Corpo a corpo #7, Mi son bardato per la serata, Piero Jahier

Jahier

Piero Jahier

.

Mi son bardato per la serata:
dal momento che volete vedermi nei vestiti
.                                                     che gridano: non è lui.
(Io che respiravo alle giunture degli abiti
.                                               vecchi come un insetto
– mi sono bardato per la serata).

E – tremando – dall’anticamera riscaldata
mi son prodotto nella luce, negli specchi e sorrisi:
– un sorcio attraversa il salone del transatlantico –
E nuotando nella luce, negli specchi e sorrisi
.                                      dell’accoglienza cordiale,
mi son trovato a parlare delle sole cose care,
a spiegare e difendere la causa della mia vita.

Ma ho visto – a tempo – il respiro della
.                                                   mia passione,
congelarsi contro i vostri visi.
A tempo mi avete guardato
come un drago che butta fuoco.

Mi domando perché mi avete invitato:

ma se è perché ho scritto tre parole sincere
e vorreste il segreto di questo mestiere:
Ci son sette porte e ho perso la chiave
.                                                per poterci tornare.

Se le ho dette, vuol dire che avran traboccato,
alzatevi presto e vedete partire la lodola
.                                                 quando il sole ha chiamato.

Nella via mentre rincasate – su molli compensate –
ritrovo la mia chiave – solo –:

.                                                    Sono stato visitato
.                                                    sono stato auscultato
.                                                    riconosciuto abile a vita coraggiosa
Dieci volte respinto – ricomincerò:
e se proprio fossi disteso, una polla di sangue
.                                                          al petto
aspettate a venirmi vicino; ancora non vi
.                                                accostate.

Ma ho ritrovato la mia chiave – solo –,
ma vi ringrazio;
ma son tornato dove non potete venire –
dove son certo che la mia parola
senza averla gridata non posso

.                                                morire.

 

 

Questo testo di Piero Jahier (1886-1966) qui presentato nella versione inserita in Ragazzo e prime poesie del 1939 (altra versione, che varia per organizzazione dei versi e per punteggiatura, è presente nell’antologia a cura di Pier Vincenzo Mengaldo) risale, come la quasi totalità della sua produzione poetica e in prosa, agli  anni che vanno fino al 1919, che coincidono, press’a poco, con l’esperienza della rivista ‘La Voce’ a cui Jahier aderisce e di cui incarna l’anima più popolare e di sinistra. Questa poesia, a differenza di altri suoi testi, si presenta come un’affermazione di radicale incomunicabilità con gli altri da parte dell’io poetico e di orgogliosa e ostentata solitudine dovuta alla stessa ispirazione poetica che Jahier rivendica senza esitazione. Nella situazione che Jahier mette in scena, una occasione pubblica in una serata di gala, quasi fosse un monologo teatrale o un dialogo a una voce, viene messo in evidenza il drammatico sdoppiamento a cui è costretto, suo malgrado, il poeta quando si relaziona con gli altri, con il pubblico, che lo costringe a indossare letteralmente e metaforicamente panni non suoi, che gridano: non è lui, a bardarsi, come viene ripetuto due volte, per una situazione che mira a snaturarlo e a sovraesporlo, in cui l’io lirico si sente totalmente fuori luogo, attraversando i saloni della festa (tremando […] mi son prodotto nella luce), che forse non sono altro che la festa feroce della vita, a cui è stato invitato, come un sorcio un transatlantico. Sembra quasi che i vestiti, la posa che deve assumere per far fronte alle effimere relazioni e dialoghi che è costretto a intrattenere, più che proteggerlo, coprirlo, lo espongano al ludibrio silente, fatto di sguardi  più che di parole e alla radicale incomprensione degli altri, i visi su cui si congela la passione della sua vita.

