Interviste credibili # 6 – Luigi Socci

(chiacchierata svoltasi nel cuor dell’estate tra l’andata in vacanza dell’intervistato e l’attesa della propria dell’intervistatore.)

Ciao Luigi comincio con tre domande di servizio. Sei a conoscenza del fatto che molta gente ritenga il Rosso Conero un tramonto? Potrebbero avere qualche ragione?

Rosso di sera in effetti bel tempo si spera. Have a good time, specialmente abusandone. Quando ero piccolo ricordo che il Rosso Conero (a proposito è un vino) sapeva di tabacco, almeno così sembrava alle mie giovani e inesperte papille. Ora, grazie ai processi omologanti dell’enologia moderna, si è reso abboccato, amabile, pieno di sfumature e di retrogusti di bacche rosse (che poi di che cazzo sappiano queste bacche rosse, magari velenose, nessuno lo sa), in una parola: ruffiano. Proprio come un tramonto. Ma scusa: questa sarebbe una domanda di servizio?

Ancona è un’isola?

Mmmm, non dirmi che siamo su candid camera. Comunque provo a risponderti anche se mi fido poco. Potrebbe anche darsi, in questo caso però i ponti che porterebbero ad essa dovrebbero essere assai ben dissimulati. Non un’isola felice, comunque. Ischerzi a parte la singolarmente puntuta conformazione geografica della mia città (dal greco Ankon, che vuol dire gomito) fa sì che ad Ancona sia possibile vedere il sole (a seconda dei punti in cui ci si trova) sia sorgere che tramontare sul mare. Detto questo però se sei in grado di vederle entrambe vuol dire che soffri d’insonnia. 

Pagliarani era (è) il più bravo di tutti?

Complimenti per la stringente logica con cui si susseguono le domande. In particolare mi sembra che quello della consequenzialità sia per te un valore irrinunciabile. Sei sicuro di aver copia-incollato bene?

Pagliarani ci mancherà, questo è certo. “Un gigione” secondo la definizione di un suo illustre compagno di strada di cui non faccio il nome. In Italia va la poesia seriosa (non seria) e musona, e lui certo musone, almeno in versi, non lo era. Non so se davvero fosse (sia) il più bravo di tutti ma “La ragazza Carla” è capolavoro assoluto del secondo novecento italiano e su questo non ci piove. Piove invece sui meccanismi editoriali del bel paese se  il garzantone  che ne contiene (conteneva) l’opera omnia è nuovamente esaurito rendendone irreperibile un’altra volta gran parte della produzione. Il fatto di non aver ricoperto posizioni di potere, d’essere fuori dai giochi (“non ho capacità d’incidere ”mi disse al nostro primo incontro) lo rendeva particolarmente umano e simpatico (ma lo perseguita ancora, evidentemente). Bravissimo, contrariamente alla media italica nostra, anche in fase di esecuzione vocale dei propri testi (di performance, diremmo oggi), e in grado di suscitare empatia come pochi in chi lo ascoltava. Purtoppo il materiale video che gira non gli rende onore.  

Non lamentarti, era per venire incontro alle tue agilissime abilità mentali.Assodato che non sia il numero di libri editi a fare  un poeta, ti sei dato delle spiegazioni circa l’affannosa corsa alla pubblicazione di cui sono vittima molti?

Un combinato disposto di inconsapevolezza e narcisismo. A tutti piace vedere il proprio nome stampigliato in copertina e mettere nella nota biobiblio un corposo numero di titoli, è il modo più semplice per auto attribuirsi la patente di poeta. Pubblicare oggi poesia da noi, a patto di scendere a umilianti compromessi, non è certo difficile, ma i poeti, con o senza esistenza cartac(c)ea  restano condannati all’invisibilità. Ma il mito permane, inossidabile. Non so se è vero ma mi si dice che la Garzanti pretenda dai sui autori, per contratto, un libro ogni cinque anni! Pensa pure che c’è un editore delle mie parti che ha preparato un dizionario dei poeti contemporanei in cui chiunque, a patto di aver pubblicato almeno tre libri poteva, a richiesta, essere incluso. Una specie di elenco telefonico in cui io, se avessi voluto, non sarei neanche potuto entrare. In ogni modo per chi, come me, coltivi un’idea di poesia ad alta vocazione comunicativa, l’importante è pubblicare per un editore, piccolo o grande non importa, che gli assicuri di superare la strozzatura (vero scilla e cariddi d’oggidì) della distribuzione.

