Matteo Marchesini, Cronaca senza storia (di Martina Daraio)

marchesini

Matteo Marchesini, Cronaca senza storia (Poesie 1999-2015), Elliot 2016, € 18,50

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Il piacere (vano?) delle illusioni di Martina Daraio

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Nell’accostarsi alla poesia di Matteo Marchesini si parte prevenuti: ci si aspetta di trovare la disincantata fermezza, se non addirittura quella certa polemicità, del critico. La foto di copertina di Cronaca senza storia (Elliot, 2015) sembra voler confermare proprio questo genere di aspettativa. Leggendo le poesie che compongono la raccolta si capisce presto, però, che l’autore presenta qui un altro volto, necessario e complementare al primo. È il volto vulnerabile di chi compie la più onesta delle operazioni possibili rivolgendo il rigore critico verso le proprie, e più spontanee, mistificazioni («da adesso vivere è solo ingannare / da adesso scrivere è solo confessare»).
.  Immerso in un’atmosfera crepuscolare, Marchesini mette a verifica i «fatti, non atti» della sua esistenza e intitola tutto questo come “cronaca”, manifestando in più punti il suo rifiuto per la dialettica, per il mito e dunque per la Storia. Ma cos’è una cronaca senza storia? È una voce che sistematicamente nega, e si nega, il “piacere vano delle illusioni”. È una raccolta di poesie che mostrano la dolorosa insensatezza dell’esistenza come apparirebbe se avessimo il coraggio di guardarla per quello che è, senza caricarla simbolicamente, senza volerne trarre a tutti i costi un progetto o, peggio, un capolavoro: «Appena adesso che ormai già si chiude / il cerchio del possibile / vedi di colpo che non si è trattato / mai di creare un’opera finita / come senza saperlo tu credevi: // che questa buccia liscia è per davvero / e sarà la tua vita».
.  Preponderante è la presenza di situazioni sentimentali periture, in cui si apre uno spiraglio all’amore solo nella sua vita postuma, nella trasfigurazione della memoria, nel momento in cui l’illusione e l’esperienza sono così distanti da potersi finalmente svelare senza corrompersi. Così, al termine di Una passione, «viene la lettera in cui si promette / di conservare intatta la memoria // delle ore migliori, e a poco a poco viene / dal ricordo una storia levigata / che a narrarla ogni giorno si fa mito. / Poi, finalmente l’amore».
.  Rifiutando sistematicamente ogni rassicurante idealizzazione, Marchesini traccia la cronaca di una quotidianità tragica ma apparentemente al riparo dal «miraggio in cui la Storia cede / al suo inconscio beffardo». Ossia, come esplicitato in Bergotte, si prodiga nell’unica possibile ricerca di un senso autentico: «guardare solo il piccolo / lembo di muro giallo / come se avessi dei paraocchi da cavallo / […] Ecco: ora non aspiri più al mito, non chiedi più perché. / Adesso tu sei lui, e lui è te. / Finalmente hai capito».
Sono pagine dolorose che proiettano sulla contemporaneità uno sguardo leopardiano; ma sono pagine che non possono non piacere a chi pretende dalla poesia una raffinata padronanza tecnica, a chi ricerca in essa una profondità filosofica ed esistenziale e, soprattutto, a chi come l’autore vuole sistematicamente far cadere le maschere della propria vita.
.  Ciò che in esse è meno convincente, invece, è l’idea che non possa esserci che un insieme di cronache, di detriti senza figura, e che trovar loro una forma implicherebbe un’ennesima costruzione fittizia. Ed ecco infatti perché, come nota prontamente Paolo Maccari nell’introduzione, l’eclettismo è l’elemento più riconoscibile del percorso di questo autore: è la sola possibile cifra stilistica che lo preservi dall’inautenticità di una scelta, dal farsi artefice di una storia illusoria («Per questo ho imparato a sedurre / e non ad amare: non a tradurre, / a imitare soltanto»). Ma tale programmatico rifiuto della Storia rischia di essere un ennesimo atto di fede. Bisognerebbe chiedersi, infatti, se esista davvero l’auspicata possibilità di separare la cronaca del particolare dalle sue ripercussioni più generali o se queste pagine, in fondo, non siano che la traccia di un’altra Storia: quella di chi al piacere delle illusioni oppone il piacere di credere nella più materialistica e razionalistica delle verità.

