Il tinello di Paolo Conte

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Ci diceva Brecht, nella traduzione di Fortini: “Le fatiche dei monti stanno dietro di noi. Davanti a noi stanno le fatiche della pianura”. In mezzo, con poco distante il mare, le colline, quelle di Paolo Conte, come quelle di Cesare Pavese: “alla sera che l’acqua si stende slavata / e sfumata nel nulla, l’amico la fissa / e io fisso l’amico e non parla nessuno… Le colline mi vanno, e lo lascio parlare del mare… Vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra” (Gente spaesata, 1933, in Lavorare stanca); e ancora, il poeta di Santo Stefano Belbo: “Nella notte le grandi campagne si fondono / in un’ombra pesante, che sprofonda i filari… Ogni pianta ha un suo freddo sudore nell’ombra / e non c’è più che un campo, per nessuno e per tutti” (Paesaggio, 1934). Occorre sapere da dove si vuole provenire, sapere chi sono i nostri antenati. Conte viene da qui, da un silenzio di pianura alle porte di colline che anticipano il mare. Dietro, montagne di passato, e sopra di lui i cieli notturni del jazz, la rumba, il tango e tanti altri ritmi così seducenti e lontani nelle loro percussioni e nei loro echi. “Tacere è la nostra virtù”, scriveva sempre Pavese ne I mari del sud, nel 1930. Il silenzio, dunque,  padrone dei momenti più alti, sempre, nella vita come all’arte. Parafrasando Magrelli, è preferibile venire dal silenzio per parlare, preparando la parola con cura. È quello che fa Conte per cantare. Anzi, più che cantare, il suo è un suonare con la voce al ritmo di un graffio che si appoggia alle note. Diciamolo, senza sconfinare nella sfiancante vexata quaestio cantautore-poeta, oppure sì, sconfinandoci anche, ma forse per definirla: come in pochissimi altri casi, Paolo Conte è poeta della canzone, dove essenziale in questa affermazione è la ‘poesia’ della musica (intesa come ‘linguaggio’ che amplifica il Linguaggio peculiarmente poetico). Prima viene la musica, difatti, nel suo lavoro, venuta da profondissimo silenzio, dopo le parole che questa musica graffiano. Nei “laghi bianchi del silenzio”: ecco dove si va, ecco da dove si proviene. In solitudine. E dall’immenso territorio di una buona solitudine, osserva e graffia, mira e dipinge. Allora piace spingersi a riflettere su questa sua pittura musicale, questa sua poesia per graffi, mediante il Turner citato in premessa a La Bibbia di Amiens di Ruskin. Si riporta, leggermente modificato nel testo, l’episodio: Turner stava un  giorno disegnando il porto di Plymouth e alcune imbarcazioni, a qualche miglio di distanza, visti in controluce. Avendo mostrato il disegno a un ufficiale di marina, questi l’osservò obiettando che le navi erano disegnate senza sabordi. “No” disse Turner “certamente no. Se salite sul monte Edgecumbe e guardate le navi contro luce, sotto il sole al tramonto, vedrete che non si possono scorgere i sabordi”. “Bene” disse l’ufficiale “ma voi sapete che ci sono i sabordi?”. “Sì, lo so” disse Turner “ma il mio compito è di disegnare quello che vedo, non quello che so”. Non sapere, che virtù. “Guardando a orecchio si vede Shanghai / in fondo ai viali di Vienna”. Parla/canta, qui – s’intuisce – l’uomo che non viaggia, che dal chiuso dei suoi spazi, sia una stanza, sia un bar in cui si fischietta o la solita strada probabilmente di provincia, vede, anzi immagina meglio. Come dire: faccia pure, chi vuole andare in gita, tornerà al punto di partenza. “Chi vuole andare in gita / non sa, non sa, non sa” canta ne La donna d’inverno. Sa invece, lo sa bene quest’uomo che resta nel suo spazio o nei suoi immediati dintorni, quant’è caldo l’invito a trovarsi nel segreto di un meraviglioso vis-à-vis: “entra e fatti un bagno caldo / c’è un accappatoio azzurro / fuori piove un mondo freddo”. Questa, come altre purificazioni diciamo “termali” che ci offre: “una doccia ai bagni diurni” (Gelato al limon), “un bel talco da miliardario” (Colleghi trascurati).  Allora che bello pensare di trovarci tutti seduti ancora e sempre in un brutto tinello marron, il tinello di Paolo Conte, coltivando lontananze ed esotismi, saggiando l’eterna incomprensione uomo-donna, restando inermi sotto lo scacco di enigmi e rebus. Tutto a fondersi nel mondo dove ci sono “solo vecchie novità”. Ma farlo nuovo, questo nostro mondo, rifarlo sempre e oggi ancora, suonarlo con l’ingranaggio di una poetica del tutto originale: questo il compito. Con i guizzi letterari giusti, le “mani vegetariane”,  i nasi tristi “da italiano allegro” mentre sventoliamo contenti “davanti a un cielo primitivo”. Questo serve, nient’altro.

                                                                                                                              Cristiano Poletti

3 comments

  1. «Parla/canta, qui – s’intuisce – l’uomo che non viaggia, che dal chiuso dei suoi spazi, sia una stanza, sia un bar in cui si fischietta o la solita strada probabilmente di provincia, vede, anzi immagina meglio.»
    Per me, una via d’accesso nuova, e benvenuta, a una canzone che, per biografia e indole, non ho mai scelto di cantare. Che la chiave di lettura possa tramutarsi in chiave di violino (o chiave di basso) è un’opportunità per la quale ringrazio Cristiano Poletti.

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