Tu sei il direttore artistico de “La punta della lingua”, festival letterario giunto felicemente alla settima edizione , credo che uno dei segreti del successo sia dovuto al fatto che siate sempre riusciti a mantenere (oltre che l’alta qualità) anche un equilibrio tra poesia riconducibile a canoni più “classici” e poesia che sperimenta. Ragionando in termini di bellezza, potremmo dire che tradizione e rinnovamento siano destinati a incontrarsi, per forza, e più volte, lungo la strada?

La punta della lingua è la continuazione della mia poetica  con altri mezzi (evenemenzialI, in questo caso). Alto e basso, dotto e popolare, comico e tragico, tradizione e rinnovamento ci possono agevolmente convivere. L’importante è appunto la qualità per cui ho un criterio di selezione altamente scientifico: il mio (il nostro, perché non decido tutto da solo) proprio gusto. C’è inoltre un altro piccolo segreto etico: non cedere mai a logiche di convenienza, di scambismo, di reciproci favori o di etichetta istituzionale; il successo di un festival lo fa la soddisfazione del pubblico e il pubblico (che non è sciocco e non ama essere truffato) se sente puzza di autoreferenzialità e di logiche conventicolari se ne scappa (giustamente) a gambe levate e il lavoro (duro e pluriennale) di convincimento che la poesia non è il peggiore dei mali rischia di andarsene in fumo. Per quanto riguarda la necessità di fecondi e continui rapporti tra tradizione e sperimentazione, a parte la banale considerazione che tutti i grandi poeti sono stati (a modo loro e per il proprio tempo) degli sperimentatori, di più non posso dirti perché il discorso sarebbe troppo lungo e complesso. Posso dirti però come queste due estremità convivano nella mia, di poesia. Il mio rapporto con la tradizione è spesso di stampo parodistico, in un atteggiamento non dissimile da quello dello scolaro che per esorcizzare il grande fascino che subisce dalla sua compagna di scuola ne intinge le trecce nella boccetta dell’inchiostro. Per un procedimento di questo genere Guido Almansi e Guido Fink parlano di “falso consacrante”; a me piace parlare invece di “parodia amorosa”.

 

Una delle tue poesie che preferisco è Ultima prima al “Na Dubrovka (testo ispirato dalla strage del 23/10/2002 al teatro moscovita del titolo, quando alcuni terroristi ceceni presero in ostaggio gli spettatori). Mi piace moltissimo la maniera con cui hai raccontato in versi  l’episodio (tu stesso spieghi che il testo dovrebbe essere una lunga didascalia in versi all’immagine della giovane terrorista addormentata-morta in poltronissima), parto da questo testo (ma penso anche alla tua produzione poetica in generale) per chiederti, quanta fatica costa non essere banali?

Più che di originalità (che poi non è un valore di per sè) preferirei parlare, per me, di uso della facoltà immaginativa. Facoltà che mi sembra abbastanza atrofizzata tra tanti miei sodali, dediti ad un nevrotico e autofustigatorio autocontrollo. Già Leopardi, nello Zibaldone, metteva in guardia i suoi contemporanei sul rischio che si corre, in poesia, a non voler correre rischi, per cadere poi nella mediocrità (“in voli bassi”) di chi non osa alzarsi “con quella negligente e sicura e non curante e dirò pure ignorante franchezza” per paura “del biasimo e del ridicolo”. La fatica che costa oggi non essere banali è la fatica di sopportare la diffidenza di una cricca di pedanti controllori di un presunto gusto medio. Una fatica agevolmente sopportabile, dunque.   Del resto il concetto stesso di “gusto medio”, nell’assenza di lettori che affligge la poesia italiana degli ultimi anni, è già un assurdo. Viva i poeti pescati a pisciare in flagrante fuori dal vaso comunicante!   

Ci sono alcune foto in bianconero (anni settanta e anni ottanta) dove si vedono insieme: Porta, Raboni, Giudici, Sanguineti, Bertolucci, Zanzotto e altri grandissimi, fossi tu un fotografo oggi, chi includeresti nello scatto?

