“Varianze” di Maurizio Giudice (Giuliano Ladolfi Editore, 2015)

Maurizio Giudice, VarianzeAi margini non ci sono nomi, ma corridoi vuoti
e macchinette rotte.

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Da molto ripeto a me stesso che bisognerebbe continuare a pubblicare piccole plaquette di poesie invece di pseudo libri compiuti; accogliere meno l’estro ineducato di chi vuole a tutti i costi vedersi pubblicare un titolo uguale a tanti altri; educare, insomma, a misurare il proprio passo e il proprio respiro.
Ecco perché ho gioito per la pubblicazione di Varianze, di Maurizio Giudice, da parte di Giuliano Ladolfi: perché Ladolfi è un attento editore quando si assume tutta la responsabilità di un’operazione come questa (e la prefazione ne è testimone).
Attraverso tredici brevi poesie il catanese Giudice ci invita a riflettere sul senso di spaesamento, straniamento che coglie sempre chi si pone domande sull’esistere, sottraendo ogni elemento superfluo fino alla scarnificazione assoluta: è ciò che resta ciò che conta! E potrebbe trattarsi anche di un’interrogativa indiretta alla quale potrebbero rispondere i quattro versi di Valerio Magrelli posti in esergo («Questo per dire quanto / resta di qua della pagina / e bussa e non può entrare, / e non deve»), tratti da una poesia di Ora serrata retinae che era già una dichiarazione di poetica in quel folgorante attacco («Dieci poesie scritte in un mese / non è molto anche se questa / sarebbe l’undicesima. / Neanche i temi poi sono diversi / anzi c’è un solo tema / ed ha per tema il tema, come adesso»), e che ora viene assunta in toto da Giudice (se è lecito da parte mia dare questo valore a un esergo).
Detta così ogni cosa sembra ovvia, banale e soprattutto sa di già scritto e riscritto. Ma cos’è la scrittura se non riflessione e meditazione su un pensiero formatosi prima e che si tenta di fermare sulla carta, nella piena consapevolezza del fallimento («Il foglio che non ho saputo scrivere è stato usato / per appuntare verdure e numeri di telefono»)?
E allora si ricercano i mezzi per tenere a freno il rischio, arginare la materia: lo spazio e il tempo. Ridurre all’essenziale il ricorso alla parola senza correre il pericolo di mimare la lezione di Ungaretti (lontana anni luce), ma semmai distillando quella più luminosa di Luzi, ridotta all’osso.

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Permanenza

Non alle cose che verranno,
ma alla custodia di queste, al pane
mangiato in fretta, ai tuoi occhi vuoti
mentre parliamo d’altro.

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Così che il silenzio non basta,
bisogna raccontarlo, indicarvelo
col dito − un rumore
ininterrotto,
fermarsi: ecco.

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Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine.
Fossi nel punto cieco degli occhi, nei numeri divisi, moltiplicati.

Fossi nelle finestre aperte su cortili sbagliati. Fossi varianza, polimetria.
Fossi plurale, incerto, tradotto. Fossi piega della mano.

Altro e identico.

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Abbiamo attraversato vent’anni,
ma non sono serviti a renderci familiari.

Che il dolore non fosse una moneta di scambio
non ci è mai venuto in mente.

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Maurizio Giudice, Varianze, Giuliano Ladolfi Editore, 2015 (copertina)Maurizio Giudice
Varianze
Giuliano Ladolfi Editore
2015

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© Fabio Michieli     su Twitter @michielabio

7 comments

  1. Avevo letto “Varianze” nella loro versione estesa, presentata in occasione del premio Opera prima 2012 di Poesia 2.0. Trentatre poesie divenute nella edizione a stampa tredici, con due o tre aggiunte e qualche variante (appunto). Anche gli eserga da tre si sono ridotti ad uno. Un radicale lavoro di editing che tenderei ad attribuire a Ladolfi e che ha privilegiato i testi brevi e brevissimi. Nel complesso ha fatto bene all’opera, che è comunque esile (e non perché si tratta di una plaquette), anche se qualcosa d’altro avrei salvato. Un’operazione che, ad averla sott’occhio, è davvero interessante. All’epoca della selezioine del premio lo giudicai complessivamente insufficiente, lo dico per correttezza, per quel che potesse valere la mia opinione. Oggi probabilmente lo giudicherei in maniera diversa.
    Saluti

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  2. Se ciò che leggiamo ora, Giacomo, è il risultato di un lavoro di riduzione per aumentare la pregnanza, la valenza dei testi, sia lode al lavoro fatto.
    Un lavoro sicuramente di concerto, tra Giudice e Ladolfi; un lavoro di dialogo.
    Grazie Giacomo per questo commento.

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    1. Gentile Cerrai, la ringrazio innanzitutto per il giudizio dato a Varianze. La raccolta del 2012, a ripensarci ora, sono felice che non abbia trovato sbocchi editoriali; molti di quei testi, se hanno avuto senso per la mia ricerca, erano deboli, ma al tempo non riuscivo a rendermene conto. A Giuliano ho presentato 13 poesie, seguendo la sola regola del necessario (rispettare il lettore, prima di tutto: niente di superfluo) e del valido (se avevo un piccolo dubbio su un testo, lo scartavo): è stato un azzardo e devo ringraziare enormemente Giuliano per il coraggio che ha avuto nel pubblicare un’opera così breve, per la fiducia data alla mia scrittura, che ero sul punto di perdere.

      Un caro saluto,
      Maurizio

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      1. Caro Maurizio, sono contento che il lavoro di editing sia farina del suo sacco, in genere i poeti (me compreso) sono un po’ restii a dare di forbici. Buon segno. Il lavoro, avendo sott’occhio l’ “originale”, è stato coraggioso e evolutivo (“molti di quei testi…erano deboli, ma al tempo non riuscivo a rendermene conto”) e il risultato, ripeto, ne ha guadagnato, soprattutto in immediatezza. Meglio così. Se ero tentato di dare credito all’idea che fosse stato Ladolfi a fare da “miglior fabbro”, è perchè sono pochini (rari) gli editori che entrano in sintonia con quello che pubblicano. E sono sicuro che lui è uno di questi.
        Saluti

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