tedoldi, Io odio John Updike, minimum fax, 2016, € 14,00, ebook € 6,99

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Non le posso rivelare che i miei occhi prendono il colore di tutto ciò che mi colpisce molto.

 

Alcuni errori che ho commesso prima di leggere Io odio John Updike:

  • ho letto l’introduzione al libro fatta dall’autore, in cui si dice – tra le altre cose – che questi racconti sono slegati, sono frammenti, sono singole storie, non c’è un filo da seguire, non c’è una trama nascosta. Sono racconti, punto e basta;
  • ho letto un paio di belle recensioni, che tenevano in considerazione ciò che Tedoldi ha scritto nell’introduzione. Gli davano ragione, ma non del tutto;
  • non ho letto questi racconti quando uscirono nel 2006 per Fazi, perdendo (ma questo lo scoprirò in un secondo momento) così dieci anni di tempo. Conoscevo (sono pubblici) i motivi che hanno portato minimum fax alla nuova pubblicazione del libro. Per fortuna la sera della presentazione di Milano giocava il Napoli, altrimenti sarei stato rovinato.

Ancor prima di leggere sapevo troppe cose, pur non sapendo nulla delle storie e di come fossero scritte. Ho deciso di aspettare qualche settimana, giusto il tempo di dimenticarmi le recensioni, di smontare l’attesa che avevo nei confronti del libro, di prepararmi a far finta di niente rispetto a quello che aveva scritto Giordano Tedoldi nell’introduzione. Ed eccomi qui.

Tedoldi non mi ricorda nessuno, questa è la prima cosa che mi viene da dire, e siccome i racconti mi sono piaciuti moltissimo, questa cosa sta dalla parte della lavagna dove si segnano i buoni, i complimenti. La mancata somiglianza con altri scrittori non dipende da chissà quali artifici o acrobazie che Tedoldi compie scrivendo; dipende, invece, da uno sguardo unico sulla realtà, uno sguardo poi capace di piegare la realtà alla fantasia, fino a farle sovrapporre. I personaggi dei nove racconti (di cui l’ultimo, Sciarada, è stato scritto per questa riedizione) potrebbero esistere per davvero, ma io non ne ho conosciuto nessuno: io non avrei saputo inventarli. Giordano Tedoldi inventa; ha un’immaginazione incredibile, sostenuta da una scrittura chiara, molto precisa, che può sembrare a volte sgraziata ma che non lo è. Ora, è chiaro, che volendo potrei trovare, impegnandomi, il famoso filo che secondo molti dovrebbe unire le raccolte di racconti, ma perderei tempo e sminuirei la forza di questo libro, perché secondo me ha ragione Tedoldi: queste sono storie che potrebbero stare in nove libri diversi, storie che puoi leggere a mesi di distanza l’una dall’altra, intervallandole con romanzi, racconti, gite in bicicletta, poesie e molte partite di calcio, senza che questa distanza tra un racconto e l’altro ne indebolisca la potenza, riduca lo stupore di chi legge. Questo è anche il motivo per cui storie scritte più di un decennio fa sembrano scritte adesso, sembrano nuove, la mia idea è che lo sembreranno anche tra vent’anni.

Come i lettori sanno, questa rubrica parte da una frase e la usa (o dovrebbe) per raccontare un libro, ma se vale quello che ho scritto sopra, la frase di Tedoldi (tratta dal racconto Io, vittima di Tal) non può essere applicata al libro, così io la applico all’autore. Tedoldi cambia il colore degli occhi quando qualcosa lo colpisce molto e quel qualcosa, ipotizzo, è l’idea dalla quale nascerà il racconto. Due uomini che vengono da solitudini diverse si sfidano di notte per le strade di Roma, a bordo di una Aston Martin e di una Ferrari; non è un divertimento, è una feroce ricerca di compagnia, di somiglianza, forse di comprensione. L’uomo degli scacchi che adora la propria madre, e si ritrova in casa di lei a pensarla mentre è sparita, seduto con due amici un po’ strani e un ragazzino innamorato. Un uomo la cui madre sta morendo fa controllare momenti che chiama di sospensione da un computer chiamato George, macchina/maggiordomo. Durante un corso di scrittura uno si innamorerà della più talentuosa e strana e bella del corso, colei che odia Updike perché scrive solo parole. Un musicista vecchio e fallito cercherà la più strana delle vendette, ma anche l’unica possibile. Personaggi con nomi normali e con nomi inventati come L’Umiliatore o La Butterata o Lady Ventosa.

I racconti di Tedoldi non sono strani ma stranianti, sono storie a volte cattive ma anche divertenti. C’è un elemento di disturbo e qualcosa di accaduto prima del tempo in cui i personaggi si muovono. Il fattore di disturbo è anche la cosa che rende tutto chiaro, come la tigre investita durante la folle corsa in auto, o la scrittrice che urina sulle foto di Updike, Roth e Pynchon: «Posso staccare dal muro le foto degli scrittori che ti ho regalato e pisciarci sopra?» I personaggi sono come distanti dal mondo, hanno qualcosa che non funziona, che li rende solitari e vulnerabili, cinici; sembrano provenire da una ferita e, per forza di cose, feriscono, sono indimenticabili. Tedoldi parte spesso da un paradosso per dirci di una frattura interiore, lo fa tenendo sempre presente che ci sta raccontando una storia e che questa deve avere un inizio e una fine, e in mezzo tanta buona musica. È molto bello che questo libro sia stato ripubblicato, spero lo leggano in molti.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

 

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