Franco Dionesalvi, Mario Luzi. Un Ricordo

Mario Luzi
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Quando seppi della sua scomparsa, la prima cosa che pensai fu che così non avrebbe letto la mia ultima lettera, quella in cui gli proponevo di aderire al Forum dei Saperi che si sarebbe tenuto di lì a qualche mese all’università della Calabria. Lettere rigorosamente scritte a mano: era il suo modo prediletto di comunicare, anche in un tempo in cui già quasi nessuno lo usava più.
Mario Luzi lo conobbi da studente, a Firenze. Abitava in via Bellariva, dalle sue finestre si scorgeva l’Arno. Viveva in un appartamento strapieno di libri, che una governante gli teneva in ordine; per spostarsi, prendeva l’autobus. La prima volta andai da lui insieme a Raffaele De Luca (poeta cosentino, che sarebbe morto a quarant’anni), che mi raggiungeva da Pisa per le nostre scorribande a caccia di poeti. Luzi però era diverso da tutti gli altri. Non diceva niente di particolare, non faceva nulla di eclatante. Ma… come dire… era sereno! Non c’era verso di coinvolgerlo nei discorsi su questo poeta e quest’altro, che pure rappresenta il passatempo preferito fra i letterati. In tutto quello che diceva, appariva animato da un nobile antico pudore. Ma con semplicità. E soprattutto con una grande mitezza. Era possibile intrattenersi con lui anche sulle vicende della vita cittadina, della politica. Interveniva, partecipava, era informato. Ma avevi la sensazione che fosse costantemente immerso in un dialogo con altri interlocutori, in una dimensione altra. Da cui la realtà che scorre si può guardare con pacatezza; non con distacco, ma senza le vampate della passione, senza l’egoità, senza il narcisismo dell’autoaffermazione.
Mi consigliò, una volta, di leggere Corbière. «Ci si ritroverà – mi diceva – come lei ama alternare registri diversi.» In tanti possono dire di aver conosciuto Luzi, non si sottraeva agli incontri. Ma comunella non fece mai con nessuno.
La sua poesia, inizialmente ermetica, ben presto si era aperta in un canto limpido e terso. Poesia di una costante interrogazione; che però non era mossa da alcuna ansia di rispondere. Il suo era piuttosto un procedere socratico, in cui tante voci discettavano del senso, dell’incedere, del cammino. Nel magma è stato forse il suo capolavoro, laddove i fumi della contemporaneità si scomponevano e ricomponevano in uno sguardo infine silente, intriso di religiosità.
Ricordo la prima del Purgatorio dei Magazzini Criminali. Quando si misurò con una trascrizione teatrale della cantica di Dante, scritta per la messinscena di uno dei migliori e più radicali gruppi del panorama della sperimentazione teatrale italiana dell’epoca. Cantica di Dante che così naturalmente andava componendosi insieme ai suoi versi, in una interpretazione in chiave di attesa, “il tempo lava la mente”, che è poi dire tutta la nostra vita. E comparve lui, il poeta in scena, a declamare alcuni versi, a offrire il suo stesso corpo all’ineffabile sofferenza della poesia.
Anche negli ultimi mesi della sua esistenza, chiamato a ricoprire il ruolo di senatore a vita, è stato poeta. Ossia, in spregio alle regole del linguaggio delle mediazioni e dei compromessi, sempre a servire la verità, a cercare incessantemente, a pronunciare parole di verità. Ben sapendo che la verità vera è oltre le parole; ma che il poeta ha il dovere di cercarla, di approssimarsi sino al silenzio e alla fine.
Quando appresi della sua morte mi dispiacque, per la perdita. Ma ebbi anche la nitida sensazione che niente era stato strappato: che l’opera era completa, tutto si era compiuto. Frattanto – cosa inusuale per le tradizioni climatiche della mia città – fuori dalla finestra mille fiocchi di neve scendevano dal cielo. Così scrissi, rigorosamente a penna su un foglio di carta: «Vai, Luzi, grandissimo poeta, che la bianca neve ti accompagni.»

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© Franco Dionesalvi

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