Marilena Renda, La sottrazione (di Mario De Santis)

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Marilena Renda, La sottrazione, Transeuropa, 2015, € 10,00

di Mario De Santis

 

Con il nuovo libro di poesie, La sottrazione, Marilena Renda introduce nella scrittura un doppio movimento tra il  lavoro esistenziale a cui è chiamata nella sua realtà biografica di insegnante (che pure è molto presente nel libro) e la sua attività di poeta: là dove la prima si trova ad insegnare parole, istituzioni, logica  e secoli,  la seconda  è inevitabilmente anche un’opera di disintegrazione o di ricreazione,  disgrega il senso delle cose e dei linguaggi e così prepara o ripara i crolli e le distruzioni del senso. E tuttavia anche  l’insegnante come il poeta  si trova  nella posizione – specie verso l’alunno bambino – di chi introduce nella vita di quest’ultimo le parole della prima volta,  parole nuove – e magari parole nuovissime a bambini che arrivano da lingue materne altre. Si tratta dunque, nell’ottica de “la sottrazione” di una convergenza.

Il poeta parla dalla posizione di una radice della langue non ancora strutturata o capace di essere lingua nuova e da quella posizione Renda sintetizza in un verso che si incontra tra i primi testi del libro  e dice la necessità  primaria forse sia al poeta che al maestro che a chi legge ed ascolta:  “devi abbandonare parole stanche” ritrovando ciò che è “tuo” rispetto ad una langue del “loro”. Allora “metti in bocca il sangue d’orso” dice alla fine nella stessa poesia,  introdotta da una presenza animale che poi torna nel libro a segnalare un’anteriorità, una dimensione prelogica prelinguistica come riferimento.

L’animale è vita pura. Opposta a storia che è rovina. Come già il precedente libro, Ruggine,  entra anche in questo l’idea, metaforizzata dalla  biografia di chi ha abitato nelle case d’emergenza del post terremoto di Gibellina  – e anche  in questo libro il punto di vista è come fosse da un dopo-catastrofe. Chi  vive nello “slum”, scrive Renda citando Lapierre, chi ha visto la catastrofe ha  “più uova nel paniere”, è spinto da “una vita che non si ferma mai” – la stessa vita e la stessa catastrofe che ora porta i bambini nelle nostre classi e a loro vanno insegnati “i segni del mondo” e la sintassi che tutte le cose hanno.
Nemmeno noi siamo fuori però dal senso di catastrofe, non siamo salvi:  è nella disseminazione di cose usate, oggetti desueti e recuperati – dalle macerie di una storia finita come “le posate/ le monete spaiate/ le tazze che nessuno vuole”. Il compito allora comune, tra noi e chi si affaccia al mondo,  è quello di riparare i disastri della storia, anche minima, recuperando, “tenendo dritta la sedia rotta”, recuperare e farne “una cosa terza, che non c’era”.
I bambini di altre lingue, presenti nella  dedica del testo,  presenti in alcuni componimenti, diventano l’emblema di un’alterità che si sovrappone a quella a cui si rivolge il poeta. Per entrambi il compito è il passaggio attraverso le parole e il  “come si dice” la cosa  –  frase che è  attacco di un verso ma anche la domanda più frequente nella dinamica di chi insegna, appunto,  le parole e le cose.

