Dove «non c’è posto per la letteratura come gioco»… di Paolo Steffan

Corruptio-optimi-pessima-Antonio-Turolo

Dove «non c’è posto per la letteratura come gioco»…
Una privata lettura della poesia di Turolo
di Paolo Steffan

Da circa un secolo esiste un aggettivo, attualissimo e pregnante, che ci facilita di molto la comunicazione di un sentimento di frequente sotteso a molte opere di genio a noi vicine: “kafkiano”. Me lo ha evocato il secondo verso della terza lirica nell’opera prima di un eccellente poeta:

Direi che non è bello neanche se
asettiche zelanti operatrici
si installano fin dentro casa tua[1]

Sono figure che sentiamo brulicare dietro le grigie quinte del teatro psichico e finemente antropologico di Corruptio optimi pessima di Antonio Turolo. La loro identità ci sfugge:

Sorridono amichevoli, però
non danno mai il numero di casa
o il nome vero[2]

La loro esistenza è per noi un transito, concreto ma mai del tutto chiaro: le operatrici hanno la consistenza impalpabile ma onnipresente di un castello kafkiano e, come kafkiane inservienti, sono fuggenti ed enigmatiche; la loro mansione è di inafferrabile e pur capitale importanza, è loro il ruolo di “rimetterci in sesto”, per farci rientrare nell’ordine superiore dell’umano mercato: ci fanno infatti rientrare «nel ciclo produttivo del sociale», definizione che più di tutte ci fa bruciare dentro ‒ urticante fin dal primo contatto ‒ il vuoto pieno di un’inappartenenza ancor più alienante della stessa malattia mentale, con la quale è quasi inevitabile più volte misurarsi nelle nostre biografie ritmate dal trantran occidentale.

Dalla riabilitazione costante da un trauma che non possiamo toccare del tutto, ma che intuiamo di continuo, è solcata l’intera raccolta di Turolo, che ci fa entrare nel suo tema ossessivo: dice bene Giulio Mozzi nella prefazione, quando arguisce che non vi sia vera narrazione, vera “storia”, ma che le poesie di Turolo sembrano «raccontare, tutte e ciascuna, sempre la stessa storia, sempre lo stesso evento di volta in volta vestito di un abito aneddotico diverso».[3] Ed è proprio questo uno dei fattori di sorprendente grandezza di Corruptio optimi pessima: perché vi è un talento esemplare nel rendere necessaria ogni tessera di questo detto e ridetto senza mai sembrare che, di fondo, l’aneddoto sia davvero lo stesso. È come con l’esaurimento nervoso, che un giorno come violento crampo ti logora l’interno, ti stringe al petto e giù nel ventre fin dentro le budella, ti toglie l’equilibrio, in uno spasimo di paura che pare non finire: e dopo quel primo giorno, l’esperienza si ripete e ripete eguale, per mesi, ma tu ‒ di dentro ‒ la vivi ogni giorno come nuova, con la stessa paura della prima volta. E così accade a voltare ogni pagina di questo libro che ‒ ripetendo la stessa ossessione con lievi sbilanciamenti “aneddotici” ‒ è nuovo a ogni fondamentale sua pagina.

Ma se mi fermassi a questo, potrebbe anche sembrare ‒ a chi mi legge ‒ che io stia parlando di un artefatto di sperimentale sfoggio, di un esempio di quella letteratura che forse, oggi, non possiamo più davvero permetterci del tutto, così gratuita e grinzosa di artifici. No, Turolo va per la strada opposta alla piacevolezza dell’esperimento estetico; e la sua ci appare, più che una scelta, una direzione irrinunciabile, come dichiara schietto nella prosa poetica intitolata, appunto, Estetica (che ci ricorda da vicino anche la sensibilità poetica ed etica del più notevole poeta veneto vivente, Luciano Cecchinel, straziante maestro di verità):

Ma nella mia biblioteca interiore non c’è posto per la letteratura come gioco.[4]

Per contiguità di forma e sul filo del vero, mi urge l’accostamento con un’altra prosa poetica, intitolata Psicanalista:

Un episodio. Un giorno dico: «Intorno a me non vedo altro che rapporti di forza o di interesse: se uno non ha da offrire la propria bellezza, il proprio denaro, o potere ad un altro è destinato a rimanere solo».

Lui: «Sarebbe triste se fosse così».

Ebbene, anche oggi, ad anni di distanza, penso ancora che sia così.[5]

Se la prosa poetica, la poesia prosaica di Turolo non fosse a volte così essenziale, quasi glaciale e certa, uno potrebbe in qualche misura sentirvi anche dell’ironia tagliente e, invece, sente pura alta soverchiante la pulsazione del vero, la sua trafittura. Dissanguati di ogni infingimento, rimaniamo legati a questa lama veridica come al nostro migliore amico: perché questa lama è il lato più sofferto e, forse per questo, intenso della vita che ‒ con l’io così onnipresente e, appunto, così amico che vive nelle pagine di Corruptio optimi pessima ‒ noi condividiamo. Umanamente.

Ci contorciamo allora dentro i suoi lineari, naturalissimi, endecasillabi sciolti, quando li ascoltiamo e attraverso di loro vediamo, ad esempio, descritta con minuzia una lavanda gastrica[6]: sono versi che hanno un che di chirurgico, che ci immaginiamo scritti da un paziente sul muro bianco-sporco o verdino di una corsia di pronto soccorso, in una «routine» vomitata controvoglia, di «flebo disintossicanti» che intossicano, perché riportano al vero trantran consueto: alla «dipendenza».

