L’oggetto del contendere: nota su «Gli oggetti trapassati» di Bernardo De Luca (D’IF, Napoli, 2014)

de luca

La poesia di Bernardo De Luca (che su Poetarum avete già letto qui) è una lotta con le cose, con lo spazio gremito, con la materialità del mondo. Il titolo Gli oggetti trapassati significa in prima istanza questo: attraversati, trafitti dallo sguardo e dalla parola. Il nostro quotidiano stare al mondo risulta quindi per così dire potenziato, portato a un livello superiore di consapevolezza: «camminare in una casa e portare/ la luce»; «passeggiare realmente»; «il mio ritorno è sempre nei luoghi». Ma l’attenzione risulta presto insostenibile, il carico di realtà intollerabile: «L’auto procede/ il suo viaggio minimo tra tappeti di oggetti trapassati, l’elenco impossibile». Si capisce perché Andrea Inglese scelse lo strumento di indagine apparentemente opposto, la «distrazione», che dà anche il titolo alla sua raccolta del 2008 (di cui ho commentato un testo rappresentativo qui). Anche De Luca si accorge presto di come lo sguardo fisso sulle cose non possa essere proficuo, ma ne riveli l’aspetto opaco, irriducibile alla simbolizzazione. Questi «tappeti di oggetti trapassati» sono anche distese di oggetti morti alla nostra esperienza, inspiegabili, assurdi. L’elenco è impossibile non solo numericamente.

È questa la seconda accezione del titolo: il mondo ridotto a un puro scheletro, «la luce dischiusa/ a mostrare le ossa del reale»; «i nostri eventi come diluiti/ rimasti in una fossa scheletriti». Il senso che ci aspettavamo emanare dal mondo ha insomma la bianchezza allucinante di un ossario. Questa sembra la scoperta drammatica e momentanea della poesia di De Luca. La lotta con la scorza del reale si fa violenta, disperata. Può essere affidata perfino alle mansioni di uno spazzino gobbuto («bisogna scarnificare le strade/ scartocciare la massa che opprime»), perché tutto al mondo si fa detrito e scarto rispetto alla nostra coscienza troppo esigente. Tutto diventa «traccia dell’inorganico/ vivente», laddove inorganico sta anche per insensato, inconcepibile. De Luca sembra allargare il cerchio semantico dell’oggetto desueto: le cose rifiutate sono anche le cose che si rifiutano di farsi comprendere («Alla svolta le carcasse che guardano,/ mute impenetrabili esperite»). Questo collasso del significato finisce per coinvolgere perfino chi guarda: «Rifiuto dei rifiuti, oggetto trapassato tu stesso»; «È terribile l’incapacità di darti un mondo,/ tutto ingurgita lo spazio che raccoglie/ i nostri morti, le cose inutilizzabili». Neppure l’invincibile mitologia dell’infanzia ne esce intatta: «Ne restano le teste mozze degli eroi/ i corpi sparsi e ammonticchiati/ gli oggetti magici anneriti». Non può sfuggire la pregnanza storica e geografica di questo immaginario dello scarto e dell’accumulo nocivo in un giovane autore partenopeo, ma la sensazione è che questa scrittura finisca comunque per trascendere la contingenza e l’emergenza, emancipandosi dalla cronaca.

De Luca si inserisce di fatto in un solco fortemente novecentesco, quello di una certa poesia fenomenologica che rivendica per sé la possibilità di dire aspetti del mondo che la scienza, con i suoi microscopi e i suoi telescopi, non potrà mai dire. La poesia come strumento di conoscenza alternativo e parallelo al discorso dello scienziato, come anche a quello, sempre più flebile, del teologo. Già il Montale degli Ossi si scontrava ostinatamente con la materialità del reale, producendo un folto di oggetti che Contini considerava ancora eccessivo («buona parte di questo mondo potrebb’essere tagliata via», da Una lunga fedeltà, Einaudi 1974, p. 11). Molti anni dopo Francis Ponge proverà a risolvere il problema schierandosi completamente dalla parte delle cose e del loro «parti pris», diluendo il pathos lirico in una mimesi di oggettività. Siccome non mi pare che i due paradigmi dominanti di allora siano mutati ai nostri giorni (scientismo prevalente, crisi della trascendenza), ecco che un altro giovane poeta di oggi, un altro Bernardo, ma che di cognome fa Pacini, in una sezione della sua prima raccolta (antologizzata su Poetarum qui) compie un’operazione simile: «il dentro delle case» è ancora una volta il ventre inspiegabile del mondo, l’intimità impossibile con le cose. Questa poesia che prova (in modo inevitabilmente temporaneo e puntuale) a riempire le lacune della scienza e a colmare il vuoto di senso lasciato dalla religione è una poesia filosofica nel senso più pieno. De Luca ne è consapevole, come l’epigrafe dantesca che ha scelto per il suo libro dimostra.

Se così può sembrare di chiedere troppo alla scrittura, ecco che un terzo livello di significato dal titolo si propaga a tutta la raccolta, e il discorso sulle cose torna a essere un discorso sull’umano. Gli oggetti trapassati sono anche gli oggetti due volte perduti nel passato, e lo sguardo dolorante e insufficiente diventa stavolta quello del ricordo: «Anche la nostra memoria per diritto,/ dove ogni gesto è un passo alato,/ si unisce alle carcasse spente»; «È distante, lontano in un evento mai passato/ chiuso nella foto della sua memoria». La seconda citazione somiglia da vicino al Montale di Vecchi versi: «e fu per sempre/ con le cose che chiudono in un giro/ sicuro come il giorno, e la memoria/ in sé le cresce». L’oggettività insostenibile si stempera nella memoria personale, e il tono può abbassarsi nella familiarità del racconto: «“Pensavo fossero invenzioni della nonna:/ la Russia, i treni, i pidocchi – era vero”». La dimensione immobile, dura e inumana delle cose è colta adesso nella sua storicità, che è anche la nostra. Come se la lotta con lo Spazio rimandasse inevitabilmente a una lotta con il Tempo, dove l’aria ricomincia a muoversi, e le ossa fioriscono. Gli oggetti trapassati finiscono per avere facce di uomini: «E le rivedo/ in movimento le persone chiuse/ nella carta».

@Andrea Accardi