Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi

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Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi, Passigli Poesia, 2015

C’è un racconto, nella raccolta Tre sentieri per il lago (titolo dell’edizione italiana) di Ingeborg Bachmann, che continua  da decenni ad esercitare su di me il fascino  dell’unione di nitore e ironia.
Questo racconto è Occhi felici (il titolo originale, Ihr glücklichen Augen, è una citazione dal Faust di Goethe). La protagonista, Miranda, è ‘dotata’ di una fortissima miopia e questa si manifesta nel corso degli eventi narrati non tanto come preclusione alla completezza, quanto, piuttosto,  come la scelta consapevole di una visione altra. È una visione che seleziona, discerne, esclude ciò che è gretto. Non ignora la disperazione, anzi è ben consapevole che è proprio questa a nutrire l’esistenza delle creature (si mescola, com’è legge naturale, sembra di capire, ad ingredienti di segno opposto; il risultato di tale miscela resta oggetto della ricerca di chi scrive e indaga); tuttavia, non si limita ad aggirarsi solo tra le stanze tetre dello sconforto. Supera, dunque, la disperazione; ne conserva memoria, ma non sguazza, non si compiace in essa.
Quando ho letto L’abitudine degli occhi, la raccolta più recente di Monica Martinelli, non ho potuto fare a meno di pensare a Occhi felici. Come per il racconto di Ingeborg Bachmann, anche per le poesie di Monica Martinelli pare quasi di vedere il movimento ripetuto, per consuetudine e necessità, di chi strizza gli occhi per mettere a fuoco, di chi, ancora, fissa lo sguardo dinanzi a sé, come per abbracciare obiettivi distanti. È vero che si può inciampare nel gradino sotto il nostro passo; è vero che il pericolo di sbattere contro l’ostacolo vicino e ‘mancato’ è una costante. È vero, altresì, come succede a Miranda in Occhi felici, che quella miopia con effetti caricaturali e serissimi allo stesso tempo, come in una comica di Buster Keaton, dà corpo e vita a una visione del mondo sui generis, ma dalla struttura decisamente rigorosa.
L’abitudine degli occhi ha una struttura rigorosa, articolata come una mappa epistemologica dell’esistenza. I sette ambiti che la compongono fanno riferimento ad altrettante aree della ricerca scientifica. Basta scorrerne i titoli per avere un’idea chiara dell’ampiezza dell’indagine: Fisiologia del dolore, Chimica dei sentimenti, Atteggiamenti del corpo, Meccanica dei passi e delle foglie, Fisica del quanto e del come, Geologia delle case e delle cose, Biologia dell’indifferenza. Proprio scorrendo i titoli, d’altro canto, ci si accorge che al quadro d’insieme proposto non è mai disgiunta l’ironia, la capacità di capovolgere la visuale, di mutare l’angolatura dalla quale cogliere, percepire, per poi restituire con effetti diversi, che si muovono tra i poli dell’empatia e dello straniamento, oltre che con parecchi strumenti, usati, tra l’altro, per scavalcare i confini tra le discipline scientifiche alias angolature: così nella sezione Fisiologia del dolore versi come «siamo muri surriscaldati» rimandano al mondo della fisica,  mentre nella sezione Geologia delle case e delle cose è la botanica a fare capolino («non è colpa della misticanza»). La caratteristica costante è un dettato chiaro; netta, nitida è la selezione operata, di volta in volta, dallo sguardo. Unione di nitore e di ironia, come ricordavo all’inizio di questa nota: L’abitudine degli occhi di Monica Martinelli schiude, rende accessibile questa unione. Il segreto per coglierla pienamente, per scovare il riso sovrano e impertinente alle calcagna della constatazione malinconica? Assecondare la rapidità e il cambio repentino di punto di vista e di tonalità.

© Anna Maria Curci

*

Maestranze

Siamo muri surriscaldati
pareti confinanti
separate da spazi siderali.
Ci sfioriamo
a simulare una pena di turno
che ci trattiene in sorvoli d’ansia.

Io ospite sgradita,
paziente come un condannato
ostaggio di vane trattative.
Mucchietto d’ossa rinsecchite
a sbattermi in un coraggio sconosciuto
immerso in calcare di sconfitte.