Qui si incrocia anche la scelta stilistica del libro: la poesia di Marilena Renda si muove dentro un’idea – più che una pratica – dell’informale, del rifiuto di una tradizione, forse però assumendone diverse e recuperandole liberamente. Domina una leggerezza (la leggerezza di chi scuote la scatola per verificare un esperimento, con un gesto tattile) e una voce quasi incantata, nel tono narrativo di molte poesie, la semplicità della vita che si dispone in versi, la quotidianità che più che a lirica italiana porta verso poeti e poetesse anglofone  che Renda frequenta anche come traduttrice (Elizabeth Bishop tra tutte, ma anche Carol Ann Duffy). La tradizione non è un organismo fermo, per Marilena Renda, così come il paesaggio e gli elementi: si sta sempre dentro un flusso di eredità, delle parole come delle cose :“in questa casa che è nostra gli oggetti/ che abbiamo acquistato, io sono certa / che a qualcuno sono stati sottratti”.  Ecco, la sottrazione dunque:  il movimento di re-immissione delle cose nella vita, lasciando i segni di “ruggine” (parola non casuale).
Questa presenza fantasmatica del passato, in segni di decomposizione, maceria, oggetto usato, diventa anche invenzione e fiaba dell’insonnia, della veglia onirica: “vengo ogni notte a guardare il passato” dice l’Io e percepisce che c’è una storia, una presenza :“voi, mi nascondete qualcosa”  e  “sul terrazzo c’era un uomo ricoperto di calce: metteva in ordine/ gli ingranaggi di una locomotiva/ mentre una donna incinta indicava la sorella grassa”, una presenza che induce a una disappartenenza dell’Io al luogo della casa e della storia (“io, quella che non sarà mai qui”) che fa il paio con un altro verso in cui all’io si illumina che “ il niente che si apre sotto il suo passaggio”.
Qui in parte c’è un’eredità della lirica del 900, un montaliano andarsene con il segreto del nulla,  ma solo in parte.  Non è un caso che segua a questa poesia un  poemetto dedicato ad Ustica e alle sue macerie mute, da cui non emerge verità.  Eppure “una storia senza parole prima o poi le trova” ma il segreto di Renda in poesia è altro:  “è un segreto ai più sconosciuto/ che le parole casuali, se riposte insieme/ dopo lungo tempo parlino una lingua/ più chiara, quasi familiare”. Ecco, è quasi un‘indicazione di poetica da parte di Renda, la cui luce è sia storica che metafisica, sia esistenziale che civile e in questo doppio registro sta il pregio del libro. Così ecco  Gibellina, Friuli, Irpinia,  L’Aquila – ma pure Piazza Fontana, le bombe a Brescia e sui treni, la strage di Bologna, Ustica, e oggi – ben più devastante come una strage continua attenuata e diluita – la corruzione, la mafia.

Il tempo storico nei testi è tuttavia lo sfondo di un universo di interni. Ecco allora la poesia in cui viene rievocato un abitare in case rinnovate  del dopo- terremoto. Di fronte a quella che cresceva abitata dall’Io-poeta, un’altra casa “rimasta bambina”. Rimasta  incompiuta nella sua “infanzia muta/ che sventola sui nostri narcisi”e che diviene simbolo non solo di un fantasma di una condizione , ma anche di una storia generale. Oppure oltre all’Io,  i personaggi familiari, le stanze, prendono corpo anche  le voci dell’infanzia che portano con loro mondi e storie, inevitabilmente anche la Storia: Ecuador o Bulgaria, Albania che siano. Come flash, nei versi, evocate storie che nascono dal fermento dell’infanzia, e  “che durano due righe” in cui elementi del fantastico si intrecciano a spunti legati agli animali inseriti in microfiabe o micronarrazioni (insetti, pesci, un cane). Come se la storia ripartisse da fuori sé stessa, appunto da un’infanzia non troncata, ma piena di possibililtà e di invenzione.  Queste  minime storie, nello svolgimento del progetto de “La sottrazione” hanno un ruolo: sono Frammenti di immagini opposti al caos di polvere e macerie, insomma a riparare il disordine, una sorta di Tiqqun operato da “bambini fantasma che ci hanno sognati/ e sognando ci hanno disegnati”. Perché  i bambini  “non ci credono che una storia/ non è possibile dirla al rovescio/ e non sanno che bisogna rispettare sempre/ l’ordine delle sciagure”.
Sottrarsi alla logica della contabilità e dell’ordine logico, anche della storia: “ti devo spiegare/ la misura del tempo”  perché “ i secoli / fanno i cavalloni/ e se leviamo il sonno/ la radio/ gli schermi al plasma/ non resta niente” ma pure dentro questo calcolo c’è altro, ci sono i dettagli, gli oggetti secondari, magari usati e recuperati e c’è un “grosso del tempo” che è il vero segreto che ci portiamo dentro, non la misura del tempo del lavoro e della storia delle nazioni, ma come la vita esista nonostante e oltre il tempo, perché la vita stessa è una continua sfida all’inesistenza.   La “violenza delle bestioline” che sono l’infanzia che siamo stati e saremo è quel vento che spinge il nostro angelo e a i suoi piedi non accumula macerie, ma coriandoli e caramelle. Anche la redenzione va sottratta alla nostra triste scienza.

©Mario De Santis

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