Una frase lunga un libro #8 – Massimo Zamboni: L’eco di uno sparo

Una frase lunga un libro #8

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Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo, Einaudi 2015, € 18,50, ebook € 9,99

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I crimini vivono oltre la carne di chi li compie, ne incrostano il ricordo, il valore dell’aver vissuto. Poiché le nostre azioni saranno descritte in noi, buone e cattive, ci accompagneranno senza rimorso mutandosi in carne, modellando le fisionomie. Si possono anche addomesticare, dissimulare; ma ci sono sguardi che risulta difficile sostenere: il nostro medesimo prima di ogni altro.

Prima ancora di cominciare a raccontare il bel libro di Massimo Zamboni, partendo dalla frase che ho scelto, volevo dirvi della dedica. Zamboni fa questa dedica: “agli sconosciuti”. Penso che sia una delle più belle dediche che io abbia mai letto, in un libro. Bella per due motivi. Innanzitutto perché lo sconosciuto è chiunque, Massimo Zamboni ritiene questa storia così importante e universale da poterla portare in dono a tutti. E ha ragione. L’altro motivo è quello più legato al libro, alla ricostruzione familiare e storica che fa lo scrittore emiliano, gli sconosciuti siamo anche noi stessi. Lo siamo nella misura in cui non conosciamo il nostro passato, dimentichiamo le nostre origini, non completiamo la nostra memoria. Siamo sconosciuti a noi stessi se ci accontentiamo di un racconto tramandato, o soltanto di un ricordo. Massimo Zamboni si dedica il libro, dedicandolo a noi, perché ricostruendo la storia della sua famiglia, che vive dentro a un pezzo terribile della storia d’Italia, ricostruirà la propria. La capirà.
Due sono gli spari di cui sentiremo l’eco. Il primo sparo è del 29 febbraio 1944. Ulisse, squadrista e membro di un direttorio del fascio, viene ucciso mentre è in bicicletta dai GAP. Il secondo sparo è del 16 marzo del 1961. Soragni, nome di battaglia Muso, il gappista che sparò a Ulisse, viene freddato dal compagno che partecipò con lui all’operazione che portò all’uccisione di Ulisse, rancore covato nel tempo, risentimento accumulato. Tra i due spari corrono molti anni, e molti spari sono corsi in mezzo, così come spari e storie sono accadute prima. Ulisse è il nonno di Zamboni. Siamo a Reggio Emilia, terra rossa e terra nera. Terra soprattutto, terra di gente che sa la terra, conosce gli animali, sa il fiume e sa il vento. Terra di gente che sa costruire e lavorare. Terra di cespugli e poi di imboscate. Terra di ricchezza e di guerra. Zamboni sa che le vite e il sangue degli oppressi si mescolano a quelle degli oppressori, vuole capire le ragioni storiche e personali di suo nonno. Capire come si potesse scivolare dalla parte sbagliata, in maniera testarda restarci fino alla fine. Dalla parte sbagliata morirci. Il viaggio è anche guardarsi allo specchio. Ogni archivio, biblioteca, comune, che lo scrittore visiterà per la sua indagine, lo metterà di fronte alle sue origini, origini che l’hanno pensata diversamente da lui. Ecco il perché della frase scelta per girare in questo libro. Zamboni vuole sostenere il proprio sguardo e sa (e scopre sempre di più) quanto è difficile. Eppure, per quanto difficile, la ricerca va continuata, la storia familiare va ricostruita, fino all’ultima passeggiata vicino casa, fino al camposanto, fino ai contadini comunisti che hanno sempre lavorato per la sua famiglia. Rossi veri e risparmiati, sopravvissuti. Uno spiraglio nell’idea fascista del nonno?
Gli anni che vedono la nascita del fascismo, gli anni che portano alla guerra, e poi la guerra, i bombardamenti, gli sfollamenti, i morti, i superstiti, gli agguati dei partigiani, la fame, la pace che quando scoppia è solo l’inizio di qualcosa, quello che viene va mantenuto con fatica, va costruito. Reggio Emilia, dove fu ordinato di tagliare i cespugli per fermare gli agguati dei partigiani, non furono fermati. Reggio Emilia dei fratelli Cervi, raccontati da Calvino, morti per un’altra testardaggine, quella di stare dalla parte giusta. Ognuno fu convinto di essere nel giusto, molti sbagliarono. Ulisse «Pedina, e per suo stesso fervore, per il suo crederci senza tornaconto, artefice di un altro passo in direzione del suo 29 febbraio.» I fratelli Cervi «Arrestati assieme, imprigionati assieme, e tra pochi attimi assieme fucilati per rappresaglia. Artefici attraverso la loro vita nel mondo a venire. Pedine mai.» Reggio Emilia città di partigiani e resistenza. Ogni città ha avuto una guerra diversa, vinta o persa in diversa maniera. Anche i sopravvissuti, i figli e i nipoti, sono diversi, veniamo da storie diverse eppure da una soltanto. La scommessa vinta da Zamboni è di aver conosciuto la propria, a fondo, tutta. La liberazione dell’aprile del 1945 è nazionale, si ricominciava da lì. Un’altra più personale è compiuta nelle pagine di questo libro e Massimo Zamboni scende dagli Appennini verso Reggio Emilia, verso le cicogne.

© Gianni Montieri

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