Jahier quindi sembra cogliere la componente psicologica e il relativo aspetto germinale del fare poesia, l’esporsi radicale nell’incontro, al tempo stesso necessario e arbitrario, della penna con il foglio bianco, la necessità di quelle tre parole sincere che sono emerse dal profondo del proprio essere, chiuse da sette porte. Esse sono le sole cose care, come sostiene alla fine del dodicesimo verso, in cui, in una studiata allitterazione, mette in risalto l’essenziale del dire poetico e il rischio che esso comporta, perché, lo sappiano o no gli ‘altri’, nella poesia è in gioco la vita nella sua essenza, essa è il sangue di cui si alimenta l’esistenza e che sgorga da quella ferita radicale che è la parola. Parola che è per il poeta al tempo stesso farmaco e veleno, ma senza la quale la vita non gli sembra degna di esser vissuta, e nel mestiere di poeta si scopre il destino, la vocazione di un’intera esistenza, e qui gli echi della sua educazione protestante sono evidenti. Perché quello che gli altri non potranno mai capire è che per ogni parola, per ogni verso, per ogni  poesia che si scrive c’è un alto prezzo da pagare, l’aderire, costi quel che costi, a ciò per cui ognuno è stato chiamato. In questa fenomenologia dell’intenzione poetica Jahier, forse involontariamente, coglie un aspetto che i poeti tutti non confessano volentieri a loro stessi: il nucleo narcisistico vittimistico del loro relazionarsi alla propria opera e alla ricezione che gli altri ne hanno. In tale nucleo la dimensione del sentirsi incompreso è parte costitutiva, e tale stato d’animo è evidente in molti passaggi del testo (Ma ho visto – a tempo – il respiro della/ mia passione,/ congelarsi contro i vostri visi) che virano verso il patetico, Jahier, però, riesce a mantenersi su questo sottile crinale senza mai cadere nel patetismo, anzi riesce a trasformare – attingendo al clima filosofico e artistico di inizio Novecento in cui le categorie di “vita” ed “esistenza” diventano questioni centrali nel dibattito culturale – questo senso di incomprensione in uno scontro tra dimensione autentica dell’esistenza, rappresentata dal poeta che si mette a nudo, e gli ‘altri’, rinchiusi nella dimensione della chiacchiera da salotto, nell’inautenticità, che osservano il poeta stesso come un animale fantastico (un drago che butta fuoco), solo guidati da una curiosità superficiale. Ma mentre gli spettatori distratti non mettono in campo che la loro curiosità, il poeta mette in gioco ben altro e quindi è di gran lunga più vulnerabile, egli mette in gioco il respiro della sua passione,  la causa della sua vita, rivendicando orgogliosamente il suo esser incompreso.

La drammatizzazione del testo è sottolineata dall’uso delle coordinate, che rendono il discorso nervoso e franto e delle parentetiche che, invece, gli fanno assumere un andamento meditativo. I versi, cadenzati da cesure forti e dall’uso delle anafore e delle epanalessi, restituiscono un dettato venato di un’incalzante tensione emotiva; le spezzature continue dei versi pongono in rilievo soprattutto le parti in cui l’io lirico si mette a nudo, e mette a nudo il suo rapporto vitale con la parola poetica. Nel climax dell’ultima strofa, con l’avversativa ‘ma’ in anafora, vi è la definitiva divaricazione tra chi ha dedicato le sue pur esigue forze alla missione poetica ed è disposto a correre il rischio di perdersi per poi sperare di ritrovarsi e gli altri che non mettendo in gioco nient’altro che la loro superficiale curiosità simboleggiata dal quel rincasare su le molli compensate contrapposto alla polla di sangue che dice la condizione del poeta, che soltanto quando è di nuovo veramente solo, senza che nessuno lo possa avvicinare, può ritrovare l’accesso alla sua vocazione, la chiave che gli permette di ritornare al cospetto del suo Sé più profondo di cui la poesia dev’essere espressione. Ma l’incontro con gli ‘altri’ – che potrebbero essere il pubblico di lettori, la massa di persone o forse il mondo stesso dei letterati e poeti che quando non scrivono si trasformano essi stessi negli altri anonimi e distratti – pur nella sua negatività, o forse proprio grazie ad essa, costringe l’io lirico a confrontarsi consapevolmente con la propria vocazione, filtrandola con l’ironia (ma vi ringrazio), superando una vera e propria visita d’idoneità (Sono stato visitato/ sono stato auscultato/ riconosciuto abile a vita coraggiosa/ Dieci volte respinto – ricomincerò:), lo costringe a riappropriarsi della chiave che gli consente di accedere al nucleo originario della propria ispirazione poetica, al luogo in cui ogni poeta più che dire è detto, più che agire è agito ma che ora vede, nel climax finale, nella sua cristallina e inaggirabile necessità. Un luogo in cui nessun’altro può accedere, in cui gli altri con la loro chiacchiera inautentica sono esclusi per sempre, in cui si compie la missione di una vita, in cui le parole esplodono in un grido, al tempo stesso disperato e di liberazione, e dicono il  proprio solitario destino, solitario come l’ultima parola isolata dal resto del componimento, prima di morire.

© Francesco Filia

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