I giorni di Giovanna Rosadini

Rosadini

 

Inizio, ritorno, ombra, sono le parole portanti dell’ultimo libro di Giovanna Rosadini, Il numero completo dei giorni, edito da Aragno nel 2014. L’insieme delle poesie è un impasto veramente denso, e il meglio di questo impasto è nel momento in cui sa farsi canto, così marcato per molti tratti, perfettamente udibile. Una poesia, quella di Rosadini, che prima della pagina, più ancora di essa, sembra costruirsi o pare destinata a essere letta a voce alta.
Tutto il libro permette che si avverta continuamente un’oscillazione tra fissità e movimento, tutta tesa fra poli antitetici, con l’avvicendarsi di un e di un no, affermazione e negazione che da sempre sono del resto le forze fautrici del nostro stesso impasto, del travaglio che ci disegna, uomini e donne di questa terra.
Il viaggio avviene attraverso le Parashot, le suddivisioni annuali della Torah, lette settimanalmente in pubblico durante lo Shabbat. Una traversata sapiente del Pentateuco, da Genesi a Deuteronomio, svolta per nodi essenziali. Tra le parole chiave, appunto, l’inizio, la possibilità sempre presente, a qualsiasi altezza della vita, di sperimentare una rinascita, che sia emotiva, spirituale, anche fisica. Di qui il ritorno, altro tema cardine, la riconnessione cioè con una sostanza originaria sorgiva… Lech Lechà, Abramo che segue l’esortazione divina abbandonando Ur, città in cui è ricco e potente, per mettersi in cammino verso una realtà che non conosce, in senso metaforico e psicologico. Vai a te stesso, dunque, è l’insegnamento: solo mettendoci a rischio possiamo trovare noi stessi. Ma l’insegnamento passa anche, necessariamente, attraverso Va-Ishlàch, la lotta di Giacobbe con l’angelo: solo combattendo, facendo i conti con la propria ombra (le proprie paure, i propri fantasmi) possiamo diventare realmente forti, solo conoscendole e metabolizzandole si possono superare le proprie debolezze. Ed è significativo che la benedizione impartita dall’angelo a Giacobbe, al momento del congedo, sia in forma di ferita: solo nella claudicazione che ne conseguirà Giacobbe potrà passare dall’io al noi, diventerà Israel.
«L’ombra è più densa e profonda…» in un «tempo che consegna enigmi», leggiamo d’altronde subito, in apertura di libro. Quanta abnegazione occorre, certo, nell’enumerazione dei giorni a noi assegnati, che in un paesaggio dimentico di sé porti a considerare tutto il proprio peso in essi, sempre in bilico, noi, fra ombra e luce. Leggiamo, a pagina 109: «annegato, un paesaggio dimenticato: io / conto i giorni, e ripasso me stessa a memoria». Un io che si vorrebbe morto, forse ucciso, eppure pronto a rinascere, riaffermandosi nella confessione di sé, da una parte, e dall’altra addirittura nella tensione a recuperare un proprio antico valore allegorico. E questo accade dentro una geografia fatta in fondo di non sapere, del non sapersi, come si evidenzia a pagina 83: «Ora è il tuo giorno, e ancora non sai». Ancora e sempre, io e noi, mentre Dio pretende tutti i nostri giorni, passati, presenti, futuri. Tocca a noi prendervi parte: «toccare, sapendo di avere due / possibilità, e decidere: se ferire. / Sapersi molti. Riprender parte. / Sapere quale parte, e non dimenticare», troviamo a pagina 125. E nella ferita, e nell’oscillazione, ecco il per sempre che dà respiro a questi versi: «una lingua riesumata, fissata nell’eterno / (…) / eternamente prossima ad essere dimenticata» (pagina 15).
Dietro l’antico sorge l’alba della poesia. Ne leggiamo il sapore in Paradigma di santità: in «tutta questa sabbia tenuta a mente», nel deserto di sempre, arriva a imporsi il sole, «e ogni cosa appare / nel suo vero nome». Se è un percorso senz’altro personale quello che ci offre, Rosadini intende condividerlo: un sentiero stretto, sentito come ineludibile. Sono i giorni a tracciarlo, con noi a chiedere che nel loro computo si schiuda una forma di redenzione, si pronunci, pronunci il nome esatto, che sia voce, linguaggio, e il linguaggio possa essere casa. Nulla che sia impalpabile, fuori dal campo dell’esperienza sensibile. Una raccomandazione che ritroviamo in Toledòth, con la Benedizione del primogenito: «Dare un corpo alle parole» perché «Nulla sono le parole disincarnate».
Tutto passa nel corpo, e nell’essere. Come pronunciato in esergo, a pagina 43: «Se non fosse che questo: giungere a un luogo / esattamente pronunciarne il nome, essere a casa». E ancora giustamente rimarcato in chiusura di libro, tramite la luce: «…Lo sbieco della luce / farà il resto (…) E ogni cosa sembrerà essere». Per ritrovarsi, infine, in una voce, la propria, capace di canto: «…chiara luce, / e quasi convince a ritrovar la voce».

Cristiano Poletti

 

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