Jonathan Carroll, “Mele bianche”

J. Carroll, Mele bianche, Fazi 2015 - euro 16,50, e-book euro 6,99
J. Carroll, Mele bianche, Fazi 2015 – euro 16,50, e-book euro 6,99

Di un libro bisognerebbe avere la possibilità, a volte, di non leggere fascette o quarte di copertina. Di più: bisognerebbe avere la possibilità di non sapere a quale genere si dedica, principalmente, il suo autore.
Potrebbe essere il caso di Mele bianche di Jonathan Carroll (2002, in Italia di nuovo con Fazi 2015, traduzione di Lucia Olivieri). Le prime pagine vedono il passeggiare di un uomo, Vincent Ettrich, fino alla vetrina di un negozio di intimo per donne; dall’altro lato della vetrina una donna bella, bruna e sottile, che sistema la merce e all’improvviso risponde spontaneamente a un suo spontaneo saluto; i due vanno a cena e lui riflette, mentre le strappa gesti e sorrisi che denunciano attrazione, sulla riuscita del suo corteggiamento. La donna si chiama Coco. A questo punto possiamo pensare (e sono passate alcune pagine) che il libro potrà svilupparsi in una storia d’amore o in un velenoso dramma borghese.
Senonché Vincent è morto, e ben prima di pagina uno. Ma non l’ha tenuto nascosto a nessuno: lo scopriamo con lui, è proprio Coco a inchiodarlo a questa certezza (e probabilmente non per la prima volta) spingendolo a tastarsi il polso. Vincent è morto da mesi e continua a non ricordare né il momento né chi, e perché, l’abbia portato indietro. Scoprirlo è il compito del libro.
Si dice a volte che la vera meta è il viaggio, e anche se chi scrive raramente è d’accordo il proverbio si adatta bene al libro in questione. Dall’inizio in medias res al finale aperto, Mele bianche è un perfetto congegno di divertimento tra viaggi temporali e visitazioni spaventose, sprazzi lirici e visioni da incubo, trovate che non fanno simbolo ma frugano nell’immaginario del grottesco per creare un universo mitico a sé.
Un Carroll non in perfetta forma di scrittura, ma un Carroll che si diverte senza risparmio, specie nei passi visionari, legati agli altri senza soluzione di continuità e poi abbandonati con altrettanta naturalezza:   

Il parcheggio era un grosso piazzale quadrato, ai cui angoli erano posizionati quattro grossi lampioni, più altri tre nel mezzo del piazzale. Gli occhi di Coco si spostarono rapidamente dall’uno all’altro. In tutti e sette stava accadendo la stessa cosa: scendendo verso terra i raggi di luce si addensavano lentamente sino ad assumere fattezze diverse. Ma non era cosa di cui potessero avere percezione gli esseri umani poiché i loro sensi sono estremamente rozzi e poco perspicaci. Era come portare un cane all’opera: avrebbe anche potuto mettersi ad abbaiare eccitato da tanto trambusto, ma alle sue orecchie Mozart sarebbe rimasto né più né meno un rumore come tanti altri.
Sebbene fosse più che consapevole di quel che implicava quello spettacolo luminoso, Coco non poté evitare di osservarlo rapita. Era indiscutibilmente incantevole. La luce pioveva a terra, poi, lentamente, alcuni raggi si inarcavano e prendevano un’altra direzione oppure, improvvisamente immobili, si frantumavano o rifluivano verso l’alto. Come piombo o cera fusa lasciata colare nell’acqua, la luce si addensava, si arricciava, si spandeva, ricongiungendosi ad altre fasce luminose e dando vita a forme squisite e inenarrabili.
Se qualcuno le avesse domandato cosa stava accadendo, Coco avrebbe tranquillamente risposto che si trattava del modellarsi della coscienza. La luce emanata dagli enormi lampioni si scomponeva in un gran numero di raggi che si separavano e correvano in tutte le direzioni per riunirsi infine in mille modi diversi a creare innumerevoli presenze, tutte ugualmente piene di vita. Coco avrebbe potuto dare un nome a ognuna di quelle diverse forme animate, ma non era necessario. Aveva già visto quella scena in passato e la sua reazione ancora una volta era la stessa: attrazione e paura. Del resto non c’era nulla che potesse fare se non starsene a guardare.

Mele bianche è, più che una storia, una scatola piena di immagini ben dosate e potenti, in successione rapida e incalzante, capaci di superare una narrazione ballerina per imporsi come centro del libro, indipendenti, pronte a tornare alla mente più forti di qualsiasi trama. Ci si ricorderà a lungo del molosso nel ristorante affollato, delle tessere di mosaico sospese su un tavolo a simulare il Big Bang, della folla di bambini che massacrano un elefantino allo zoo. Qualcosa toglierà il sonno, ma qualcosa gli darà un pizzico di pepe:

«Almeno una volta nel corso della vita ognuno di noi vede in sogno la propria morte, sin nel più piccolo dettaglio. Ma facciamo venticinquemila sogni nella nostra vita, così non vi prestiamo molta attenzione. È un sogno come tanti altri oppure è un incubo orribile da cui ci svegliamo terrorizzati e l’unica cosa che desideriamo è dimenticare quell’esperienza spaventosa. Così balziamo su dal letto e iniziamo la nostra giornata, e quel ricordo pian piano svanisce».

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