Mai più senza # 3 – “Misery” (una riflessione)

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

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Misery

Potrei sbagliare, ma ho sempre avuto la sensazione che Misery di Stephen King abbia avuto una strana sorte, e cioè l’assoluta predominanza, a immediato richiamo, di uno solo dei suoi aspetti e dei suoi significati. Sia chiaro: nel circuito scrittore/lettore, ciascuno ha l’assoluta libertà, se non il dovere, di ricevere e riverberare la sfaccettatura che preferisce e che più immediatamente tocca le sue corde. Eppure Misery resta, in maniera granitica, un romanzo di sopravvivenza; Misery continua a narrare la storia di Paul Sheldon, scrittore di best-sellers, segregato e seviziato da una fan che non gradisce la morte della sua eroina, Misery, e lo costringe quindi a scrivere un seguito credibile alla sua vicenda.
La “Misery” del titolo è, così, un’antagonista occulta che scaraventa Sheldon in un calvario, l’uscita dal quale è appunto la trama del libro. Questa angolatura permette, nella più sottile delle analisi, di vedere il romanzo come un’acuta polemica contro un meccanismo fagocitante («Tutti vogliono Misery, Misery, Misery. Tutte le volte che si prendeva un paio di anni per scrivere uno dei suoi altri romanzi […] era stato subissato da lettere di protesta»), ma sempre in un’ottica di survival-story, di variante macabra della vicenda di Sheherazade.

C’è un punto di quest’ottica che non mi è mai stato chiaro, e questo per colpa di quel meccanismo di cui sopra: il riverbero della sfaccettatura, la disponibilità a vedere ciò che più ci interessa e a lasciare il resto in disparte, come non destinato a noi. Ciò che io ho sempre visto in Misery è tutt’altro che una storia di sopravvivenza, che è in sé conservazione: vedo in Misery, al contrario, il romanzo di una genesi, possibile grazie a un ciclo di distruzione e rinascita, e la genesi riguarda tanto Paul Sheldon quanto colei che, fin dal titolo, si configura come ben più di pretesto narrativo: Misery.

In questa pièce a due varrà la pena tratteggiare Paul. Paul Sheldon «scriveva romanzi di due tipi: quelli che contano e i bestseller». Odia la sua eroina, al punto da saltare di gioia e liberazione per la sua morte; questo non farebbe di lui un cattivo scrittore, o meglio uno scrittore disonesto, se King non specificasse che il disinteresse si applica ai suoi stessi libri, alle sue parole, alla materia viva dei suoi bestseller: «mentre scriveva quella frase si era messo a ridere così convulsamente da non riuscire più a trovare i tasti giusti sulla macchina da scrivere». Il Paul Sheldon dei libri che contano ha invece appena terminato Bolidi. «Non aveva riso nel portarlo a compimento. Se n’era rimasto seduto davanti alla macchina per scrivere e aveva pensato: amico mio, qui potresti esserti aggiudicato l’American Book Award dell’anno prossimo».
Ecco chi è Paul Sheldon all’inizio del libro: uno scrittore disonesto, nella peggiore delle ipotesi, e uno scrittore ambizioso nella migliore.
È quest’uomo, dopo un incidente automobilistico in una tempesta di neve, a incontrare l’ex-infermiera e sua accanita fan Annie Wilkes. Simbolo del lettore avido (geniale l’idea di omaggiare Misery dando il suo nome a una scrofa), Annie non può credere alla sua fortuna quando ha tra le mani l’uomo che può resuscitare la sua eroina perduta in cambio di ospitalità, assistenza e salute. I termini di questo contratto sono chiari: «Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, […] ti dirò che si dà il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo.»
Difatti. “Simbolo del lettore avido”, si è detto, ma chi sia Annie Wilkes in realtà ci viene detto fin dal primo istante:  

L’idea di Annie Wilkes nel ruolo di idolo africano tratto da Le miniere di re Salomone era forse divertente, ma fin troppo attinente. […] La sensazione che fosse un idolo di un romanzo di fanatismi religiosi non lo meravigliava affatto. Come un idolo, dava una sola cosa: un disagio che si consolidava progressivamente in terrore. Come un idolo, tutto il resto se lo prendeva.

Dar fuoco al manoscritto di Bolidi è il primo atto di potere da parte della Dea. E qual è la reazione di Paul Sheldon, scrittore disonesto e ambizioso, messo di fronte alla scelta tra il dolore fisico e la sua creatura? Lungi da noi giudicarlo (siamo su un piano esclusivamente simbolico), ma Bolidi brucia.