M’improvviso saltimbanco
tra sobbalzi e respinte.
È un soprassello vertebrale
intriso di commozione.
E le mie vertebre hanno il tuo nome.

Ombre allungate
schiacciate sull’asfalto,
stracci alle fiamme di un pagliaccio
che non fa ridere.

*

E siamo qui, attraversati
da questo borgo antico
in questo tempo agitato
da un vento di incertezze.
I fiori aprono petali
sfioriti come il mio nome.
Seduta accanto a te di cui conosco
i filamenti della pelle
i fili della rabbia intessuti
col sangue e poi ancora fiori
petali spampanati
colorati d’attenzione
rossi come il sangue
rossi come il cuore,
il centro del corpo da cui tutto dipende
fino a quando cede il passo
al riposo che ci aspetta dopo
tanto movimento.
Il profilo delle unghie si sfilaccia
in strati di ricordi buoni
per chi ne ha fame.

Genzano, Infiorata

*

Il corpo si concentra
finché il sangue pulsa
ma non c’è libera circolazione,
tutto è disposto e poi dissipato.

È una danza di vibrioni impazziti
che oscillano in sofferenza.
Dentro non c’è pace,
infinito tendere, straziante attesa.

E dopo giunge il silenzio della terra
ovunque e immenso.

*

Una gru solitaria
sovrasta la città che dorme
la sua ombra guarda dall’alto
e fotografa senza obiettivo.

A volta si resta sfocati
leggeri come foglie che si involano,
come dopo un amplesso consumato
sembra di stare distesi ad aspettare
su nuvole di pioggia
che svaporano.

*

Due corpi sferici si sfidano nel cielo
uno di fronte all’altro
ognuno per sé, così distanti
eppure nello stesso ciclo.

Quando uno sorge
l’altro sparisce
scoccate le sue ore
e così sempre.

Anche noi terrestri
seguiamo analogo destino,
chi nasce poi muore
però non risorge.

Mentre un pallone
fa piangere o gioire
un giorno a settimana.
Anch’esso è un corpo sferico
e rotola inutilmente sulla terra.

*

Non è colpa della misticanza
se sento ciò che fa muovere le cose
se conservo l’addio
come una carezza allo stupore

e mi perdo nel cedere il passo
a un giorno bello
che ti rincorre e aspetta
solo che te ne accorga.

Dargli vigore
è un gioco leggero
come scoprirlo
prima che ci abbandoni.

*

Il mio pensiero è per il mare e il suo mistero,
il suo unico fine è ondeggiare, agitarsi
proprio come me che sono inquieta
e come lui fremo per quelle nubi
che ci stanno sopra
e non ci danno tregua.

Capisco il suo affanno
il suo esserci sempre e non saperlo
non pensando al domani
che per lui sarà ancora come oggi
e come sempre
mentre per me domani sarà un giorno
di meno nell’attesa.

Intanto un gabbiano vola a pelo d’acqua
s’alza e sparisce oltre una finta quiete.

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Monica Martinelli è nata a Roma, dove vive e lavora nella Pubblica Amministrazione. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università “La Sapienza” di Roma e un dottorato sui rapporti tra Cina e Unione Europea, ha scritto articoli e recensioni sulla rivista letteraria “Rassegna di letteratura Italiana”. Prima della raccolta L’abitudine degli occhi ha pubblicato Poesie ed ombre (Tracce, 2009) e Alterni Presagi (Altrimedia, 2011). Ha pubblicato poesie nelle riviste “Poeti e Poesia”, “Poesia” e “Orizzonti”, racconti e poesie in antologie e in blog letterari (ViaDelleBelleDonne, Neobar, La presenza di Erato, L’ombra delle parole). È redattrice della rivista di cultura letteraria e arte “I Fiori del male”.

2 comments

  1. Rinnovo i miei ringraziamenti ad Anna Maria Curci per questa preziosa nota di lettura de L’abitudine degli occhi e per l’accostamento con il racconto di Ingeborg Bachmann Occhi felici.
    Grazie alla redazione di Poetarum Silva per l’ospitalità.
    Saluti
    Monica

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