Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

la misura dello zero

Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

Le nuove scoperte della scienza stanno cambiando in modo radicale le categorie e le forme di percezione di ciò che reputiamo vero mutando anche postulati che abbiamo interiorizzato quasi in modo da sentirli come “naturali”, tra questi lo spazio e il tempo, la forma della coscienza, la natura dei sentimenti, legata a dinamiche neuronali, la materia e la sua consistenza di particelle infinitesimali che fanno quasi parlare di invisibilità.
Per molti motivi, tradizionalismo o semplice pigrizia o per non produrre testi troppo impegnativi per i lettori, puntando a un pubblico largo e medio, è raro trovare autori capaci di tradurre in riflessione letteraria, in forma e linguaggio, il senso di queste conquiste, le mutazioni di parametri di interpretazione e visione della realtà che introducono – la letteratura non dovrebbe essere proprio questo? Forma capace di essere domanda sul mondo.
Tra le eccezioni, c’è la poesia dove si continua a pensare in termini di ricerca anche dentro la sfera della lirica. E nella poesia contemporanea italiana brilla il lavoro di Bruno Galluccio che già nel precedente Verticali e in modo ancora più compiuto in questo La misura dello zero sempre per Einaudi, lo ha fatto con risultati notevoli, anche mettendo a frutto la sua formazione personale e individuale, di poeta con  quella dello scienziato, quale è. Sperimentazione in questo caso vuol dire rivedere i presupposti della forma della lirica, procedere verso un adeguamento attraverso la lingua della poesia a dire il mutato posizionamento di conoscenza del mondo e di forma della coscienza.
Bruno Galluccio è un fisico di formazione; come tale ha a lungo lavorato in questo campo, sa bene che solo la formula matematica dà conto compiuto ed esatto della materia, della sua misura. Impossibile “tradurre”. Ma, come è accaduto con la fisica ad inizio del ’900, o con l’innovazione gnoseologica portata dal lavoro di filosofi all’interno del linguaggio (Freud, De Saussure, Wittgenstein, ecc.) la poesia può guardare  a quelle esperienze di conoscenza come un rispecchiamento binario da cui trarre idee del mondo.
Del resto la  fisica molecolare oggi è capace di stravolgere i nostri parametri in modo radicale: è realistica quando scardina la “realtà”, quella che abbiamo (crediamo di avere) sotto in ostri occhi, con conclusioni, scoperte o ipotesi che prima sembravano appartenere al territorio dell’irreale. Siamo abituati dai paradossi logici e linguistici, dell’arte e della letteratura  (“ceci n’est pas une pipe”) ma stavolta non è il surrealismo, Magritte o Duchamp, o la filosofia, ma è di fatto la scienza a ridare dunque respiro alla poesia.
Infatti basta aprire il libro di Galluccio e troviamo subito, limpida, questa ricerca: è nella “geometria” che ha dei “sogni” e nella la matematica che è “germinata/ nel recinto della meditazione umana” e che va verso “un rigore visionario”. Galluccio non cerca mimetismi linguistici, con i suoi versi, tuttavia, affida alla poesia un riflessione nel farsi della nuova visione della realtà, alla luce delle nuove conoscenze, ne rivedono anche l’articolarsi delle metafore ma dentro una serrata e precisa sintassi. Ecco ad esempio il “vuoto”, che è un concetto e assieme un mito infantile di “incombente abbandono” che – scrive ancora il poeta − “oggi sappiamo” essere un tutto occupato da “fluttuazioni quantistiche”: allora il vuoto è uno spazio di materia e lo “zero” non è più un niente, ma ha una “funzione fantasma/ un valore esatto”. Matematica e poesia ritrovano in Galluccio la fecondità reciproca di invenzione e ridefinizione delle possibilità stesse di esplorare altre modalità di pensiero e questo pensiero si fa attuale. Non è scientista, così come nel buio del non conosciuto cerca barbagli di Lichtung, simboli o allegorie che alludono a senso ulteriore e opaco. La materia oscura del reale è, alla lettera, un’ipotesi della realtà, non una dimensione metafisica. È la scienza che disinnesca il rischio orfico della lirica, senza però cancellare la sfida dell’inconosciuto.

