Nadia Terranova – Gli anni al contrario

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Nadia Terranova – Gli anni al contrario – Einaudi, 2015 – € 16,00 – ebook € 9,99

Era un giorno di Fata Morgana, uno di quelli in cui la luce rende la Calabria così vicina che sembra di poterla toccare, tanto che si raccontano storie su chi, impazzendo, si è tuffato convinto di poter raggiungere a nuoto la punta del continente.

In questo bellissimo passaggio c’è tutto il senso de Gli anni al contrario, il romanzo di Nadia Terranova, uscito da qualche giorno, ma c’è anche di più. Il miraggio dei giorni di Fata Morgana, così frequente nello Stretto di Messina, è il miraggio di chi, dai piccoli paesi, dalle piccole città di provincia non ha mai potuto prendere parte alle cose. Le cose che cambiavano la Storia avvenivano sempre da un’altra parte e il potervi partecipare era un’illusione, gli eventi sfilavano all’orizzonte fino a perdersi, confondersi, come un miraggio. Il miraggio del libro è la lotta armata, la rivoluzione mancata, vista da Messina, da due ragazzi alla fine degli anni settanta. Gli anni settanta, per chi c’è nato come l’autrice (o il sottoscritto), rappresentano una sorta di rivelazione mancata, un’epifania al contrario, appunto. Sono stati anni cruciali per il nostro paese, ma noi eravamo bambini, li conosciamo dai racconti dei nostri genitori, li abbiamo scoperti leggendo i documenti. Abbiamo qualche vago ricordo dei rapimenti, degli omicidi. Abbiamo visto qualche film fatto bene e, forse, letto uno o due romanzi come si deve (mi torna in mente Nucleo zero di Luce d’Eramo, libro che andrebbe ristampato). Adesso abbiamo un romanzo che è la storia d’amore tra Aurora e Giovanni, ed è una storia mancata, di entusiasmi durati poco (quelli di Giovanni), perché bruciati in fretta e sostituiti dall’entusiasmo successivo; di scelte di rinuncia (forse) e di coerenza e protezione (più probabilmente) fatte da Aurora per sé ma soprattutto per Mara, la loro piccola bambina.

Aurora camminava fra due vuoti e quello della morte era meno spaventoso dell’altro, a cui non sapeva dare un nome.

Aurora e Giovanni si conoscono all’Università. Lei figlia di un fascistissimo, lui di un avvocato affermato e comunista deludente, di quelli da circolo. La facoltà è quella di filosofia, l’anno è il 1977. Assemblee, lotte studentesche, manifestazioni, e poi l’amore, e una bambina che arriva subito, che non è troppo presto, è, per i due ragazzi, il tempo giusto. Nadia Terranova è molto brava nel descrivere come è vissuta la storia d’amore di Giovanni e Aurora da i due genitori maschi, si vedrà che per loro le convinzioni politiche sono cosa secondaria rispetto alle priorità ataviche: i figli da sistemare. La tranquillità mentale per le famiglie. Tutto quello che comincia è per Giovanni un’autentica fine. Non gli basta Aurora, non gli basta Mara, anche se ama entrambe. Non gli bastano i gruppi studenteschi, non gli bastano i partiti, non gli bastano i racconti delle lotte, di battaglie che avvengono sempre troppo lontano o troppo prima. Insieme a un amico tenterà un’azione, un attentato a un mobilificio che sfiorerà il ridicolo. L’atto non avrà alcun effetto, alcun risalto; come non produrrà nessuna reazione il suo autodenunciarsi. Giovanni passa dalle sigarette alle canne, dalle canne all’eroina, i suoi anni ottanta. Andrà a Berlino da un amico combattente, ma attraversare il muro sarà come entrare in un altro bar. Berlino Est è una birra. L’insoddisfazione è una costante, come la droga, arriverà la comunità di recupero. Aurora non smette di studiare, è la sua protezione. Si occupa di Mara cercando di farle vivere una vita normale, sarà la salvezza di entrambe.

È struggente lo scambio epistolare tra Mara e Giovanni durante il periodo della comunità di recupero. Gli occhi della bambina ci portano la purezza di quel punto di vista, che è quello dell’amore, della fiducia spensierata e sconfinata. Le lettere della bambina sostituiscono al miraggio il sogno. E il sogno e la realtà sono per una bambina la stessa cosa.

Può darsi che quello che chiamiamo tempo esista solo nei rapporti con gli altri.

Gli anni al contrario è il racconto dell’illusione e della disillusione, della non partecipazione. Nadia Terranova scrive benissimo e, senza retorica, commuove. Dice quello che va detto senza aver bisogno di alzare i toni. I toni, per lei, sono cambi di luce e di prospettiva.

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© Gianni Montieri

su Twitter @giannimontieri

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