Barbara di Jacques Prévert, tra poesia e canzone: un’ipotesi di lettura

a Josyane F. per avermi dato il ‘La’, e a Danilo C. per il Do minore.

Les Amoureux aux Poireaux, 1950 – Robert Doisneau

Barbara

Nel 1946, in pieno dopoguerra, Jacques Prévert pubblica Paroles, la sua raccolta più famosa che contiene Barbara, un lungo testo in prima persona che scorcia il bombardamento della città bretone di Brest avvenuto nel 1944 filtrato nel ricordo di una ragazza, osservata nei suoi movimenti lungo le vie, nei suoi incontri fugaci, nella freschezza di alcuni gesti quotidiani che, in versi, diventano fotogrammi brevissimi che fissano per sempre un avvenimento doloroso ed epocale della storia francese. Nell’intento di ‘versificare l’evento’ partendo da un qualcosa che riguardi più intimamente l’uomo, calando la storia nella Storia, Prévert trasforma un’anonima vittima in un simbolo. La sua lingua è accessibile e immediata, mai ‘simple‘ bensì incisiva, perché dice tutto in pochissime voci: in primo luogo l’utilizzo di pochi aggettivi che fanno vedere l’azione ossia la giornata di pioggia in cui l’io s’imbatte con l’occhio in Barbara «Raggiante rapita grondante»; la pioggia è “sage et heureuse”, ossia «buona e felice» come la protagonista. Prévert sceglie dei lemmi facili (non semplicistici!) in linea con la sua dote di riuscire a comunicare sempre l’essenza delle parole, che acquisiscono nelle sue liriche una forza ancestrale (com’è anche quella negativa, in questo caso, della guerra). E dunque, in questo senso, anche qualcuna di esse va a pescare nel ‘familiare’: “connerie” «cazzata» o “créver”  ad  esempio, che assume il significato gergale intransitivo di ‘morire’; l’immagine risultante è quella delle nubi che – comunemente – prima dei temporali “incarnano” le sembianze dei cani, cani che poi si trasformano in cadaveri a filo d’acqua, vittime sacrificali della tempesta di bombe “de fer/ de feu d’acier de sang”.
La ripetizione conferisce un senso musicale accordando l’actio all’emozione, che è poi anche quella del coup de foudre dell’io nell’innamoramento istantaneo: si pensi all’*emotionem nel senso di *emovère ossia «portar fuori», perché in questa lirica è tutto un muovere verso l’esterno (anche il «dimenticare» è ‘portare fuori dalla mente’). Ogni verso dev’essere visibile e udibile, anche nell’incatenare le sillabe e i giochi-con-le-parole; ad esempio quello del “tu”, che il francese pretende sempre come pronome espresso se soggetto. Questo avviene anche con i sostantivi, con gli aggettivi, con i verbi. Si può dunque ipotizzare vi sia un rimando etimologico molto vivo: “rappeler” ossia «ricordare» contiene nella lingua madre la presenza della voce (e ancora della parola) e in quella di destinazione *cor-cordis e dunque l’antico credo secondo cui il cuore è sede della memoria (in fr. ‘apprendre par cœur’). Tuttavia pare essere il nome proprio Barbara a possedere un senso ambivalente: etimologicamente designato come «chi parla con suono rozzo», il termine barbaro si rende poi come «straniero e ostile». Si può ritenere ben oculata questa scelta nominale da parte di Prévert, perché da un lato − e banalmente − risulta assolutamente musicale, dall’altro si unisce alla scelta di un lessico gergale e da un altro ancora è aderente e pertinente al tema drammatico della guerra e della distruzione di Brest da parte dell’esercito tedesco (storicamente indicato come “barbaro”).

Les Amoureux de l’Opéra, 1950 – Robert Doisneau

Non per casualità ma perché il poetare di Prévert è molto legato al suo amore per il cinema − che è stato anche sua professione −, questa lirica potrebbe richiamare alla memoria quest’arte; leggendola viene alla mente Jeff Jeffreis (James Stewart) in Rear Window-La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock: quell’osservare curioso e minuzioso con il binocolo e la macchina fotografica, è proprio del verso di Prévert che non seziona l’immagine (in senso surrealista) ma si lega moltissimo a una poetica che metta l’occhio al centro, con altri mezzi. Si pensi in questo senso di nuovo ai verbi del testo: ad esempio “oublier” ossia «dimenticare», dal latino pop. *oblitare, da ‘oblitus’ part. passato di ‘oblivisci’ che è anche «perdere di vista». Ed è ancora dunque un’altra tecnica a presentificarsi, quella della fotografia, soprattutto quella del contemporaneo Robert Doisneau [nelle foto qui utilizzate], con i suoi volti rubati da uno scatto – in analogico! -, con i suoi momenti privati resi pubblici e pertanto universali: un richiamo per nulla accidentale, dal momento che la condivisione storica delle arti trova qui dei punti di tangenza cruciali.