La poesia è sempre stato questo tentativo, scrive ancora Galluccio, di  “adeguare la sintassi/ alle entità che albergavano in mente”, ma aveva sempre lasciato all’opaco il suo regno. Galluccio è in realtà  un illuminista, consapevole della necessità di una “comunione tra i vivi”, non di un dialogo metafisico. Non tutto è trasparente, e resta il mistero che “disorienta”, ma la poesia impara dalla matematica come ritrovare “la dignità all’incognita”: tutto va inteso come un percorso di accrescimento, che il lettore ritrova seguendo il poeta dentro l’apparente labirinto logico di una notevole capacità di tenuta della sintassi, dell’articolazione del periodo.
La poesia percorre qui  il tratto estremo di uno sviluppo della forma che – come in certo barocco – è quasi un’apoteosi della costruzione matematica, non un caos indistinto. Si potrebbe ricollegare la poesia di Galluccio a Magrelli, a quel che Magrelli ha tentato di fare con la filosofia, darne un arabesco strutturato e tuttavia non intellettuale in versi, un’oggettività della speculazione ottica e mentale, capace di dare conto dei punti di rottura anche logica che ha la logica stessa e la filosofia. In questo caso e anni dopo è la scienza e i suoi territori estremi che spiazzano: mostra verità ai nostri occhi, scardina ancora di più sia i luoghi comuni che le conclusioni di molta filosofia, così che (ammette lo stesso poeta, la sua parte umanista, potremmo dire così) “ci sentiamo perduti e proviamo una strana nostalgia di un ambiente euclideo”.
Si prenda ad esempio il concetto di ‘possibilità’: mutando l’idea stessa di tempo e spazio, vengono meno certi fondamenti psicologici e di conseguenza ideali e metaforici : l’utopia è ciò che avrà luogo – ma a questo punto dove, quando?
Le conseguenze e le risonanze sul piano psicologico morale della decostruzione di un’idea lineare del tempo significa sollevare realmente il velo sul fatto che tutte le possibilità sono – scrive Galluccio − “possibilità perdute”. È già accaduto con il principio di indeterminatezza di Heisenberg a inizio Novecento o la relatività di Einstein. Così come l’universo viene ridisegnato dalla fisica, emerge che siamo “una piccola frazione” nella “vibrazione di fondo degli spazi” un rumore di fondo, una polvere, uno sciame. Lo scrive anche Carlo Rovelli nel recente Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi): “La meccanica quantistica e gli esperimenti con le particelle ci hanno insegnato che il mondo è un pullulare continuo e irrequieto di cose, un venire alla luce e uno sparire continuo di effimere entità”. Siamo al disincanto e alla strage di ogni illusione.
Tempo e spazio non esistono più come li abbiamo sempre immaginati, lo sguardo di Galluccio come poeta, non come fisico, ci spinge però a tenere conto di queste conclusioni, portando il pensiero poetante – qui emerge un legame con Leopardi – a vedere  le cose e che quelle che vediamo “mescolato al giorno/ è il residuo di una polvere / che viene da un tempo remoto” e che grazie agli strumenti di misurazione della materia possiamo comprendere che anche noi siamo a un “passaggio al limite dell’immaginario”. Questo sconvolge le nostre categorie di pensiero, “precipita la capacità di narrazione”.

La matematica partecipa con la poesia alla possibilità di definire le entità sfuggenti della natura stessa e di conseguenza rivede anche lo sguardo di chi a quella natura guarda, interrogandosi, come hanno sempre fatto i poeti.
Ad esempio con “l’invenzione dello zero” si leva contro “il vuoto” un segno e un concetto, “una finestra quasi ellittica/ occasione del niente/ quantità e pura….”. La cifra dello zero, attorno a cui ruota il titolo del libro, è un significante eccezionale, un simbolo matematico e del pensiero posto al limite, la misura del niente e del vuoto: ci restituisce quel niente e al tempo stesso lo circoscrive, è un esempio anche per ogni forma d’arte – forse è un simbolo molteplice − come se aprisse una voragine nella realtà da cui poi la realtà stesse emergesse ancora, non negando il vivere in “tempi illuminati dall’incertezza” e tuttavia non oscurati, che hanno sì sconvolto le “certezze affidate alla storia“ dal senso comune comprese la scienza geometrica e fisica.
Certo anche vivere nei giorni delle scoperte del Bosone di Higgins e dell’accelerazione verso la materia oscura, non cancella in noi una sorta di residuo che Galluccio in un verso definisce un “ancestrale”… “bisogno di origini” che urla lo stesso pur nella festa di collisioni di particelle che sappiamo essere quel che siamo, noi qui e ora. Muta tutto, muta anche il nostro sguardo, se − osservando proprio le scoperte a cui si accennava sopra – ci si rende conto che “muta l’occhio che davanti alla fuga/ dell’acceleratore trova conferma/ di quella strana materia priva di sostanza”. La coscienza si adegua a questa fluttuazione di una realtà ridefinita rispetto alla realtà precedente, non una realtà da contrapporre all’ignoto o all’irrealtà, la metafisica ecc. “quel che non possiamo conoscere entra nelle formule. Ne siamo la sostanza”.

