Pasquale Vitagliano, poesie inedite

vicino macerata - foto gm

vicino macerata – foto gm

L’iconoclasta

Ho pensato per tanto tempo
che l’immagine di me stesso
fosse la fonte della mia salvezza.
Il maglione blu e una camicia celeste,
ecco questa è la mia identità,
perfetta identità di imperium et sacerdotio
sulla mia vita, questa vita, la sola vita che conosco.
Ed invece ho scoperto per caso che l’immagine
si staccava dalla pellicola di carta adesiva
e non si incollava più, inservibile e anonima,
tutt’altro che un idolo, era la mia quota di sacro,
l’impronta autentica di un’universale unicità.
Mi avevano convinto che dovevo combattere
la mia immagine, il look retrò dell’apparire
per servire la sostanza, per separarmi
dalla moltitudine, insomma non andare in giro
con addosso tre colori e anche più.
Devo ringraziare quella commessa coi capelli lisci
se ho capito che sbagliavo, che l’immagine
ci salva, è un’icona, ci copre con uno straccio di sacro,
apre l’immaginazione alla vita di ciascuno
e allo stesso tempo ci distingue
in una figura, una taglia, un profilo
irriducibile, unico e comune, intero.
Quante volte mi sono sentito perso
entrando in un spaccio di abiti appesi.
Non mi sono mai perso. Ho sempre scelto.
Mi sono salvato.

 

Poetica

È così difficile
portare in versi il vento tra i rami degli alberi,
ma un’idea sì, con una idea si può fare poesia.
Anche se resta imperfetta, in bianco e nero,
ancora muta, e senza montaggio.
Accetto la sfida di essere parola senza voce,
immagine senza movimento,
azione senza stacchi di macchina,
un unico piano sequenza di sillabe.
È proprio difficile emozionare con la poesia.
Ma con un’idea sì, con un’idea si può fare poesia.
E l’idea qui è che non c’è mai la fine,
e ogni parola non è mai l’ultima ma la prima,
capace di toccare il polso con il pollice.

 

*
Giorno dopo giorno
mi hanno tolto l’agibilità
del corpo. E nessuno,
dico nessuno, ha fatto per me
ricorso alla corte dei miracoli.
Al mio corpo hanno tolto per giunta
la sua abitabilità. E sono stato messo
fuori del mio involucro di carne.
Avrebbero anche voluto che rimanessi dentro
ma in silenzio, imperscrutabile e impassibile
a guardare loro che scrivevano la mia parte.
Hanno reso l’alienazione umana roba per geometri,
ma a questo punto io resto immobile,
e resisto in attesa che arrivino i marziani
a dirci che la terra è piatta e senza confini.

 

Una parodia

Ho visto le menti migliori della mia generazione
distrutte dalla noia, affamate, brillanti autistiche,
trascinarsi per corridoi di portaborse all’alba in cerca di
un lavoro, un posto. Vedremo. Faremo. Le faremo sapere.
Bei giovani dal volto d’angelo brucianti ancora per le antiche
libidini fuori dei cortili ad aspettare le studentesse sfatte.
Troppo piccoloborghesi per le allucinazioni, troppo poveri per le ribellioni.
Aspetta, aspetta. Quelli che sono venuti dopo non hanno atteso più.
Lavorare meno, lavorare tutti. Li hanno presi alla lettera con i numeri verdi.
Verdi, rossi, bianchi, neri, senza più colore.
Tra noi ci sarebbero potuti essere i migliori di oggi,
quanti se ne sono persi nelle cucine sguattere della Via Emilia,
e quanti sotto gli ombrelli in faccia, nei buchi fumosi ad aspettare
che qualcuno uscisse e ti desse un salvacondotto per mettere su famiglia,
Da Abbadessa a Mazzotta alla torre 1. Da Nacci a Zurlo alla torre 2.
Da qui gli ebrei, di là gli zingari. Comunisti e gay devono aspettare.
Poi sono arrivati i carabinieri e non hanno arrestato i congiurati,
e nemmeno hanno fatto il colpo di stato, sono entrati in un ospizio.
Un ingresso in scena profetico per una civiltà piena di vecchi.
Come Calogero, anche Mariotto ha sorriso e fatto spallucce,
con la golia in bocca tra i ponti d’oro. Qualcuno s’è spaventato.
Ma come succede col sesso, poi è diventato tutto più semplice,
se non peggio. E nulla – ancora una volta – è cambiato.
Ho provato a risentire la voce al telefono:
Brigate Rosse.
E giù il silenzio e una voce adulta e rotta.
L’ho risentita vent’anni dopo – più sconvolgente di un romanzo d’appendice –
non era più il carnefice ma il testimone prezioso.
Il telefono, la stessa voce. Ma questa volta dall’altra parte,
non più la tragedia ma il telegiornale della sera.
Che ricordo ha del presidente? – Allora eravamo nemici.
Oggi ho compreso che abbiamo vissuto lo stesso dramma.
E cosa volevate allora? – Solo un riconoscimento politico.
Il rilascio di qualche prigioniero. Anche solo un segnale. Un segno.
Niente! Lo stato di diritto non deve piegarsi.
E doveva accadere tutto questo per arrivare a tanto?
Il presidente e il brigatista nello stesso dramma pietoso.
Ed oggi un altro presidente che chiede cosa?
Solo un riconoscimento politico.
Il rilascio di un qualche prigioniero. Anche solo un segnale. Un segno.
Niente! Lo stato di diritto? No.
Non hanno più risposto così.
Vedrete. Vedrete. Lo ascolteranno.
Lo ascolteranno.

