Sottomissione – Michel Houellebecq. Una nota critica

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Quando tornai in facoltà per fare lezione ebbi per la prima volta la sensazione che potesse succedere qualcosa; che il sistema politico nel quale mi ero abituato a vivere fin dall’infanzia, e che da un bel pezzo si stava palesemente incrinando, potesse esplodere di colpo. Non so esattamente cosa mi diede quest’impressione.

Leggendo Sottomissione, l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Trad. di Vincenzo VegaBompiani, 2015, mi è tornato in mente il film L’invasione degli ultracorpi: il lento penetrare all’interno di una piccola comunità di una specie aliena che si mimetizza e si sostituisce agli abitanti. Lo ammetto, è un’associazione un po’ bizzarra, ma se la fantascienza degli anni ’50 era una metafora della paura dei Rossi che angosciava la società americana, l’associazione si fa meno bislacca. Houellebecq ipotizza la presa del potere da parte della Fratellanza musulmana di Mohammed Ben Abbes nelle elezioni presidenziali in una Francia prossima futura, non usa metafore fantascientifiche ma utilizza lo schema della minaccia che si insinua nella normalità. Ne accresce l’effetto utilizzando il sistema elettorale francese a doppio turno per accentuare il senso di sgomento e incredulità della società francese, soffermandosi – nella prima metà del libro, sicuramente la migliore – sui giorni tra il primo turno e il ballottaggio tra il Front National e la Fratellanza musulmana, cogliendo i personaggi nella crescente incertezza e preoccupazione, anche se increduli fino alla fine. Nel libro non c’è nessuna presa di coscienza definitiva dell’eventuale pericolo, nessun eroe che si ribella, ma il protagonista, come quasi tutti coloro con cui entra in contatto, si adegua docilmente e opportunisticamente al nuovo ordine, fa sua la necessità della sottomissione e la accetta nella sua bellezza come una liberazione. È qui che l’ultimo libro di Houellebecq coglie nel segno, è quest’intuizione che fa sì che Sottomissione non sia solo fiction. L’autore, giocando tra il contrasto tra un presente incerto e un futuro minaccioso, non rinuncia alla sua vocazione profetica, ma qui lo fa, a differenza di altri romanzi, ravvicinando i tempi, rendendola imminente, facendo sì che il lettore sia preso da un disagio subdolo che lo inquieta. È in questa prossimità e plausibilità che Sottomissione, pur non essendo il migliore dell’autore, pur riproponendo alcuni schemi e situazioni più volte utilizzate nei romanzi precedenti, pur eccedendo in sociologismo, si manifesta nella sua necessità all’interno del percorso di Houellebecq. La libertà occidentale come “libertà-da” ha fallito, ha fallito il tentativo della nostra civiltà di svincolarsi da qualsiasi legge esterna alla ragione e al suo dominio tecnico-scientifico. Questo tentativo, nell’ottica dell’autore, ha trasformato l’esistenza dell’uomo occidentale in un deserto, in cui niente si inscrive in un ordine di senso ulteriore ma tutto si riduce, per riprendere la fortunata formula dell’autore stesso, a estensione del dominio della lotta. E qui il sottofondo schopenhaueriano e nietzchiano (citato più volte nel romanzo) delle riflessioni di Houellebecq si fa sentire potentemente: la ragione è una maschera, un rimedio malriuscito, che nasconde l’orrore irrimediabile della natura e dell’esistenza, anche e soprattutto nella dimensione della pulsione sessuale. La scienza non può far altro che constatare ciò e tentare di alleviare i mali della vita con la produzione di comfort tecnologico, di differire il dolore e la morte, senza veramente potervi porre rimedio, anche la prospettiva della clonazione è destinata a fallire, non vi è possibilità di un’isola nemmeno nella produzione artistica, che è anch’essa un referto dell’ineluttabile disfacimento di ogni cosa. Questo, per grosse linee, è stato il discorso houllebecquiano fino a La carta e il territorio, ora il tipico personaggio houellebecquiano disperato (perché forse una volta ha sperato), cinico e disilluso, che come i suoi antenati, l’ultimo uomo nietzschiano, ma anche l’uomo del sottosuolo dostoevskijano, è colui che constata il crollo di tutti i valori