Va affrontato quello che resta irriducibile – proprio come lo zero – e forse la lezione di Galluccio ci mostra come la poesia lo affronti così come fa la scienza, perché “tanta parte dell’esistere si sottrae/ mentre nutre la nostra meraviglia”.
La prima sezione (Misure) di La misura dello zero è tuttavia anche un preludio soprattutto a due sezioni (Transizioni e Curvature) le ultime del libro in cui si evidenzia che quel che preme a Galluccio è il lavoro di poeta, tornare alla “terra delle parole” anche se ora “sottratte alla volta del tempo/ le vite rimbalzano senza rumore” e partecipano di questa non-appartenenza che il sapere scientifico sta costruendo (“sembra di non lasciare segni”). In fisica non c’è l’adesso se si è conseguenti a quel che dice delle dimensioni parallele del tempo. E tuttavia l’essere qui serve agli uomini, nella vita, fatta di “piccoli laghi” del dolore, dell’esistere. La vita è il senso comune del nostro tempo in sequenza, ieri c’era e adesso non più ma poi non si rispecchia “in quel quanto istante/ nessuna madre mai avuta/ e cosa significhi il quando/ culla sesso niente/ aria in ferro d’aria”.
Diviene oggettiva la dolorosa e implacabile incertezza oggettiva che la curvatura dello spazio e l’indefinibilità delle dimensioni temporali che la fisica ha rese manifeste, hanno aperto. Diventano lo sfondo e il paradigma stesso delle fluttuazioni interiori di un tempo che non si riconosce più in un flusso, la compresenza è una dimensione reale e non solo metaforica: il tempo che l’io nel passato aveva davanti, “quello che allora era futuro” e gli eventi come la memoria si collocano in una sorta di compressione “perché/ non ha più costanti il velo del tempo/ si svolge in un’ aspirazione di massima/ il contesto è disfatto in onde”.
Il confronto allora non è con un oltre-siepe o un oltre-storia: qui c’è l’oggettività della “natura ondulatoria della materia” che ora è tratta da una conoscenza materica, dimostrata: è il passo avanti di quel che nel pensier mi fingo, di quel materialismo esistenziale che si apre ad una via concreta che Galluccio sintetizza in “infinità di mondi”.
Ma il poeta sta tra gli uomini: anzi questa consapevolezza lucida che dà la scienza rafforza una necessità di condivisione solidale con la comunità degli uomini. E sarebbe “morte vera/ non parlare della  morte”, alla fine è necessario stare dentro la convenzione per cui  “il  mondo è fatto di anni/ la storia di corpi”. Cercare un “punto / di equilibro” tra i due saperi e le due rappresentazioni del vero “è come per l’invenzione del segno/ uguale in matematica/ porre un vincolo a due mondi separati/ o porre a zero qualcosa/ per risolverla o brillare”.

L’invenzione dello zero in matematica è parte di questa rivoluzione del sapere, ma noi restiamo comunità umana che ha una sua narrazione e cerca sempre “il perimetro di un possibile viaggio” nello spazio. Se la poesia è rimasta dentro un circolo di metareferenzialità metaforica, la matematica e la fisica spezzano il circolo, le sue conclusioni creano o cancellano metafore. Così le neuroscienze con il cardine principale della lirica, ovvero l’Io.
Certo siamo sempre avvolti una rappresentazione del mondo e della coscienza che abbiamo ereditato e “il passato racconta la sua storia/ e i verdi paesaggi” “ma quella possibile davvero/da immaginare così a portata di reale/ era la penombra/ di un qualche livello di cambiamento che sfugge/ sulla retina fredda dell’universo” − come il tempo, di cui si diceva, “ora si contrae si deforma/nella continuità di una topologia/ che conserva la proprietà delle forme/ deformate su una mappa elastica” così l’archivio delle forme liriche del linguaggio, delle metafore, si accumulano tutte indistinte ai nostri piedi e l’io poetico dialogante con un tu, dice però: “non so più dirti quale sia lo scenario/ che ti possa attendere/ né cosa sia l’attesa”.
Le curvature dello spazio sono anche quelle di “un’onda” che “si alza nella zona remota del cervello/ si infiamma lungo la colonna vertebrale”. Siamo fatti della stessa materia della materia, materia mundi.
La cultura umanistica ne deve tenere conto e “finito il libro/ una fantasia sferica occupa/ la nuova casa della mente” portando a “nuove geometrie” a “sciame” a “strati multipli del linguaggio”. In fondo quella “intraducibile blu dell’inverno” che il poeta coglie in un giorno di ghiaccio, cerca un coagulo di metafore come sempre, ma al tempo stesso è divenuto un fenomeno noto alla scienza.
Galluccio alla fine lo esplicita: “il centro della metafora è svanito/ le ombre che aiutavano sono dissolte/ si annuncia un’alba abissale”. È un ribaltamento è la chiarezza della luce, di come è fatta, che pone il vero enigma all’uomo e non lo fa più lungo l’asse del linguaggio. Se la parola è sempre stato in dialettica con l’ombra, da quando era parola sacra e poi letteraria, poi fino alla conoscenza estrema del suo limite che non ha rivelato nulla. L’abisso in cui il linguaggio ha collocato la propria incapacità di aprire “spiragli sui possibili” però rimane come esigenza.
Quando lo spazio-tempo si rivela nella  sua dimensione plurale inafferrabile. per la matematica che lo  teorizza, e ancora di più per il tessuto delle parole, l’impossibilità si fa assoluta. Ma quell’abisso di un’alba diventa “la capacità di riflettere nello spazio/ la nostra albedo”.

© Mario De Santis

Nota: Questo saggio è uscito in forma ridotta, come recensione, sul numero 306 di “Poesia” (luglio, 2015)