Mai più senza #10 – Speciale #2

Un secondo speciale che, come il primo, sta zitto perché a parlare sia solo l’autore. Un altro libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso.

copertina_1

Al declinare della notte, io cado spesso in un sonno leggero; e nei sogni incontro le medesime persone e la medesima città dei miei ricordi. Molti di questi sogni si ripetono, con particolari quasi identici, per più notti; ma allorché simile monotonia si rompe, e mi visita un sogno nuovo e diverso, io provo una straordinaria commozione.
Dal sonno mi riscuotono voci familiari che, accosto ai miei orecchi, col tono incalzante di quando, ai tempi della scuola, mi si svegliava alla mattina presto, chiamano: Elisa! Elisa! Ma al mio primo aprire gli occhi, mi par d’udire un debole stridio di spavento e di intravvedere, nelle prime luci del giorno, una frotta di esseri effimeri che fuggono confusamente dalla stanza, come uno sciame di tignole all’aprirsi di un armadio polveroso.
Io mi sento punger da un’angoscia sottile e perfida; e non di rado piango sulla mia strana solitudine, e invoco i nomi delle persone che amavo.
Così mi agito nel mio letto, finché per il casamento s’odono le prime voci mattiniere, passi affrettati, sbatter di porte, e dalle strade giunge il fracasso dei primi autocarri e lo scampanello delle biciclette che portano al lavoro gli operai.
Allora, come se il tempo della scuola fosse tornato, io, levatami dal letto, mi siedo al tavolino, e tendo l’orecchio all’impercettibile bisbiglio della mia memoria. La quale, recitando i miei ricordi e sogni della notte, mi detta le pagine della nostra cronaca passata; ed io, come una fedele segretaria, scrivo.
Tale, certo, è la volontà dei miei. Riconosco infatti, nell’insistente bisbiglio che ascolto, le loro molteplici voci, e questo libro m’è dettato, in realtà, da essi. Son essi che, in cerchio attorno a me, bisbigliano. S’io levo le pupille, dileguano; ma se, usando un poco d’astuzia, sogguardo appena intorno senza farmi scorgere, distinguo le loro figure strane e incerte; e vedo, nella sostanza trasparente dei loro volti, il movimento febbrile e ininterrotto delle loro lingue sottili.
Tale è la fonte della storia che mi accingo a narrarvi. La quale non tratta di gente illustre: soltanto d’una povera famiglia borghese; ma in compenso, per quanto bizzarra possa apparirvi qua e là, è veritiera dal principio alla fine.
Forse, ricostruendo così tutta la nostra vicenda vera, io potrò, finalmente, gettar d’un canto l’enigma dei miei anni puerili, e ogni altra familiare leggenda. Forse, costoro son tornati a me per liberarmi dalle mie streghe, le favole; attribuendo a se medesimi, e a nessun altro, la colpa d’aver fatto ammalare di menzogna la savia Elisa, voglion guarirla.
Ecco perché ubbidisco alle lor voci, e scrivo: chi sa che col loro aiuto io non possa, finalmente, uscire da questa camera.

*

copertina_2

*

Edoardo godeva di far divampare intime guerre nel cuore di Anna, a modo d’un ragazzetto arrogante che scherza con una leonessa chiusa in gabbia, sapendo ch’essa può nuocergli ancor meno d’un agnello. O meglio, a modo del fiero proprietario d’una bellissima cagna-lupa, feroce belva con tutti, e agnella con lui solo.
Il fatto è che Anna, come sogliono talvolta le anime forti e intere allorché s’innamorano, aveva del tutto rinunciato a se medesima e perfino al proprio criterio. Gli atti e le parole d’Edoardo, ella mai li attribuiva a malizia, anzi nemmeno li giudicava, accettandoli come i fedeli accettano i decreti celesti. Se un’offesa di lui le suscitava sdegno, ella preferivadi far la propria vendetta su se stessa piuttosto che sul troppo amato offensore: trasformava, cioè, il proprio sdegno in una più docile sottomissione a lui, domandosi con aspro dolore, come sotto una sferza. Era proprio questo gioco che tentava il viziato cugino: nessuno spettacolo, infatti, è più grazioso, per un amante crudele, di quello d’un cuore orgoglioso che castiga se stesso.

*

Dimentica del rispetto dovuto a se stessa e al proprio orgoglio, sembrava gustare una sorta di gioia torbida nell’impartire ordini a mio padre, come a un servo, e nel vederlo ubbidire. Egli le ubbidiva sempre. Una sera, al ritorno da uno dei nostri soliti assurdi vagabondaggi, trovammo mio padre già in casa; e lei, tutta accaldata, ansante, appoggiandosi col gomito al ripiano della credenza, gli si rivolse con una voce ilare e volgare che non pareva la sua, comandandogli di slacciarle le scarpe. Egli si dispose subito a ubbidirle, chinandosi ai suoi piedi; quando d’un tratto, chi sa perché, la vista di lui destò in mia madre un riso prolungato, folle, ch’ella fu incapace di calmare sebbene si lagnasse di provarne un acuto dolore al petto: e che rassomigliava non tanto a uno sfogo di gaiezza, quanto a una crisi nervosa. Così ridendo e lagnandosi nel tempo stesso, come in preda a una sofferenza, mia madre si abbatté a sedere col capo riverso, scuotendosi tanto che le forcine le caddero dalla crocchia; intanto ella si brancicava la camicetta e tentava di liberarsi dal busto che la opprimeva. E come mio padre ed io venimmo in suo soccorso, poggiò sulla spalliera della sedia occhiate oblique e sonnolente. Ogni tanto, si volgeva trasognata alla mia voce febbrile, che la supplicava di tornare in sé. Io temevo infatti, inspiegabilmente, che quella risata la uccidesse gettandola nell’inferno, come un peccato mortale; e non riconoscevo più la mia bella signora in quella donna sguaiata e pazza.