Dentro il gabinetto del treno
o della sala dei professori
c’è sempre Antonio Turolo che conta
con consumata arte di drogato
le gocce del Valium che discende.[7]

Quanto vicino lo sento, quel Turolo col contagocce! In lui rivedo una parte di me, che poi rinnovo, quando la via Crucis invertita ‒ disarmante e laica ‒ che apriva il libro (con testi intitolati Discesa: stazione prima e Discesa: stazione seconda) disloca il proprio Golgota nella pianura veneta: Treviso uno, Treviso due, Treviso tre, Treviso quattro, Treviso cinque, Treviso sei, Treviso sette, Treviso otto. Otto componimenti con cui sprofondiamo nelle «sabbie mobili» della vita a Nordest, con la sua silente violenza capace di uccidere:

non credere di essere speciale,
la sanno lunga queste sabbie mobili,
ne hanno fatti fuori di più forti di te.[8]

La provincia veneta poi, vista dal basso, forse da dietro le torbide vetrate della stazione trevigiana, diventa ‒ in un distico di Treviso quattro ‒ un oscuro luogo di meretricio:

Qualche drogato, qualche magrebino,
chi vende il proprio corpo e chi lo compra.[9]

Il motivo della prostituzione ritorna e si specializza in Treviso cinque:

Non si può più lavorare!
esclama la cassiera della stazione
dopo che Maiala! le aveva detto
la prostituta dell’Africa un po’ alticcia
che si avviava a soddisfare gli ordini
della veneta maschia gioventù.[10]

Ma la prostituzione è anche intellettuale e morale: la vediamo, ad esempio, in una poesia che ritrae un frate nell’atto di «guardare con cupidigia / un uomo potente»,[11] cui fa eco, con una minima popolare sentenza l’io di Turolo che gli si rivolge senza filtri, diretto: «Per quello sguardo / Fra Giovanni / tu andrai all’inferno», con tre versi che ci sembrano per un attimo far vacillare l’intero millenario assetto di Santa Madre Chiesa.

Ma la prostituzione si annida più a fondo, dentro il tessuto sentimentale stesso della società contemporanea, fino a rifarsi malattia, in una sorta di itinerario generale che, per sommi capi, potremmo riassumere di malattia-prostituzione-malattia. E le sentiamo ‒ laide ‒ queste forze, stringersi su tutto, anche quando nell’ultima parte di Corruptio optimi pessima si impone il «grigiore» di una rassegnata «estinzione» e spunta di nuovo ‒ sintomaticamente ‒ una alienante (e alienata) figura di «inserviente».[12]

* * *

Per non troppo dilungarmi e pur sempre col proposito di ritornare in un secondo tempo a riparlarne, voglio chiudere questo insufficiente, forse eccentrico contributo sulla raccolta di Turolo, rivolgendogli con simpatia qualche verso in risposta ai suoi, che vado a ripescare da un nucleo attempato e privo di seguito, in cui mi rivolgevo a Treviso in forma invettivale in un testo intitolato Siamo costretti a comprarci dei cani (che pubblico qui una tantum):

Siamo costretti a comprarci dei caniet a sperare che vivano a lungo

per solo qualche ettogrammo di affetto.

Il resto son solo tachicardie

et tanti et troppi et battiti / et battiti et

l’insonnia di attimi et attimi che fanno

minuti et ore et minuti et mezzore

       a mezzasta

et tanti et tanti et troppi battiti ―

via via tachicardici

a l’una… a le tredici…

 

Treviso: mi fai male. Treviso: nel pensarti

nel doverti avere ― ti respingo ti rigurgito ―

nel portarti in indirizzi miocardi

→ incardinarsi → incarnirsi nel mio

vivere liscio e striato di tradimenti e tradirsi.

Ristagno in Treviso ::: disaffezione

Treviso ::: corruzione

Treviso ::: perché non sei Venezia?

(nel mio desiderarti vederti affondarti?)

Marca psico-climatica,

Marca marchio e circostanza

del mio sdrucciolarmi,

Marca ristagno e arsura

senza ardimento. Cemento?

Sui paesaggi rurali e già sui cuori

rumori rumori rumori → tachicardie

… trevisocardico riaffermo raffermo:

«Treviso magistra cancerogena ― terra mia genetrice ―

non prostituta MA pontebbana»

(2009-2010)

© Paolo Steffan

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NOTE

Tutte le citazioni sono da Antonio Turolo, Corruptio optimi pessima, prefazione di Giulio Mozzi, Portogruaro, nuova dimensione, 2007. Questa è la sua prima raccolta in un volume autonomo, ma in uno collettivo aveva già reso nota una significativa silloge, Le parole contate, in Sesto quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni, Milano, Marcos y Marcos, 1998. Per leggerne una piccola antologia dell’autore scelta da Alberto Cellotto e una sua breve ma pregna nota di commento, consiglio questo articolo su “Librobreve”.

1. Da Discesa: stazione seconda, p. 19.

2. Ivi.

3. Dalla prefazione Dichiarazione del parassita di G. Mozzi, p. 6.

4. Da Estetica, p. 74.

5. Da Psicanalista, p. 22.

6. Da Una lavanda gastrica si effettua, p. 25.

7. Da Dipendenza, p. 26.

8. Da Treviso tre, p. 45.

9. Da Treviso quattro, p. 46.

10. Da Treviso cinque, p. 47.

11. Da Tu credi, p. 79.

12. Da In casa di ricovero, p. 107.