Tommaso Di Dio – Tua e di tutti (in mille metri)

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Tommaso Di Dio – Tua e di tutti – Lietocolle, 2014

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(in mille metri)

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Cento metri

Tutto questo non possiamo mai dimenticare / una volta cominciata questa impresa.

La forza della poesia, eccola qua. Di Dio, in questo, che è l’incipit della prima poesia del libro, ci sta dicendo già tutto, ci scrive subito dove vuole portarci, dove vuole arrivare. L’impresa cominciata è il mondo, è il tempo. Quale sarà lo sforzo? Quale la fatica? Nel primo verso siamo avvertiti, ci sono cose, Tutto questo, c’è molto che non dobbiamo dimenticare, non dobbiamo tralasciare. Guarda un po’, come negli incipit dei grandi racconti, qualcosa è già accaduto, qualcosa è rimasto fuori dalle pagine: Tutto questo. Non “Tutto quello”. L’avvertimento, l’invito a fare attenzione, è una delle chiavi di lettura del libro. Quello che nel primo verso è già accaduto, con ogni probabilità, ci verrà mostrato.

Duecento metri

Con gli anni la vita si complica / si confonde si immischia (pag. 19);  Forse bisogna chiudere gli occhi (pag. 20); Quella parte di silenzio / che ci copre il viso. (pag. 22);  l’ameresti così come ora l’ami / tua e di tutti, questa / vita reale più ricca e sgualcita / dal niente che non l’abbandona. (pag. 27).

Alcuni versi scelti dalla seconda sezione Con gli anni. Il poeta comincia a mettere dentro le cose, intanto chiarisce che il tu, il noi, contano più dell’io. Anzi sono la certificazione dell’esistenza dell’io. Molto tempo è già passato, ma non è solo il tempo degli anni in cui Di Dio è vissuto (vive) a essere convocato, è tutto il Tempo. La somma delle vite e delle cose accadute che ci hanno portato fin qua sono l’origine e la somma delle nostre complicanze, delle confusioni. Quel chiudere gli occhi significa, tra le altre cose, che per registrare, sentire, osservare, prendersi a cuore le cose, lasciarne perdere altre, occorre affidarsi a qualcosa che viene prima dello sguardo, di più forte: l’immedesimazione. E dopo c’è il contatto, c’è l’indispensabile noi, quel tu amplificato che guarda alla vita che è ricca e sgualcita, perché piena di ogni cosa, da starci dentro e amarla così com’è, perché così accade.

Cinquecento metri

Ho cercato tanto un tempo del tempo / per dire qui.

Ci sono volti in queste poesie, storie. Storie che vengono da prima di noi, non c’è modo di non ripeterle, di non pagare. Tutto sta nel dire e nel fare, di nuovo l’attenzione. Di nuovo il non fare a meno degli altri. La fatica e la conta di ogni gesto. Il gesto ci dice la nostra esistenza, i gesti riconosciuti ci dicono la vita. La ricerca di Di Dio sta in quel verso, qual è il tempo del tempo? Ciò che comprenda e sveli la maniera di raccontare ogni cosa.

Ottocento metri

potevamo fare di più, potevamo. / E invece no, siamo tutti / colpevoli.

Colpevoli di cosa? C’è una responsabilità in tutti noi, che riguarda quell’impresa a cui siamo chiamati, la responsabilità è quella di stare attenti alle cose, ma non ne siamo capaci fino in fondo. Lì sta la nostra grave mancanza, l’inevitabile colpevolezza. Tutto oscilla tra l’assenza di un rimedio e la necessità (forse l’opportunità) di avere una speranza. Di Dio sembra dirci che se tutto ci riguarda, ci riguarda anche la speranza, ma non come utopia, come sogno, la speranza va costruita. Né la luce mai / si riposa. Allora dove; è persa. E dove poi. / La luce si ritrova. Nulla meglio di questi magnifici versi può spiegare il come tutto stia nel cerchio, ogni momento si trovi alla medesima distanza.

Mille metri e un arrivo

La lingua di Tommaso Di Dio viene da molto lontano, eppure è talmente radicata nei nostri giorni che non può far altro che includerci tutti. Facciamo residenza nella stessa fatica. Ogni volta che aspettiamo un tram, guardiamo un bambino giocare, dobbiamo farlo senza ingenuità, ma con la conoscenza: la stanza che, insieme, accolga il dolore, la nascita, la confusione, la certezza, e ogni necessario dubbio.

Non credo che Tommaso Di Dio sia un poeta lirico, o meglio, non credo che Di Dio sia quello che in parecchi hanno deciso debba essere: il salvatore della poesia lirica. Il poeta da contrapporre, appena ve ne sia l’occasione, a chiunque scriva in prosa. Intanto, io sarei per affiancare i diversi modi di scrivere più che contrapporli, non perché sia giusto o sbagliato, falso o vero, ma perché è prematuro. Nessuno lo sa. Nel tempo in cui scriviamo abbiamo degli strumenti e un passato, ma non sappiamo chi verrà tra trent’anni, come leggerà, cosa leggerà, con quali strumenti deciderà cosa sia poesia e cosa sia prosa, cosa sia lirico e cosa no. Potrebbe accadere che qualcuno, a suo tempo, definisca quel che noi chiamiamo prosa oggi la lirica dei primi anni duemila; oppure dica che la prosa è soltanto un racconto più breve, scritto in modo diverso dal racconto tradizionale. Non lo so. Di Dio è un ottimo poeta ed è molto giovane, io non credo affatto che non sperimenti, può darsi che sia più vicino a un canone di scrittura tradizionale rispetto ad alcuni suoi coetanei, ma nulla di più, perché la forma non conta senza il contenuto, e un libro è fatto di entrambe le cose. Tua e di tutti è un bellissimo libro, di particolare intensità, a me pare un libro pieno di luce. Tommaso Di Dio ha senso del ritmo, del metro, che mai perde. Sa cosa lasciare fuori dai versi, sa che chi legge deve immaginare. No, Di Dio non salverà la lirica, ma credo (e spero) che possa salvare qualche lettore, non riesco a immaginare nulla di più ambizioso.

 © Gianni Montieri

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