 

Monologo in vece di Buzz Aldrin

Mi sono fermato a lungo a pensare se
se ne debba parlare, raccontare l’esperienza unica,
sconosciuta prima e adesso irripetibile
di camminare sulla luna, sul suo suolo,
il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Quasi ne ho dimenticato la sensazione,
del primo passo, come sulla sabbia,
ma meno duro, meno solido l’impatto.
È stato diverso il mio passo da quello di Colombo.
Anche quella era terra, la terra, la spiaggia bagnata,
il riflusso dell’acqua, eppure uguale alla luna.
Ma lui ha poi fatto passi stabili. Non è stato lo stesso
per me. Era come muoversi nell’acqua su un fondale senza mare,
ma intorno tutto era storto, il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Sarebbe stato utile raccontare questa esperienza unica,
la prima, un inizio, la nascita, un tempo nuovo, se fosse
stata ripetuta, ripetibile, narrabile appunto come una storia nuova,
invece è rimasta unica, sola, isolata nella memoria e nelle immagini
che non mi appartengono più. Mi è sempre più difficile ricordare
quello che ho provato, quel primo passo, l’approdo, anche se
chiudo gli occhi le immagini si dissolvono ogni volta più rapidamente.
Adesso comincio a comprendere il silenzio di Aldrin.
Perché lui non ne abbia mai parlato. Perché ha scelto di tacere.
La sua è stata una scelta pratica. La mia non lo è stata per niente.
Anche perché, se ci penso, credo che sulla luna io non ci sia mai stato.

 

Fine della malattia

Non c’è più la malattia
a far galleggiare sul pantano
il non nostro amore senza amore.
È più molesto
questo nostro stalking quotidiano
della violenza di un estraneo.
Siamo stati messi all’angolo
dal rumore dei ragazzi,
zittiti dalle nostre paure,
impotenti per le nostre querule verità.
Non si chiamerà genealogia
questa sequenza di ingenue causalità.

Vorrei andare al cinema
a rivedere la mia storia.

 

© Pasquale Vitagliano

 

 

One comment

  1. “Adesso comincio a comprendere il silenzio di Aldrin”: in questo verso sta, ai miei occhi, la chiave di accesso agli inediti di Pasquale Vitagliano, che leggo mettendoli idealmente in conversazione con le sue poesie precedenti, che seguo da tempo e nel tempo. E di conversazioni si tratta, con la storia e sulla storia, con lo slancio e il metodo del poeta, che non è quello del filosofo né dello storiografo, non del cronista né del politico, ma che di tutti costoro conosce lezioni e falle, vette percettive, omissioni e labilità. Lo slancio e il metodo, visionari e drammatici (c’è azione, c’è resistenza alla progressiva deprivazione, all’attacco mosso quotidianamente alla dignità), profetici – “Vedrete. Vedrete. Lo ascolteranno” – sono del poeta, che smaschera i ghost writer consenzienti all’occultamento della voce: “Avrebbero anche voluto che rimanessi dentro / ma in silenzio, imperscrutabile e impassibile /a guardare loro che scrivevano la mia parte”. Con un’idea si può fare poesia, scrive Pasquale Vitagliano nella sua “Poetica”, si può (tornare a?) essere funamboli consapevoli e dissenzienti, si può dar voce a chi, dalla cronaca di allori e mode, manipolazioni e deviazioni, è stato cancellato.
    Grazie per questa proposta.

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