Kathy Bates, Oscar per il ruolo di Annie Wilkes nel film "Misery non deve morire" di Rob Reiner

Kathy Bates, Oscar per il ruolo di Annie Wilkes nel film “Misery non deve morire” di Rob Reiner

La Dea vuole Misery di nuovo in vita. Il Paul Sheldon della “serie-Misery” – il Paul Sheldon di Bolidi – avrebbe potuto cominciare Il ritorno di Misery con l’eroina semplicemente in vita. Ma la Dea si oppone: Misery era morta; bisogna trovare una maniera onesta di resuscitarla. La scrittura ha regole cui Paul deve ubbidire. Deve farlo, sì, per restare in vita; eppure nel metaromanzo che da questo momento si svilupperà, in quella materia sempre più ostinata che affiorerà letteralmente sotto gli occhi del lettore, con una grafia sempre più incerta (si inizia con pagine dattiloscritte cui mancano lettere, si prosegue con fogli annotati a penna), Paul si accorge di doverlo fare perché la trama si delinea; perché i tasselli vanno al posto giusto; perché “c’è un tema qui, Paul, è la trama che attraversa tutto. La trama che è alla base di ogni cosa. Non la vedi?
È stata Annie, certo, il pubblico vorace (e munito di accetta), a chiedere, a dare il la; ma le conseguenze sono state più profonde. Annie, nello sguardo di Paul, non è più solo il pubblico. In sé lo è: è archetipo del pubblico che Paul si è meritato, una donna di cultura medio-bassa, infatuata di bestseller, che dà alla scrofa il nome della sua eroina. Occorre che il dolore trasfiguri l’immaginazione di Paul perché Annie compia il salto, e diventi non solo l’aspettativa, ma la musa terribile. Annie è la circonferenza da cui l’opera parte e a cui l’opera torna, l’impulso a scrivere e lo sguardo che accoglie la scrittura. Annie è tutto ciò che non è dolore – ne è sorgente e unica consolazione – del corpo scrivente, ma anche il fuori-dalla-scrittura, il suo punto di partenza e il suo approdo. Quando incontra questo, Paul diventa uno scrittore.

Non solo sopravvivenza, quindi, ma genesi di un libro e soprattutto genesi di uno scrittore.
Si è parlato di Sheherazade, e il paragone, infatti, è presente nel libro; ma non a caso è gestito in maniera particolare. In questo gioco di ruoli, anche le metafore saltano: Paul non è Sheherazade di un’Annie Re di Persia, le sue storie non sono solo la maniera di aspettare il disgelo perché la sua macchina si veda sotto il ciglio della strada. Paul arriva a un punto in cui è lui per primo a confondere la sua sopravvivenza con la sopravvivenza del suo manoscritto. Il pensiero di Sheherazade è “se smetto di raccontare, io muoio”; il pensiero di Paul Sheldon diventa “se muoio, io smetto di raccontare”. Non è in Annie che va cercato il Re. «Tu sei stato – e ancora sei – Sheherazade per te stesso.»

Che effetto farebbe se ti facesse bruciare ‘Il ritorno di Misery'”? bisbigliò la vocetta interiore facendolo sussultare. Mentre gli si ottenebrava la coscienza, concluse che gli avrebbe fatto male, sì, terribilmente, che in confronto a quel dolore, quello che aveva provato quando ‘Bolidi’ era stato ridotto in ceneri, sarebbe apparso come il dolore di quell’infezione ai reni messo a confronto con quello che aveva provato quando lei aveva calato l’ascia e gli aveva tagliato via il piede, esercitando sul suo corpo la sua autorità editoriale.

3 comments

  1. Un bel pezzo Giovanna, questo è uno dei libri di King che preferisco, in generale, credo sia un maestro e nel tempo l’hanno riconosciuto anche molti di quelli che lo ritenevano uno scrittore pop.
    Un altro libro suo che amo particolarmente è “cose preziose” magari un giorno me lo rileggo e ne scrivo.
    Grazie

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    1. Non posso che darti ragione. Quando penso a King, penso alla capacità di fare altissima letteratura “fingendo” di inquadrarla in un genere (il nostro “Misery”, ma anche “Shining”), ma anche alla gioia di avere tra le mani un narratore di razza, specie nel respiro breve (i racconti del terrore, quelli di “Scheletri” in testa), fosse pure solo per godere di un attimo di svago. Per non parlare dei saggi sulla scrittura, in cui dimostra tutta l’abilità dell’artigiano che ha ben chiari i suoi scopi e gli strumenti a disposizione. Insomma, un grande. Che tra i suoi temi ha un grande tema, al di là della maniera di declinarlo: l’amore quasi spaventoso per il proprio mestiere.
      Grazie a te. A “Cose preziose”!

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  2. Stephen King, un autore che amo al punto di non sapere scegliere tra i suoi lavori, forse perché in ognuno di essi scopro una parte di me che si ricongiunge alle altre come fosse un collage.
    Leggerti è stato un vero piacere, non potevo mancare in questa tua pagina. Grazie.
    E come lui scrive, piace anche a me pensare che “Il tempo è un volto sull’acqua”.
    c.

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