*

Motel, mattino

La senti la slogatura dei pensieri
fino all’alba comuni, senti l’ansia
della carne alla luce, quella che solo ieri
dava l’accordo e adesso cerea pesa
sopra il mio petto, dietro le tue spalle?
Ti scansi, ti alzi, scalci nel tuo scialle
come chi rema contro una corrente.
Io faccio il morto. Per un po’ proviamo
il gioco di chi resiste di più immobile,
di chi ride per primo. Ma l’amore
della coppia qui sotto ci dà torto,
lo specchio scopre quello che non sei,
tu quello che non so. Tutto è volubile
a trent’anni, al tocco delle sei.

***

Gli occhiali

Da anni, al buio, quando non so più niente o quasi
le stesse mani mi tolgono gli occhiali
con la stessa dolcezza che si sa
senza futuro
e un breve tocco d’ironia per me
che li dimentico ancora e sempre addosso
perfino nell’amore – sì, malgrado i volti
mutevoli le stesse mani ripide
con identico cuore, con uguale
cura da anni mi piegano gli occhiali
su un comodino, un pavimento, un letto,
su un fianco nudo o sul bicchiere o il libro
di un poeta minore – e poi da anni gli stessi
capelli tiepidi (ricci più spesso,
lisci se mi illudo)
mi cadono di colpo sopra il petto
come un vento che taglia, ma non dura.
Così, con questa stessa
breve ironia, e con la stessa dolcezza che si sa
senza futuro,
nel futuro una mano toglierà
(ripida, identica a mille altre mani)
dal buio del mio sguardo i vecchi occhiali,
farà più uguali amore e cecità.

***

Opera (pp. 51-52)

“Quello che tu hai desiderato troppo
a quindici anni, a trenta l’hai avuto:

il coro dei coetanei intorno muto,
e niente riti sadici di gruppo;
uno stilnovo che con i tuoi tempi
si apre a brevi parentesi di coppia
e si richiude presto su una rabbia
forse malvagia o banalmente edipica;
qualche soldo (pochi sì ma le spalle
non scoperte) e in più gli orari anarchici,
le notti buone per la luce utopica
delle letture al bar o di sognate
intimità carnali
con passanti che poi restano tali.

Quindi il gioco è riuscito, la partita
vinta nel solo modo sopportabile:
con un po’ di vergogna per vaccino
da bere ogni mattino.

Appena adesso che ormai già si chiude
il cerchio del possibile
vedi di colpo che non si è trattato
mai di creare un’opera finita
come senza saperlo tu credevi:

che questa buccia liscia è per davvero
e sarà la tua vita”.

***

Bergotte (pp. 77-78)

Ricòrdati: devi guardare solo il piccolo
lembo di muro giallo
come se avessi dei paraocchi da cavallo.
Piega i ginocchi appena, poi
non muoverti più. E fallo, per una volta,
senza uscire in sontuosi paragoni:
impara da Vermeer com’è ridicolo
il verbo da sciamano spodestato
che opponi alle magie della tribù.

Non così, no. È inutile, ti dico,
gettare con la mano che già trema
la rete delle stanche equivalenze
sul litorale, le nuvole o le torri.
Non provarci neanche, a concentrarti
sul blu o sul rosa. Più ti spremi
per comporre una prosa, e meno cogli.
Il succo da riassumere non c’è:
solo se togli
di mezzo il fiato capirai qualcosa.

Ecco bravo, così, fermo di stucco: sei tu
la farfalla da prendere, e ormai
quasi ci siamo: ora ti balla
davanti trasparente e ambiguo il porto.
Ti puoi arrendere, adesso. Fare il morto.
Non essere la scimmia che trasforma
la materia in parole,
le parole in giudizi, ammicchi o smorfie.
Altro ti chiede la minaccia ariosa
di quel sole, il nerofumo sparso sulla biacca.
Il giudizio del vero oggi prevede
un piatto unico: il suo, muto.
Che il quadro sia tutto. Che tutto sia compiuto.

Sciogli i ginocchi adesso, cadi
senza chiudere gli occhi. Lo vedi
che niente è più irreale, che non devi
prendere appunti per classificare
più il bene e il bello, per esistere?
Finalmente hai raggiunto
qualche cosa di solido e di liquido,
di ruvido e di liscio, che resiste.
Ascolta palpitare il suo, il tuo cuore:
puoi dirti senza limiti felice.
La religione comica dell’arte
è pronta per morire
se il mondo ha una sola superficie.
Ecco: ora hai smesso di essere una parte.
Non aspiri più al mito, non chiedi più perché.
Adesso tu sei lui, e lui è te.
Finalmente hai capito.

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