Ernst Jünger, il milite della tecnica

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Ernst Jünger – In Ernst Jünger: In Stahlgewittern, Berlino 1922, 3° edizione

Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998) – militare, scrittore, filosofo – è una delle figure più affascinanti e controverse che abbiano attraversato il ‘900. Arruolatosi nella legione straniera da adolescente, volontario della Prima guerra mondiale, eroe di guerra decorato con la più alta onorificenza Pour le Mérite, esponente della rivoluzione conservatrice che animò il primo dopoguerra in Germania, ammirato e corteggiato da Hitler, ma che tenne sempre a distanza, anche quando fece parte delle truppe di occupazione tedesche a Parigi, dove ebbe modo di conoscere intellettuali collaborazionisti francesi quali Céline e Drieu La Rochelle. Nel secondo dopoguerra si confrontò in maniera serrata su temi fondamentali come il Nichilismo e il rapporto Oriente Occidente con il filosofo Martin Heidegger e il giurista Carl Schmitt. Ernst Jünger fu tutto questo, ma soprattutto ebbe la capacità di raccontare, interpretare la sua epoca e non solo, con rara lucidità e spietatezza, senza rinunciare alla sfida di proporre nuove prospettive storiche ed esistenziali, attraverso molte opere fondamentali: dal diario di guerra Nelle tempeste d’acciaio, al saggio La mobilitazione totale, alla stupenda raccolta di scritti Il cuore avventuroso fino ad arrivare ai romanzi Sulle scogliere di Marmo, Heliopolis, o ai saggi della maturità Al muro del tempo, Il libro dell’orologio a polvere e al celeberrimo Trattato del ribelle. Ma forse l’opera al tempo stesso più ambiziosa e che riesce a leggere il mondo contemporaneo in maniera radicale, cioè sin dentro la sua radice, è il libro Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt, pubblicato in Germania nel 1932, alla vigilia di avvenimenti fatidici per la Germania stessa e per il mondo. L’Operaio. Dominio e forma di Ernst Jünger è un testo capitale, una pietra miliare del ‘900 che il trascorrere del tempo solo apparentemente scalfisce, leviga, ma, a più di ottant’anni dalla sua pubblicazione, non intacca. Chi è l’Operaio? L’Arbeiter di cui parla Jünger? Le traduzioni del termine tedesco in italiano sono state molte, la più ricorrente è quella adottata da Quirino Principe nella sua versione italiana pubblicata da Guanda, L’Operaio appunto, altri hanno preferito rispettare la lettera della parola tedesca, traducendo con la parola Lavoratore, altri ancora hanno forzato la versione, mostrando sin da subito il senso che l’analisi jüngeriana vuole portare in luce, traducendolo con Milite del lavoro. Già da queste difficoltà terminologiche è possibile comprendere che l’Arbeiter di cui parla Jünger è qualcosa di più e di diverso di un esponente di una classe sociale o di un ideal-tipo sociologico, ma ha a che fare con una dimensione metafisica, al tempo stesso concreta, universale e necessaria. Tale metafisica è quella nietzschiana della Volontà di potenza (Wille zur Macht). L’Operaio ne è il conio reale presente nell’uomo dell’epoca tecnica,sia esso lavoratore, funzionario, capitano d’industria, militare, politico, uomo, donna.loperaio-185x300
Il punto di partenza storico è dato della prima guerra mondiale che ha determinato un mutamento del corso della storia europea, non solo per gli effetti strettamente bellici che essa ha avuto, ma per l’incidenza che tale evento ha avuto nell’autointerpretazione del destino europeo e occidentale. L’elemento decisivo per Jünger consiste nel crollo della “sicurezza borghese” e nel riaffiorare del carattere elementare della vita e della totalità dell’ente che squarcia il velo illusorio di un progresso e di una civilizzazione inarrestabili: “Il pericolo non esige soltanto d’essere parte di un ordine possibile, ma è anche la matrice di quella superiore sicurezza dalla quale il borghese sarà sempre escluso.” L’elementare è quell’ordine originario dell’esistenza, il cui elemento caratterizzante è il pericolo, non solo inteso come possibile minaccia fisica ma anche come minaccia estrema alla radice del nostro essere, chi non rifiuta il carattere elementare dell’esistenza accetta, per Jünger, il corpo a corpo definitivo con il nulla. Solo il rimanere nella radice inquietante del nostro essere può alimentare una dimensione della vita che non fugga da se stessa ma che accolga la guerra, il perpetuo scontrarsi e annientarsi di ogni cosa, come la linfa vitale e tragica del nostro stare al mondo.
Il riaffiorare del carattere elementare della vita è determinato, secondo Jünger, dal dispiegamento della tecnica moderna come manipolazione totale della realtà, intesa come ciò che è tale solo in rapporto a una potenza che la manipola e la mobilità per accrescerla e potenziarla ulteriormente. Il massimo dispiegamento dell’azione tecnica in campo planetario è reso possibile dal nichilismo come dissoluzione irreversibile del vecchio ordine (la nietzchiana Morte di Dio) e apertura per una nuova libertà; questa libertà consiste nel dominio (Herrschaft) da parte dell’uomo, non più inteso come umanità, società o massa, ma come forma (Gestalt) in quanto donatore e attuatore del senso, sulla totalità dell’ente, e quindi un vero e proprio oltreuomo (Übermensch). La tecnica, in tale ottica, non è essa stessa essenziale, in quanto è solo la massima manifestazione, cioè il massimo potenziamento, dell’essenza dell’ente; quest’ultima è determinata da Jünger nel suo carattere di “lavoro”: “Lavoro è il ritmo della mano operosa, dei pensieri, del cuore, è la vita diurna e notturna, il culto, la guerra; lavoro è l’orbitale atomico e la forza che muove i sistemi solari”. E potremmo aggiungere che lavoro è anche il tempo libero (dal lavoro), il digitare su una tastiera di PC, manipolare un i-phone per le nostre comunicazioni, in cui, nella continuità quasi indissolubile tra utilizzatore e mezzo, si perde la distinzione tra fine e mezzo, in quanto lo stesso utilizzatore è impiegato come momento dell’accrescimento dell’apparato tecnologico, ne diventa funzionario anche quando crede di utilizzarlo “semplicemente”. Lavoro è tutto, dal più segreto dei nostri pensieri (Freud parlava di lavoro della psiche) alla forza che muove l’universo ed è la manifestazione epocale della Volontà di potenza, legge che determina la realtà. La forma che incarna questa forza è quella dell’Operaio (Arbeiter) come colui che ha superato l’approccio utilitaristico alla tecnica. Secondo Jünger il limite dalla ragione illuministico-borghese, che ha come mito quello di un progresso indefinito dell’umanità, è quello di individuare la tecnica ancora come un mezzo . L’Operaio, invece, come forma della volontà di potenza, è colui che è all’altezza della propria epoca che ha assunto il carattere della “mobilitazione totale”. L’Operaio è in rapporto con ciò che è in quiete, con la fonte originaria del divenire, l’elementare che lo determina, aprendo lo spazio ad una nuovo sentimento della libertà. È chiaro che per Jünger il modello dell’organizzazione umana è quello militare, in cui comandare e servire sono la medesima cosa.

