Una frase lunga un libro #21: Giacomo Verri, Racconti partigiani

Racconti-partigiani

Una frase lunga un libro #21: Giacomo Verri, Racconti partigiani, Biblioteca dell’Immagine, 2015. € 14,00

Parlo di Boezio che oggi non c’è più e che io ricordo in una mattina di aprile del novantotto. Faceva caldo e c’era molta gente in attesa davanti all’ufficio postale. Quello di Bornate, che è piccolo e ci stanno sedute solo tre persone alla volta. Io non lo conobbi e lui non mi conobbe. Nel senso che tra noi non ci furono molte parole. Io sapevo chi era. Lui, ovviamente, no. Perciò quella volta lo osservai con agio, come si fa quando si è in fila, senza che egli si stupisse del mio sguardo. Oggi so tutto di Boezio.

Mi capita spesso, o mi è capitato, di dire quanto mi interessi, quanto ancora mi colpisca la storia della Seconda guerra mondiale, la nostra. In particolare, quanto io abbia fame e necessità di leggere della Resistenza, di scoprire le storie di chi vi ha preso parte direttamente e chi indirettamente. Attribuisco questa mia caccia alla memoria al fatto di essere nato in provincia di Napoli, dove guerra e resistenza hanno significato cose diverse. Dove i racconti sono quasi sempre quelli dei rifugi, dei ricoveri, del cibo venduto clandestinamente, e poi quelli meravigliosi dei giorni della Liberazione. La Resistenza partigiana è avvenuta altrove.

La guerra è fatta di tante storie tutte diverse, solo la sofferenza e la stupidità sono uguali. Ogni romanzo, saggio, racconto che leggo su quegli anni mi restituisce un tassello di una piccola storia che non è la mia ma che della mia fa parte. Quest’anno, dopo il bellissimo L’eco di uno sparo di Massimo Zamboni, mi vengono a portare nuovi pezzi di storia, di mancanza e bellezza i Racconti partigiani di Giacomo Verri. Verri, già autore di Partigiano inverno (Nutrimenti, 2012), altro libro da tenere in considerazione, ha scritto una serie di piccole storie, narrazioni che vanno a ricomporre il tessuto di quegli anni di lotta. Storie fatte di nomi e gesti, di ombre, di fughe, di delusioni e tradimenti. Storie d’amore e crudeltà. Un prete, un frate, una ragazzina, un partigiano tradito, un nonno che racconta al nipote. Il peso delle notti partigiane, dell’attesa, delle morti. Le siepi, la neve, boschi.

Verri sceglie di raccontare azioni minori, storie ai margini della grande battaglia, ma che la grande battaglia hanno reso possibile. L’autore, mi pare, ci voglia dire che ogni foglia calpestata da un partigiano prima di un agguato o durante una fuga abbia contato quanto un colpo di fucile. Un gesto d’amore compiuto verso un impiccato, un’ultima carezza, vale quanto un’impiccagione evitata. Una famiglia che nasconde un’altra famiglia, rischiando la vita, vale più dell’oro, più di un agguato riuscito. O vale uguale. La frase che ho messo in esergo è solo una fra le tante da poter scegliere. Boezio è un partigiano raccontato nel momento della sua vecchiaia, quasi non si dice della sua Resistenza, Verri la fa balenare quasi con dolcezza, perché è presente anche molti anni dopo, anche in un vecchio che fa la coda alla posta. La Resistenza è in tutti noi, forse anche per questo, l’autore è talmente bravo da sparire, perché questa storia è di tutti noi. Verri vuole che ci innamoriamo di quei nomi partigiani, nomi come Dente, Urlo, Mughetto, il Manta; e poi Sebastiano, il più piccolo dei protagonisti, e ancora Dora o Augusto. Verri vuole che li sentiamo vicini, si sposta e ci fa entrare, la Resistenza è un coro, se lasciamo che la memoria quella memoria arrivi a noi, noi sapremo cantarla, avremo imparato. Per questo motivo, in coda al libro, inventa una bellissima intervista/omaggio a Fenoglio, e chiude il cerchio.

L’unico modo che ci è concesso per raccontare e, quindi, per ricordare è partire dal presente e andare a ritroso, perciò Boezio che da anziano aspetta in posta diventa il nostro archivio da consultare. Il nonno che legge al nipote Enrico è il nostro faldone da aprire. Ogni sentiero descritto è un documento, questo e di questo scrive Verri, ed è per questo che nel primo racconto scrive della prima  festa di Liberazione: «Ti dico che la prima festa di Liberazione, quella del millenovecentoquarantacinque, è stata come la prima domenica concessa da Dio agli uomini, quando gli uomini neanche se l’aspettavano». L’invito di Verri è quello di cercare quella domenica, ogni 25 aprile, e ogni giorno, perché se siamo qualcosa, siamo quella storia lì.

©Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri

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