La poesia di Prévert è stata oggetto di saccheggio da parte della musica, un saccheggio sage che le ha reso giustizia, che ha fortificato la bellezza delle paroles; si pensi a Les feuilles mortes, divenuta un celeberrimo standard jazz grazie all’intervento di Joseph Kosma. Gli anni sono gli stessi. Johnny Mercer tradusse in inglese Prévert nel 1947, rendendo ancora oggi il brano Autumn Leaves intramontabile.
Prévert paroliere lo è già in partenza poiché scrive pensando anche alla musica del testo: la propensione alla rima e alla già citata ripetizione sono esempi di questa sensibilità. La Francia ha tuttavia una tradizione di cantautori degna di nota: si pensi a Léo Ferré, George Brassens e Jacques Brel, autori le cui parole trovano degna collocazione in un confine tra canzone e poesia. In questo seppur approssimativo e facile elenco si può inserire − interpretativamente parlando − anche Yves Montand, attore e cantante italiano naturalizzato francese durante in ventennio fascista. Fu uno dei grandi amori di Edith Piaf, e anche colui che diede voce  ad alcune liriche del poeta francese in Montand chante Prévert (1962). La sua interpretazione di Barbara è pregnante ed è basata per lo più su una melodia in 2/4, tempo che può richiamare la pioggia, il camminare (la marcia) ed è anche il tempo dello sguardo poiché binario, soprattutto nei versi “Un homme sous un porche s’abritait/ Et il a crié ton nom/ Barbara“, ove si suggerisce un ritmo del passo e un’attenzione verso un ‘changement’ acustico e di significato; l’opposizione del crepitìo della pioggia/tempesta di bombe e la contrapposizione tra amore/violenza bellica giocano sia su un a-tempo sia sul rubato. Già la lirica di per sé contiene una scelta fonetica interessante e significante, che ribatte sulla fricativa S (o sul suono) e sulla dentale T (‘toi’, ‘cette’, poiché in finale di parola non si legge); nella canzone ciò è rispettato − e si ascolti bene Montand mentre canta “maintenant“, come scompone le sillabe, insolitamente −. La musica di Kosma accompagna la sillabazione, spostandosi agilmente da una tonalità minore ad una maggiore, laddove anche la tonalità diventa significante. Tuttavia moltissimo spazio è lasciato al ‘rubato’, al ‘senza’-tempo in cui il respiro si fa più ampio: si pensi all’incedere nella seconda metà del testo, in cui vi è un velocissimo ed incessante cambio-sequenza visivo-uditivo. Il rubato di Montand è prevalente e significante così come lo è il pianoforte della versione originale, ed intensifica il legame con il visivo conducendo verso ‘quella’ meta e, contemporaneamente, allontanando l’orecchio  da essa, producendo un lieve cortocircuito di tempi ‘altri’: una perfetta prosecuzione dell’intenzione prévertiana.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56539

13 comments

  1. La ringrazio molto per questo commento, che mi lusinga. Ho cercato di entrare nel testo il più possibile e di esprimere come meglio potessi cosa lega la poesia alla canzone cantata da Montand.

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  2. Non sprecherò molte parole per difendere Prévert che è notoriamente uno dei più importanti poeti del Novecento francese. Nemmeno per difendere Montand che è stato un grande interprete della canzone francese – perché questo ho detto, legga bene Falcone. Le viene sempre qui a sentenziare scrivendo delle sciocchezze ENORMI e autoreferenziali [autoreferenzialissime]. Ce n’è molta di gente in giro che scrive e traduce senza neanche sapere di cosa sta parlando: vada da loro! Vada, vada!

    E poi smettiamola di tirare in ballo Montale, che è un paragone vecchio che neanche più i sessantottini!

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