Una frase lunga un libro #24: Annie Ernaux, Gli anni

A. ERNAUX, Gli anni, L'Orma

Una frase lunga un libro #24: Annie Ernaux, Gli anni, L’Orma editore, 2015, traduzione di Lorenzo Flabbi. € 16,00 ebook € 9,99

Il futuro è troppo immenso perché lei riesca a immaginarlo. Arriverà, tutto qui. Quando in cortile durante l’intervallo sente cantare le bambine delle elementari Cueillons la rose le pare che la sua infanzia sia qualcosa di accaduto molto tempo prima.

[…] tutto veniva raccontato alla prima persona plurale.

Esistono tante memorie, piccole, piccolissime memorie, brandelli di memoria, ricordi che tornano in mente senza alcuna ragione; altri, invece,  che vorremmo rievocare senza riuscirci. Tutte queste memorie, una sull’altra, agganciate tra loro come tasselli di un puzzle, formano la memoria individuale, che a sua volta, poi, incrocia e scambia con la coscienza, con i cambiamenti vissuti, con le scelte fatte o non fatte. Le memorie individuali, i castelli costruiti su conservazioni e scarti compongono la memoria collettiva: la storia della gente, di un paese, di una città, di uno stato e del mondo. È questo il grande argomento de Gli anni, il bellissimo romanzo di Annie Ernaux. Gli anni, dunque, sono tutti quanti gli anni. Nel caso della Ernaux sono quelli della sua vita, che vanno dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri. Lo scopo della scrittrice francese è quello di raccontare ciò che è accaduto nel tempo, ma soprattutto di capire come abbiamo interpretato, usato, subito, accettato ogni cosa accaduta. Dal modo in cui abbiamo guardato un singolo oggetto a come lo abbiamo introdotto in casa nostra, sospettosi e poi ammirati, di come lo abbiamo amato e poi messo da parte, o conservato; e dopo gli oggetti la nostra casa, ogni singola scelta di vita, ogni rinuncia, tutte le aspettative, le attese. I nostri cambiamenti perpetui di idea, le convinzioni cancellate, la sorpresa verso il nuovo, la sua accettazione l’attimo dopo, qualcosa già da non raccontare più il giorno dopo, nemmeno ai pranzi domenicali di famiglia.

La Ernaux sceglie due grandi unità di misura come binari lungo i quali far scorrere il suo racconto: le riunioni familiari e le fotografie. L’alternanza, poi, della narrazione in prima e in terza persona; ciò che misurerà la distanza e, al contempo, avvicinerà i due modi e tempi di scrittura sarà il “noi”, l’obiettivo, lo scopo, il motivo. Il soggetto entra e esce dal racconto collettivo, lo osserva da fuori ma ne fa parte, proprio come la narratrice descrive le fotografie che la fissano nella memoria, poste come spartiacque, più o meno, di ogni decennio, razione di tempo. La Ernaux si vede e si descrive negli scatti come fa un osservatore esterno, in terza persona. Il ritmo del libro è avvolgente, vorticoso, a tratti stancante, qualche volta troppo denso, ma sempre meraviglioso. La prosa è splendida, il senso di quel che si vuol dire è chiaro fin dal principio ed è, decisamente, compiuto. Anno dopo anno entriamo in sincronia con la memoria dell’autrice, ci commuoviamo quando le sue memorie incrociano le nostre, quando la storia della Francia incrocia quella mondiale. Proveremo nostalgia, come già ci è accaduto, per il dopoguerra, conosciuto attraverso i ricordi di altri, dai libri di storia. Per gli anni cinquanta, i fantastici sessanta, il Maggio francese, le rivoluzioni, le delusioni. Per gli anni settanta, dove alcuni di noi sono nati e dove resteranno sempre bambini, di cui ricordiamo i giocattoli, dove ci hanno detto, e abbiamo imparato del terrorismo, del divorzio, della crisi petrolifera. Gli anni ottanta, l’individualismo, l’edonismo, il disinteresse per gli altri.

Annie Ernaux corre, vola fino a dopo il duemila, a dopo una foto che la ritrae con la nipote in braccio, è il duemilasei, arriva alle ultime pagine dove spiega ciò che vuol salvare, ciò che ha salvato e, forse, ciò che salverà. È questo un libro del confronto tra parti, classi, categorie, usando con maestria il tempo imperfetto, la Ernaux ci incalza, ci mette insieme e divide in continui “eravamo” e “erano”; “avevamo” e “avevano”; “guardavamo” e “guardavano”. Noi e loro, a volte sovrapposti, poi uniti, poi di nuovo separati. C’è un nuovo modo di narrare, lo abbiamo visto in Carrère e, più recentemente, in Lerner e nell’italiano De Majo; un modo che mette lo scrittore nel libro, lo scrittore che racconta la sua storia nella storia, lo scrittore che ne inserisce dei pezzi mentre ne incrocia un’altra, quello che ne scrive una mentre ne inventa un’altra, quello che scrive la sua parola per parola, solo che ogni volta sembra un romanzo, un romanzo che non può prescindere dalla realtà, dal vissuto. La Ernaux toglie il respiro, Gli anni è un libro che non si dimentica e che non si vorrebbe riporre.

© Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri

6 comments

I commenti sono chiusi.