La botte piccola #2: Andreas Eschbach, “Ti vedrò ancora”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il secondo appuntamento è con Ti vedrò ancora di Andreas Eschbach. Buona lettura.

Edizione italiana tascabile di A. Eschbach, "Miliardi di tappeti di capelli", Fanucci 2006, trad. it. di Robin Benatti, euro 7,90

Edizione italiana tascabile di A. Eschbach, “Miliardi di tappeti di capelli”, Fanucci 2006, trad. it. di Robin Benatti, euro 7,90

Sto barando. Ti vedrò ancora, di Andreas Eschbach, non è un racconto ma un brano del suo romanzo d’esordio Miliardi di tappeti di capelli (1995, in Italia Fanucci 2001, traduzione di Robin Benatti). Vincitore del Gran Prix de l’Imaginaire nel 1999, il libro di Eschbach, appartenente al genere fantascientifico della Space opera, è in realtà una raccolta di racconti, un album di personaggi – ciascuno con il suo sistema – che ruota attorno alla presenza-assenza di un inarrivabile Imperatore galattico, e alla voce di una sua presunta detronizzazione da parte di un’armata di ribelli.
Il libro tratteggia all’inizio una società arcaica, priva di qualsiasi tecnologia, che ha come esponenti di spicco la casta dei tessitori di tappeti. Ognuno di loro utilizza i capelli di mogli, figlie, concubine, per tessere per tutta la vita un tappeto che passerà di generazione in generazione come tributo all’Imperatore. Lentamente il racconto risale, si stacca dalle radici e si muove da una zona all’altra del pianeta, da un viaggio all’altro nello spazio, attraverso navicelle, luoghi nuovi, scarti temporali, a rendere chiaro che la prima ambientazione non era che la provincia più estrema di un Impero vastissimo. I capitoli sono legati dal richiamo di un evento, dalla presenza di un personaggio, e assieme sono tasselli indipendenti sul mistero della sorte dell’Imperatore e della reale destinazione delle centinaia di migliaia di tappeti che si credevano stipati nel suo palazzo.
Scegliere un racconto è difficile. Quello di apertura, in cui il tessitore di tappeti, che può avere un solo erede maschio, risparmia il figlio neonato e uccide quello uomo in odore di ribellione? O il centrale “Le dita del flautista”, dalla scrittura perfetta e dove esplodono tutti i contrasti in gioco, in cui un ragazzo diserta la flotta imperiale per continuare a suonare e, catturato, viene salvato dal suo insegnante che lo chiama “maestro” a sua volta? O “Il Palazzo delle lacrime”, il cui sovrano è attaccato da millenni a una macchina che lo tiene in vita su un pianeta deserto, immobile davanti al ritratto del suo vincitore?
La difficoltà non sta nel profondo legame tra i racconti, che pur creando un organismo sono perfettamente leggibili di per sé. La difficoltà è nel momento di luce di cui ognuno di loro brilla: l’ingresso dell’Imperatore, il desiderio di una vecchia davanti al corpo nudo di un ribelle, il silenzio rancoroso del consigliere davanti agli archivi dell’Impero abbattuto.
Mi ritrovo a scegliere così, per paradosso, il racconto che ho amato di meno durante la lettura ma che sul finale mi ha provocato una scossa dolorosa lungo la nuca.

Su una stazione spaziale attaccata di fresco (e quelli su navicella sono i più deboli tra i racconti di Eschbach, per il resto grande costruttore di mondi), il supervisore Ludkamon viene assegnato alla riparazione di un settore della base. Il lavoro lo secca, anche se ha finalmente la possibilità di guardare di nascosto dentro uno dei container che si è rovesciato (gli sembra ci sia una massa compatta, pelosa al tocco). Lo secca perché è circondato da semplici magazzinieri, e perché Iva, la ragazza che ama, ha conosciuto il magazziniere Freuk e spesso lascia il suo letto per andare anche in quello di lui. Ludkamon è addolorato, geloso e umiliato: lui è «un esile ragazzo dall’aria sinistra, piuttosto maldestra, che per il resto offriva un aspetto mediocre», mentre Freuk è grosso, sicuro e spensierato. Iva non ha intenzione di rinunciare a nessuno dei due, allora Ludkamon propone a Freuk una sfida: parteciperanno entrambi per la prima volta al campionato, e chi perderà dovrà ritirarsi dalla relazione con Iva.
Il campionato è una sorta di gioco ai rigori tra due sfidanti con delle sfere olografiche da muovere con il pensiero. Eschbach non si intromette nella narrazione per chiarirlo, ma il gioco deve essere una componente fondamentale per assicurare una valvola di sfogo a una comunità rinchiusa in una stazione spaziale. In più, al vincitore del campionato viene promesso uno scatto professionale, l’accesso al leggendario Settore Superiore.
Progressivamente i due sfidanti battono tutti gli altri avversari e, superati anche i campioni, si ritrovano soli in finale. Qui Lukdamon comincia a riflettere sulle implicazioni della vittoria: spostarsi al Settore Superiore potrebbe voler dire non vedere più Iva, consegnarla al suo rivale. Quindi sarebbe strategicamente perfetto impegnarsi a perdere il campionato. Eppure, pensa, vincere vorrebbe dire scoprire cosa c’è un Settore proibito, accedere al lusso e a una vita prolungata, e lui sta forse per rinunciare a questa occasione, «gettarla per una donna volubile…»
Non fa in tempo a pensare che le sfere superano la porta di Freuk e Lukdamon viene dichiarato vincitore. Il suo avversario ha pensato prima di lui alla possibilità di perdere intenzionalmente per sbarazzarsi del rivale mandandolo in un Settore lontano. Iva piange, Lukdamon promette che la rivedrà.

Gli allacciamenti erano pronti. La struttura prevista per ricevere il nuovo membro del Settore Superiore era aperta. Le soluzioni nutritive affluivano regolarmente in un intreccio di condotti trasparenti. Il medico controllava gli strumenti, non indicavano nulla di anormale. Era routine. I condotti argentati e flessibili si immergevano nella bocca mezzo aperta del paziente; cavi di colore grigio chiaro erano collegati alle narici e alle incisioni che gli avevano fatto nella zona occipitale rasata per l’occasione. Gli occhi e le orecchie erano già stati rimossi e sostituiti da un modulo elettrico. Lo sguardo del medico scivolò passando sul corpo sottile e nervoso del ragazzo. Si trovava dinanzi a lui, sulla tavola, e un rammarico fugace lo invase. Scacciò questi pensieri, collegò la sega e iniziò a separare la testa dal tronco.
«Iva, bisogna che lo dimentichi.» Freuk teneva le mani di Iva tra le sue gambe enormi e la osservava rassegnato. Gli occhi della ragazza erano rivolti verso un punto lontano. «Adesso è nel Settore Superiore, fa parte della classe dei dirigenti. Non credi che potrebbe chiamarti in qualunque momento, se lo volesse?»
Iva scosse lentamente la testa. «Non posso credere che mi abbia dimenticato, così rapidamente.»

Vedeva con mille occhi, aveva mille braccia. Nei pensieri, sentiva gli ordini che doveva effettuare e, con la sola forza della mente, controllava anche le squadriglie di robot teleguidati da combattimento che incrociavano lo spazio attorno al portale di sbarramento. Collegato al sistema informatico i cui circuiti e cavi percorrevano tutta la stazione spaziale, vedeva tutto e sarebbe vissuto nei secoli.
Ti vedo, Iva. Con mille occhi ti vedo. Non te l’avevo promesso?

© Giovanna Amato [a SiRe]