proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

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Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
Quella, non l’accettavo: l’avevo intravista e respinta già altrove. Ma si dava il caso che il giornale di Prunas, il quindicinale di critica al reale storico, da  lui ideato e voluto da lui e dai suoi amici, quel modernissimo e oltranzista «Sud» – oltranzista, a suo modo rivoluzionario – avesse bisogno di documenti di questa «realtà». Pasquale Prunas era convinto che anche io potessi trovarne; e per poter restare ancora, senza troppi rimorsi, all’ombra incantata della Nunziatella, io questi documenti li cercai. Erano le mie testimonianze di una Napoli delle palafitte, dove era passata la mia stessa adolescenza; perciò, ricordai e confrontai con la Napoli «storica», che adesso avevamo tutti sott’occhio, e scrissi buona parte, o almeno tracciai l’intero disegno, del mio libro su Napoli. Il quale, dunque, fu visione dell’intollerabile, non fu una vera misura delle cose (di misure, ero e sono incapace), e questa scelta fu dovuta a una decisione, che ricordo con gratitudine, del direttore del giornale.
Dico «direttore» per smorzare il tono della  mia voce. Quello, in realtà, era un capo, un comandante, e l’esile drappello di giovani ambiziosi, seri, educati, manifestamente poveri, che incessantemente gli facevano corona – provenienti dal piccolo ma anche dal medio popolo, e li distingueva la religione della conoscenza, dei libri, della informazione, e anche la modestia dell’abito, l’uso comune a tutti della giacchetta grigia – dunque, quell’esile gruppo che aveva per divisa, anche ideologica, o forse rivoluzionaria, la mite giacchetta grigia, non il rosso o il blu delle nuove divisioni italiane, quel gruppo gli ubbidiva puntualmente. E così obbedii, scegliendo fra misura e visione, e preferendo la visione, anche io. E questo fu Il mare non bagna Napoli.
E dopo? Dopo venne il tempo di partire. Partimmo (o morimmo?) a poco a poco, tutti. Pasquale Prunas restò ancora. E non mi è difficile – sull’eco dei passi che portarono me, e poi gli altri, un’ultima sera, sul selciato pieno di pace di Monte di Dio, davanti al portone, a quell’ora chiuso, della Nunziatella – risentire anche i passi, senza vera decisione, di un’ultima sera della Prima Giacchetta Grigia.
E posso vederne il piccolo sorriso sprezzante e dolce nel viso bellissimo, e immaginare come andasse ricordando i lieti anni della sua e nostra esplosione (di rinnovamento e gioia), non sentendo più i nostri passi, si guardasse intorno, e capisse che sì, tutto era finito. Posso immaginare il lieve soprassalto. Forse, guardò un momento in alto; forse, il suo passo rallentò. Forse era una sera senza più freddo, molto calma. Pensò di restare. Il Cortile era là, vuoto e muto. Tutti gli addii erano stati recitati. Ma perché immaginare tanto? Aveva deciso. allora volse le spalle al Cortile, e cominciò a scendere senza tristezza verso la città.

© Anna Maria Ortese

 

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