Questo è l’abisso, secondo Jünger, che separa la “chiacchiera” borghese e il concetto di libertà che egli ha, come dover’essere e norma, dalla decisione dell’Operaio per la necessità tragica della vita. L’unica libertà possibile non è quella che rifiuta il carattere elementare e il pericolo come assurdo, dichiarandolo in tal modo irreale e rimuovendolo, ma è quella che si decide per essa e la fa propria, trasformando la libertà-da, esemplare del tipo umano borghese, in quella di libertà-per-la-necessità in cui comandare e ubbidire sono la medesima cosa, in cui solo l’ascolto dell’originario che ci chiama in maniera inappellabile può dar veramente ragione del nostro stare al mondo. Gehorsam, das ist die Kunst zu hören, l’obbedienza è l’arte d’ascoltare, dice Jünger in un passaggio del libro, in tedesco, come fa notare Quirino Principe, “Obbedire” e “Ascoltare” hanno la stessa radice etimologica, l’una implica l’altra necessariamente.
Ai nostri occhi l’analisi jüngeriana – un’analisi deduttiva e visiva, fatta di forme che si susseguono nella loro evidenza – e il modello di Uomo come Milite del lavoro che lui prospetta, come unica forma adeguata all’epoca della tecnica, può sembrare urtante, figlia di una mitologia guerresca che ci è estranea, ma al di là della patina militarista che pur caratterizza il testo di Jünger, bisogna convenire che L’operaio è uno dei pochi testi che coglie in maniera cristallina la struttura di fondo della nostra epoca, in cui il soggetto della storia non è più l’uomo e l’umanità, ma la tecnica come manifestazione della volontà di dominio e che il singolo individuo o anche la somma di tutti gli uomini, non hanno più la capacità di creare storia, in quanto elementi di un apparato che li sovrasta e li determina. L’unico modo, per lo Jünger de L’operaio, di corrispondere adeguatamente al destino tecnico-scientifico della nostra epoca è far tutt’uno con essa, in una totalità organica che supera la distinzione tra mezzo e fine, interno ed esterno, anima e corpo e che vede l’universale non come astrattezza, ma come universalia in re. Ogni cosa si manifesta come momento necessario di una totalità organica che è sempre maggiore della somma delle singole parti. In un’epoca come la nostra in cui la presenza del dominio tecnico si fa sempre più capillare e pervasiva, la sfida posta da L’operaio resta ancora aperta: come corrispondere al nostro tempo storico? Come meri atomi di consumo, votati all’idiozia tecnologica di meri ingranaggi o bit o file dell’immenso ordine tecno-sceintifico o porsi in maniera adeguata al cospetto della nostra epoca diventandone il soggetto dominante? La sfida è ancora aperta, soprattutto in un’epoca in cui nuovi soggetti si stanno impadronendo di quell’apparato tecnico-scientifico che fin ad ora è stato appannaggio prevalente dell’elite occidentali. Se il libro di Jünger insegna qualcosa è che il cosiddetto “progresso” tecnico-scientifico non diminuisce i conflitti, ma li acuisce e li rende ancora più drammatici e potenzialmente devastanti; di fronte a ciò è necessaria una decisione radicale su cos’è l’uomo, su qual è il suo rapporto con  la storia, il divenire e l’eterno, in ultimo, su qual è il rapporto con il destino.

© Francesco Filia