Primo Marzo o Lucio Dalla (di R. Calvanese)

banana

Ogni primo marzo, da qualche anno a questa parte, torno a casa e metto sul piatto Banana Republic. Lo ascolto tutto, senza parlare, pensando allo sguardo di mio padre che racconta di quel concerto “con il mitico Lucio Dalla” e con Francesco De Gregori.

 

La fiera del disco è uno di quei mille mercatini sparsi in questo paese dove puoi comprare un sacco di dischi, nuovi ed usati. La fanno a Napoli, un paio di volte all’anno, ed ogni volta è come se fosse la prima per me. I dischi non li compravo da un po’, mi ero perso dietro al formato digitale e forse avevo perso anche un po’ della magia di avere un disco tra le mani. I vinili mi hanno restituito quell’emozione, il brivido e l’attesa, la gelosia per un oggetto, per un feticcio. Ogni volta che posso prendo un po’ di soldi e vado a caccia di musica, specialmente di quei dischi usati che compri a pochi spiccioli. Nessuno ci pensa mai ma quello è l’unico modo di far rivivere la musica. Album con tanti anni sulle loro spalle, dimenticati e coperti da successi e star recenti. I mercatini sono la loro ribalta ed io mi ci immergo come in un enorme Juke-Box in cui ogni volta che sfreghi una copertina è come se potessi sentire una canzone e dare spazio a dei ricordi. Banana Republic l’ho comprato proprio lì, alla fiera del disco. Mi erano rimasti soltanto dieci euro e non avrei potuto spenderli meglio.
Un disco poi ha di bello che non è soltanto la somma ed il contenitore delle canzoni che vi sono incise. Un disco è un biglietto d’entrata in una dimensione altra, quella dell’immaginario che siamo capaci di legare ad esso.

I miei genitori sono due persone fantastiche. Hanno una storia molto lunga, come si usava fare prima, negli anni settanta. Il loro fidanzamento è stato lunghissimo e tutto sommato tranquillo, salvo una rottura, grave e forse irrimediabile. Loro facevano sempre tutto insieme e quindi ogni volta che a tavola si scivola tra i ricordi di gioventù le loro versioni delle storie sono quasi sempre le stesse. Più che altro hanno la particolarità di raccontare le stesse cose, dal momento che la maggior parte della loro vita l’hanno spesa insieme. Poche sono le avventure solitarie. Una di queste, forse la più interessante è proprio dovuta all’unica crisi del loro rapporto. Si, perché come tutti i rapporti lunghi senza una svolta, ad un certo punto si rischia di collassare su se stessi. Mio padre era militare di leva e assaporava forse, anche stando senza mia madre, una libertà nuova. In città dov’era di servizio era arrivato il tour più importante del momento, era Banana Republic. Erano Lucio Dalla e Francesco De Gregori, uno show fatto di sperimentazione, poesia e provocazioni. Era il colpo di coda della genialità degli anni 70, erano ancora anni in cui si poteva immaginare un futuro grandioso, anche se ci si era lasciati dopo anni con quella che pensavi potesse essere tua moglie per la vita, anche se fuori dalla caserma non si sapeva quale strada prendere, anche se intanto ci si era iscritti, naturalmente, a filosofia ma c’erano ancora un casino di esami da sostenere. Si poteva sognare anche grazie a grandi canzoni. Canzoni che ancora oggi fanno emozionare, a distanza di oltre 30 anni.

Mio padre lo ricorda ancora oggi quanto fosse stato bello andare a quel concerto, probabilmente, anzi senza condizionale, dirà sempre che è stato il concerto più bello della sua vita. Di concerti poi ne avrebbe visti altri, ma mai come quello. Molti insieme a mia madre, perché poi sarebbero tornati insieme e un anno dopo quel magnifico concerto sarei nato anche io.
Tutto questo non lo puoi contenere con certezza in un disco, ma sai che quasi sicuramente un disco fatto bene, un disco importante conterrà un bagaglio di emozioni che difficilmente sbiadiranno come il colore di una copertina.
Per questo e per mille altri motivi comprare Banana Republic per me è stato come chiudere un cerchio, come contribuire con un aneddoto alla storia di quel tour, la stessa storia che ho ascoltato cento volte a cena o riunito con i parenti, ma quella stessa storia a cui adesso ho partecipato anche io.

Ogni primo marzo, da qualche anno a questa parte torno a casa, metto sul piatto Banana Republic e me lo ascolto tutto, senza parlare, pensando allo sguardo di mio padre che racconta di quel concerto “con il mitico Lucio Dalla” e con Francesco De Gregori. Ascolto il pubblico gridare dopo l’attacco di Piazza Grande e penso che una di quelle voci è quella di mio padre con i suoi commilitoni, in una serata estiva fatta di birra sigarette e risate. Una serata dove forse guardi la luna e pensi alla ragazza che hai lasciato e che forse ti manca un po’. Me lo ascolto tutto, fino a quando De Gregori presenta tutta la band, tra cui “Gaetano Cureri”, storco un il naso ai fischi di quando Lucio Dalla intona l’introduzione di “ma come fanno i marinai” cantando Addio a Napoli. Mi ascolto tutto il disco, ogni volta, perché un vinile lo metti sul piatto per ascoltarlo tutto, per prenderti il tuo tempo, quello necessario a pensare a qualcosa di importante, a Lucio dalla ad esempio che con la sua musica è riuscito a entrare nella mia vita in un modo impensabile, proprio nel momento in cui io sono stato più lontano che mai dal novero delle possibili eventualità future dei miei genitori. Ogni primo marzo ascolto lo stesso disco ed  ogni anno mi ripeto la storia del concerto “più bello della mia vita” secondo mio padre, anche e soprattutto grazie a Lucio Dalla.

© Raffaele Calvanese

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