Una frase lunga un libro #25: Antonella Cilento, La Madonna dei mandarini

madonna

Una frase lunga un libro #25: Antonella Cilento, La Madonna dei mandarini, NNE, 2015. € 13,00

«Eehhh, un vizio chiama l’altro. Uno lo deve sapere che quando inizia a prendere una strada sbagliata tutti i vichi si fanno foresta…»

Provo a raccontare una storia, così come Antonella Cilento l’ha raccontata a me; questo non vuol dire che a voi non la racconterà in maniera diversa! ciò che è certo è che ora ve ne scriverò. Partiamo dal titolo: La Madonna dei mandarini, titolo bellissimo ancor prima di conoscere la storia del romanzo; titolo di grande forza evocativa. La Madonna e i mandarini, la religione e la frutta. La fede e la buccia. L’incenso e l’odore. La supplica e il ricordo. A me le Madonne e i mandarini fanno in automatico pensare a mia nonna, al suo irrinunciabile ricorso alla preghiera. Le sue Madonne da invocare, ma anche amiche di tutta la vita. E poi mia nonna che bruciava le bucce, ‘e scorze, dei mandarini sulla stufa e quel profumo meraviglioso che riempiva casa nelle domeniche invernali. Qui, però, siamo solo al titolo, chissà se i mandarini della Cilento avranno un significato uguale. Vengo alla storia.

Ci troviamo a Napoli, al Vomero, un’associazione cattolica si occupa di assistenza a disabili e a madri in difficoltà. La dirige Simone Mennella, guidato o manovrato dall’avvocato Mimì Stabiano, uomo facoltoso e colto, e da Don Cuccurullo, potentissimo parroco, venerato dalla borghesia del quartiere. Don Cuccurullo ostenta carità e Rolex con la stessa facilità e serenità. Un uomo potente e vizioso, con ambizioni letterarie. Ambizioni che (seppur spinte da diverso movente) appartengono pure a Stabiano. La storia ruota attorno all’associazione e ai volontari: Statine, studente in medicina, solitario, che vive a carico della nonna; Camilla, depressa, nevrotica, innamorata sempre di qualcuno che non potrà avere, pure questa può essere una scelta. La nonna di Statine è colei che racconta la storia della Madonna dei mandarini, e quei mandarini sono proprio quelli, gli stessi di mia nonna. La vicenda narrata in tre movimenti sarà incanalata da un’aggressione subita da Simone da parte di Amalia (una delle ragazze madri sostenute dall’associazione), da un furto avvenuto nella sede sociale, e poi da un viaggio in Sicilia, nel quale la protagonista sarà Agata, professoressa in pensione e madre di Vittorio, ragazzo con molti problemi a cui Statine e particolarmente affezionato. Agata davanti all’Auriga di Mozia rivelerà a se stessa agli altri qualcosa che va oltre la sofferenza, che sta prima del dolore, qualcosa che somiglia all’amore e alla rinuncia.

Vi ho scritto, cari lettori, alcuni elementi oggettivi racchiusi nel romanzo di Antonella Cilento, ora provo a dirvi qualcos’altro. La bellezza di questa storia trae origine dalla bravura con cui sono miscelati molti elementi. Parliamo di disagio sociale, di povertà, di ragazze abituate a subire da piccole e di conseguenza a reagire. Parliamo di bontà che può vincere (almeno qualche volta) sull’avidità, di umanità. Parliamo di potere e di controllo sulle persone, di ignoranza, di stupidità, di sofferenza e di arroganza. Parliamo di commedia e tragedia, il grande elemento. Qual è il vizio e qual è la virtù? La Cilento mi pare voglia dirci che non esiste una linea che separi le due cose, ma è presente una sovrapposizione; dove comincia il vizio e dove finisce la virtù lo stabiliscono molti fattori, ecco perché sono presenti in quasi tutti (se non tutti) i personaggi del libro e in tutti noi. Una cosa bella, bellissima, che ritorna sempre nei romanzi di Antonella Cilento è il sapersi (e volersi) misurare con l’arte e con la storia. Mirabili sono alcune descrizioni di Napoli, ne riporto una a supporto della mia tesi, in una sola pagina troveremo molto del passato del capoluogo partenopeo.

In questo momento mentre passano accanto a San Nicola alle Sacramentine, San Giuseppe dei Ruffi, traversano vico Cinquesanti, dove i Teatini praticavano la carità nel Seicento, passano davanti al basso il cui letto è l’accesso al teatro romano in cui cantò Nerone, spuntano accanto agli Incurabili, il più antico ospedale di Napoli edificato dalla Beata Maria Longo, passano per San Gaudioso, chiusa dietro il vetro come la bara di Biancaneve, scendono davanti Sant’Aniello a Caponapoli e Sant’Andrea delle Dame, dove il poeta Salvatore Di Giacomo capì che non avrebbe fatto il medico e dove ora, spesso, Statine viene a studiare medicina; insomma mentre traversano secoli di storia e carità napoletana, Camilla guarda Statine e disgustata dice: «Non te ne fotte proprio, eh? Tu li schifi a tutti e due. Ci schifi a tutti. Che resti a fare? Perché non te ne vai?».

Dopo la storia di Napoli troviamo Flaubert, troviamo Canova, Santa Teresa, la musica classica. Tutto raccontato attraverso una rete di dialoghi, scritti tra il drammatico, il commovente e il comico, inevitabilmente. Il libro esce in questi giorni, vediamo a voi quale storia racconterà.

©Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

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