Storia, storie, riflessi

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Autore è chi fa lievitare il pensiero per fissarlo in parole, in immagini. Dare forma a una visione è il tentativo che gli compete, sempre che in questo compito sia confortato da un autentico amore per il linguaggio, un amore ribadito fino all’ossessione.
Il lettore, nell’affrontare l’opera, vive un effetto a metà fra rifrazione e riverbero finché, sentendosi sollevato, alleggerito da questa forza luminosa sprigionata dall’autore, possa innalzarsi sopra quel “debito di sé” da cui sente di dover prendere distacco. E qui nasce un paradosso: proprio distanziandosi da quella parte diciamo “inferiore” di sé, lasciandosela alle spalle, il lettore (così come del resto per l’autore) potrà riconoscere se stesso. Occorre autentica concentrazione e una buona dose di fatica (in misura forse pari a quella spesa dall’autore nello scrivere) perché il lettore si trovi finalmente a dire: ecco, eccomi qua, allo specchio. E i due, a quel punto, sapranno dividersi l’aria, prendendo lo stesso respiro per parlare, e se proprio devono farlo, parleranno all’unisono. Una vera adorazione la loro, per qualcosa di esaltato nella sua bellezza. Forse davvero a questo mira la scrittura, a toccare un senso del paradisiaco,[1] sorprendente e vivo ma solo se sostenuto da una memoria sintonizzata sul qui e ora, tesa ogni volta a incontrare e a riconoscere le cose e gli esseri del mondo.[2] Questo è pensare, annodare i fili di una storia al presente. E si è detto “visione”, forse la forma privilegiata del pensiero, per quanto oggi sarebbe sufficiente il dettato derivante dall’acume di un’osservazione che sappia essere presente e attuale ovvero in grado di comprendere quanto del presente è in atto nel solco della storia.
Sarà pure magistra / di niente che ci riguardi, la Storia,[3] eppure dentro (o dietro) la Storia – lo sappiamo – troviamo le nostre, più piccole, storie. Noi, il nostro Esserci, nella sua (nostra) costitutiva mancanza, quel povero amore[4] che ci rende custodi del “non-ancora” e proprio per questo capaci, incessantemente, di desiderio e attesa; s’césene – noi – de calcossa / descompagnà    sparpagnà / inte la lópa de un posterno eterno (schegge – noi – di qualcosa / scompaginato     sparpagliato / nel muschio di un a-nord eterno).[5] In questa scompaginazione dell’Esserci, in questo perdersi del nostro “noi” in un infinito e immaginifico Settentrione, il “sentimento del tempo” starebbe tutto nel fermare quel pendolo che oscilla ugualmente nel passato come nel futuro. Fermarlo lì, nel mezzo, nel presente. Vale ancora, in tal senso, una preziosa considerazione di Eliot: “La differenza tra il presente e il passato è che un presente consapevole ha una consapevolezza del passato in un modo e con un’estensione che la consapevolezza del passato non può mostrare a se stessa”.[6]
L’idea di fermarsi al presente potrebbe suggerire, tuttavia, la dimensione dell’angoscia. Di questa spesso si circonda la nostra storia. Eppure da questa, riflettendo, si apre ogni possibile libertà.[7] Nella consapevolezza di vivere sostando nel presente, di fatto, l’uomo si lega al suo essere misurazione del tempo, orologio e storia, quando invece sfondare il tempo, superare la Storia, oltrepassare la vita,[8] sarebbero le forze che si muovono nella consapevolezza dello scrivere e del leggere.
L’ossessione per il linguaggio, in questo che si profila anch’esso come paradosso (nella propria storia oltrepassare tempo e Storia), è davvero determinante per un qui e ora cui chiediamo di partecipare. La pagina poetica, in particolare, ne è prova, quel “foglio-mondo”[9] su cui maggiormente si misura, fino a essere depos(ita)to, il linguaggio.
E se il significato di alcune poesie risulta spesso oscuro, il perché è l’esistenza stessa del linguaggio, la sua necessaria obscuritas. È il nostro impasto, in fondo, ed è per questo che si rende necessario di tanto in tanto un taglio nel telo nero davanti alla nostra mente, perché un poco di luce entri e faccia il suo gioco. È il compito dell’artista, dello scrittore, del poeta.
Italo Calvino prefigurava, auspicandone il risalto in questo nuovo Millennio, un’immagine: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo.[10] Un’idea religiosa, quel salto. Un distacco, ma davvero solo apparente, se si torna al paradosso dell’inizio: avvicinare quello che sembra lontano, riconoscerlo come riconoscere se stessi prendendo distacco da sé, è ciò cui conducono la scrittura e la lettura, ed è una dimensione semplicemente religiosa. Tanto più considerando che il termine religione da re-légere significa “scegliere”, “guardare con attenzione”, “aver cura”, e da re-ligàre significa “unire insieme”. Per questo motivo ci si potrebbe spingere a definire la scrittura sacra, trovandone la sacralità in quel pensiero lievitato fino a unire scrittore e lettore, in quell’amore per il linguaggio che unisce alla sua oscurità l’apertura al mondo, in un presente che vede unite storie individuali, piccole, alla Storia, quella grande, quella generale. Superandola.

Cristiano Poletti

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[1] Spunti di riflessione mutuati da A. Zanzotto – M. Breda, In questo progresso scorsoio.

[2] Y. Bonnefoy, Poesia e Università, discorso tenuto all’Università di Siena nel 2004.

[3] E. Montale, Satura, Satura I.

[4] Amore, figlio di Penìa ossia della povertà, della mancanza.

[5] Nel finale del Filò di A. Zanzotto.

[6] T. S. Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism; e si pensi inoltre al gorgo temporale posto in incipit al Burnt Norton dei Four Quartets: “Time present and time past / Are both perhaps present in time future / And time future contained in time past. / If all time is eternally present / All time is unredeemable”.

[7] Si fa riferimento qui al pensiero di S. Kierkegaard.

[8] M. I. Cvetaeva – R. M. Rilke, Lettere.

[9] Nella definizione del filosofo C. Sini.

[10] I. Calvino, Lezioni americane.

3 comments

  1. Ringrazio Pier Franco per la giusta precisazione: non essendo io veneto mi sono affidato (troppo tranquillamente) alla traduzione in Oscar Poesie Mondadori. Certo è che “l’erba secca…” è ancor più affascinante. Quindi, davvero Grazie.

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  2. Riflettere sulle possibilità “sacrali” del linguaggio, comune, comunicazione, il peso del dono, il sacramento di agambeniana memoria e neanche troppo lontana, certo e sempre Cristiano, approfondirei questa riflessione, aggiungendo un riferimento alla communitas, all’ecologia come problema nell’opera di Zanzotto, ai suoi “piccoli” topinambùr.

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