senza avere la forza di reagire, di creare un’altra scala valoriale. Il protagonista nevrotico di tutti i romanzi di Houellebecq – alter ego dell’autore, ma anche esponente ultimo del disfacimento della civiltà occidentale – in Sottomissione prende il nome di François, professore universitario esperto di Huysmans, che deve confrontarsi non solo con l’implosione del suo mondo ma anche con il penetrare lento di un’altra civiltà all’interno del comodo vuoto pneumatico di quella occidentale. L’elemento geniale della narrazione è che l’Islam non si presenta nella sua variante estremista, ma in quella moderata, rassicurante, che ha accettato apparentemente i costumi occidentali e convive con essi. E questo incontro nelle pagine del romanzo si manifesta sempre più come un incontro fatale, tra un possibile nuovo ordine del mondo, che non distingue legge dello stato e legge religiosa, e una civiltà esausta che della propria libertà non sa che farsene, che odia se stessa e che non riesce a godere nemmeno di tutto il residuo benessere che ha, se non in un immotivato e disperato consumo di ogni cosa, a partire dal sesso (François che dopo aver perso l’amore di Myriam emigrata in Israele, senza averlo voluto veramente, si dedica alle escort come unico esercizio di potere rimastogli), che in quasi tutti i romanzi di Houellebecq assume un valore paradigmatico dello stato di disfacimento nevrotico della società occidentale, basti pensare a Piattaforma in particolare. Ma ora si presenta una nuova possibilità, i padroni del mondo, gli Occidentali, per continuare a mantenere il loro standard di vita, si sottomettono a coloro che furono i loro servi, gli immigrati di seconda terza generazione che diventano maggioranza e prendono il potere attraverso quella democrazia che i loro genitori hanno subito e che i loro figli utilizzano come un’arma per affermare l’islam in Francia. In questa dialettica di potere, coloro i quali dovrebbero, in virtù della loro ruolo culturale, essere il baluardo della laicità della società, i professori universitari, si trasformano in sacerdoti del nuovo ordine, vi si inseriscono, si mimetizzano in esso, ne godono i vantaggi. Il vantaggio dell’Islam, dell’essere sottomesso, nella prospettiva fantasociologica del libro, è la cessazione del dominio della lotta, la fine della competizione sociale e tra i sessi con la sottomissione della donna all’uomo, la fine della competizione tra diseredati e ricchi con il redistributivismo economico di stampo islamico. E qui che Houellebecq dimostra la sua spiazzante e fastidiosa originalità rispetto ad altri che avevano analizzato il tramonto dell’Occidente. L’Occidente non ha la capacità di cambiare, le sue forze vitali sono del tutto esaurite, non vi è né la possibilità di un nirvana schopenhaueriano, come quello tecnologico di La possibilità di un’isola o de Le particelle elementari, né tantomeno una trasvalutazione dei valori nietzschiana,trasformare la libertà-da razionalistica in una libertà-per, in amor fati, ma neanche un ritorno all’origini, attraverso il Cristianesimo, come si evince nella parabola umana e letteraria di Huysmans, oggetto di studio e alterego del protagonista. François, a differenza di Huysmans, non si converte, non sente il fervore mistico del suo predecessore, in lui è assente anche quel soprassalto che lo avrebbe fatto saltare nel nulla-tutto del Dio fatto uomo, in lui non c’è passione, vuole solo liberarsi da se stesso, dal peso della sua annichilente libertà, vuole un padrone infinito, potente, distane, mai fattosi uomo, e quindi non corruttibile, a cui obbedire, vuole sottomettersi, vuole l’Islam. E, se questo libro parla delle nostre società e del loro possibile futuro, noi, se riusciamo ancora a volere veramente qualcosa, cosa vogliamo?

© Francesco Filia

2 comments

  1. “La sera che, in carcere, levando quasi materialmente le braccia alla due volte inferriata finestra, esclamai ‘Dio, ti ringrazio per la libertà che m’hai dato’ […] lo ringraziavo per ciò che ero in ceppi, per avermi tolto […] ogni pensiero e ogni possibilità di azione e decisione, donde una gran calma era sgorgata.” (Landolfi, LA BIERE DU PECHEUR)

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