Corpo a corpo # 4: Il paradiso sui tetti, Cesare Pavese

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Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

 

Il paradiso sui tetti è la quintultima poesia di Lavorare stanca, inserita nella sezione Paternità.  Si presenta come una profezia, una prefigurazione della morte, parola nominata solo due volte all’interno del testo, ma invisibilmente onnipresente in ogni verso. Il testo è costituito da tre strofe, la prima di tre versi, la seconda di sei e la terza di nove e da questa struttura si può già intravedere la caratteristica del dettato pavesiano, che procede non per concentrazione lirica, ma per dilatazione narrativa; infatti  la strofa successiva, aumentata di tre versi rispetto alla prima, funge da cassa di risonanza della precedente, riprendendone il tono e le immagini, ma proiettandole in una dimensione sempre più vasta, al tempo stesso dettagliata e totale. In questa poesia, come in tutte le altre di Lavorare stanca, Pavese accede al centro del suo discorso poetico non attraverso una sottrazione simbolica ed ermetica, ma, al contrario, attraverso una distensione e una dilatazione epico-allegorica del verso. La grandezza del dettato pavesiano di Lavorare stanca è quella di rendere possibile la narrazione dell’esistenza del mondo, delle questioni ultime, senza  ricorrere a un linguaggio intimista e lirico, ma attraverso una visione epico-tragica del quotidiano. I versi di questo libro ridestano il sostrato mitico-religioso della lingua, la sua sapienza originaria, in cui l’esperienza viene elevata a consapevolezza comune dei parlanti. Anzi, per richiamare un’osservazione di Massimo Mila nella prefazione all’edizione NUE delle poesie di Pavese del 1961, la liberazione dalla confessione individuale coincide con la liberazione dall’endecasillabo. Pavese foggia per la prima volta un vasto ritmo ternario, di tre sillabe in tre sillabe, cui la semplice aggiunta di un piede toglie tutta la scattante meccanica del decasillabo e conferisce invece un’ampiezza pacata, da lunga lassa narrativa. Quest’operazione ne Il paradiso sui tetti assume una caratteristica ancor più significativa, in quanto qui al centro della poesia non vi è una narrazione ma una “visione”, che normalmente, nella poesia italiana degli anni Trenta, verrebbe trattata liricamente e simbolicamente, ma che invece, come prima si è mostrato, viene sviluppata attraverso un procedimento che permette un’ampiezza di espressione e di profondità, non raggiungibile altrimenti.
La sensazione predominante della poesia è dell’ineluttabilità del destino, resa ancora più incombente dall’uso quasi esclusivo del tempo futuro, con eccezioni significative, come vedremo, che non sembra aprire a una possibilità di scelta, ma presenta ciò che accadrà come il compiersi definitivo dell’inevitabile, il tempo futuro ha qui il sigillo del fato implacabile. Fato che però assume le forme di luoghi familiari, dei tetti  che si vedono dalla finestra della propria stanza in un’alba d’inverno, del paradiso che non è in un oltre irraggiungibile, ma è presso di noi nel cielo, in una prossimità radente le case. È questa la visione centrale della poesia: la visione del paradiso, nel senso etimologico del termine, la visione dell’eternità che incombe e che si presenta sotto forma di risveglio da un sonno, in un tepore che, però, lascerà spazio al gelo, in un futuro al tempo stesso prossimo e remotissimo. Non a caso l’espressione per sempre ritorna due volte, a chiusura del quarto e dell’ottavo verso e dà un sigillo di irrevocabilità e di ieratica assolutezza agli eventi nominati nel testo, perché appunto l’esperienza che viene detta in questi versi è la relazione con l’eterno, che assume le sembianze di ”un mattino”  del verso quarto, che diventa “l’alba” del verso undicesimo. L’alba qui rappresenta l’inizio, ma un inizio particolare, l’inizio di ciò che non ha fine, l’inizio che comprende e trattiene presso sé la sua fine, come il sole che nasce o che muore. La visione dell’alba è esperienza dell’inizio assoluto che non ha un prima e un dopo, è esperienza del tremendo che è l’eterno, dell’essere esposti radicalmente all’enigma dell’essere, il dimorare per sempre presso gli dei, il paradiso che si manifesta per un istante nel quotidiano, squarcia il torpore e si palesa in un risveglio assoluto e senza rimedio, è lì, dietro la finestra, orribile ed enigmatico, tranquillo e ineluttabile e dai tetti entrerà nella stanza, basterà la finestra a vestire ogni cosa, in una cristallina limpidezza. Non a caso nel settimo verso “la finestra” e il “cielo” sono messi in relazione attraverso una progressione dall’aggettivo “grande” al comparativo “più grande” che spalanca l’intera scena sull’immenso. In questi versi viene adombrata dunque una fine personale, non si sa se cercata o meno, ma sicuramente anticipata in una preveggenza che colloca l’esperienza individuale di radicale solitudine in una di sospensione atemporale, rimarcata da uno dei rarissimi verbi al tempo presente di tutto il testo, coniugato impersonalmente, assumendo così il carattere di comune destino dei mortali (ci si sveglia un mattino, una volta per sempre), che funge da architrave della poesia e regge e spiega tutti gli altri verbi coniugati invece al tempo futuro. La solitudine, la tragedia dell’uomo solo annientato da se stesso prima ancora che dal mondo, non trova, evidentemente, un conforto nella visione dell’eterno, ma viene raggelata nel per sempre, in cui anche il passato, lungi dall’essere riscattato, è ridotto a grumi d’ombra,  a brace appiattata nel camino in un silenzio senza più voci né visi morti. Non a caso l’unico verbo all’imperfetto è collocato nell’ultimo verso (Il ricordo sarà la vampa/ che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.), il mordeva è la spia della dimensione tragica della poesia, perché mostra la crepa, l’attrito drammatico tra la condizione di solitudine dell’uomo e il mondo che sta per abbandonare o che ha abbandonato, la morte non è un riappacificarsi, se non perché la fine che essa è trasforma il mordere in occhi spenti, essa non pacifica, non redime, ma certifica in un giudizio implacabile e anonimo il morso irredimibile del già stato. È un compimento che non dà salvezza. È una quasi luce, un’ombra, parola ricorrente nel testo, che man mano copre e avvolge l’esistenza, un’ombra scarna sul volto supino, e le dona non il conforto del mai più, del nulla, ma il sigillo tremendo dell’eterno.

© Francesco Filia