Sono un pessimo fotografo. Le mie istantanee riescono regolarmente sfocate o fuori quadro, quando mi ricordo di inserire il rullino. Comunque di quella generazione che indichi, volendo rimanere al bianco e nero, gli unici soggetti da mettere in posa, in quanto sopravvissuti, sarebbero Giampiero Neri, Nanni  Balestrini, Franco Loi , Nelo Risi e Emilio Isgrò (questo non lo conoscevi eh?). Nella generazione successiva, assai nutrita, mi sembrano particolarmente fotogenici Franco Buffoni, Umberto Fiori e Vivian Lamarque (magari anche Attilio Lolini, Pusterla, la Cavalli, il Benedetti di Umana Gloria, il Cucchi del Disperso, il penultimo Milo De Angelis,  il Villalta di Vanità della mente, sullo sfondo). Man mano che si scende di generazione in generazione i valori mi sembrano però assottigliarsi e divenire meno chiari. Sono d’accordo, purtroppo, con chi dice che c’è un progressivo deterioramento della qualità. Nella mia generazione metterei Andrea Inglese e Aldo Nove (sono nati lo stesso giorno dello stesso anno lo sapevi?), forse Fabio Franzin (quando scrive in dialetto) e Edoardo Zuccato, per salvaguardare le quote rosa, Elisa Biagini (fino a un certo punto della carriera) e l’appartatissima Giovanna Marmo. Ma ce ne sono anche altri, autori di singoli buoni libri. Se guardi i programmi delle 7 edizioni della punta della lingua ce li trovi. Ma già domani potrei cambiare idea. 5 anni fa t’avrei detto altri nomi.

Sapevo del compleanno in comunità dei due. Isgrò è un colpo basso, lo conosco ma da poco, quindi è  come se non lo conoscessi. Esistono ancora editori con lo spirito giusto, con la voglia di rischiare su un poeta giovane, solo perché bravo?

Pochi e misconosciuti. Ultimamente mi sembra che uno dei più coraggiosi, per gli esordienti, sia “Le voci della luna” ma, ahimè, ahinoi, ahitutti, i libri non li distribuisce.

Le Marche (o la Marca, come si dice lì)è una regione piena di poeti giovani e molto bravi, siete pronti all’invasione?

Stiamo preparando, con alcuni sodali “di marca”, un incontro sulla nuova poesia marchisciana. L’incontro si dovrebbe tenere in Umbria, che di nuove leve è singolarmente sprovvista. Il fine è annetterla senza troppi spargimenti di sangue. Abbiamo bisogno di spazio vitale per i nostri enjambements.

Quali sono per  te i film della vita, quelli ai quali ritorni spesso?

La domanda è irricevibile. Sono centinaia, almeno, e la classifica cambia continuamente. Comunque tanto per spararne qualcuno: Psyco, Sunset Boulevard, Dr. Strangelove, La dolce vita, Apocalypse now, Fargo, Goodfellas, La confessione, L’angelo sterminatore, L’uomo che amava le donne, M il mostro di Dusseldorf, Quarto potere, il Circo di Chaplin ETC ETC ETC. Dell’ultimissima stagione direi Miracolo a Le Havre di Kaurismaki (unico esempio esistente di irrealismo socialista) e l’iraniano Una Separazione. Mi piacciono meno registi mistico-pittorici o filosofico-estetizzanti, oggi molto quotati come Malick, Greenway, Wenders, Sokurov o Lynch.

Quali sono, invece, i poeti e gli scrittori che ti hanno ispirato, appassionato,  insegnato?

Uffffa, la domanda è triplice, oltretutto. Stiamo al gioco, te ne dico un po’ a casaccio, anzi a coppie: Dante e Bret Easton Ellis, Vonnegut e Cavalcanti, Kafka e Jacopone da Todi, Arnaut Daniel e Flaubert, Caproni e Celati, Palazzeschi e Fitzgerald, Aldo Nove e Scataglini, Volponi e Gregory Corso, Pasternak e Andrea Pazienza, Pagliarani e Enzesberger, Clemente Rebora e i Fall di Mark E. Smith, Corrado Costa e Freak Antoni, Gozzano e Lou Reed, Montale e Philip Dick, Poe e Rabelais, Lovecraft e Fenoglio, Raffaello Baldini e Brecht, Beckett e Sbarbaro, Carver e Camus, Catullo e Burroughs, Bulgakov e Antonio Rezza, Gombrowitz e Will Eisner, Gadda e G.Gioacchino Belli, Sanguineti e Mark Twain, Auden e Agota Kristof, Luigi Di Ruscio e T.S.Eliot, Cioran e Alan Moore,  Tony Harrison e Enzo Jannacci. Tiè.

Sopravvalutati: Philip Roth, Don De Lillo, Houellebeq e D.F.Wallace  

(Non sono d’accordo con le sopravvalutazioni De Lilliche e Foster Wallaciane, ma ti perdono.) Ritieni che le Antologie servano ancora  a qualcosa?

No, troppo voluminose per metterle sotto uno zampo del tavolo che non spiana bene. A parte la battuta il furore millenarista che ne ha prodotte diverse sul secondo novecento italiano ha dimostrato che rischiano di essere mappature perlomeno provvisorie. Un po’ come cercare di costruire un mappamondo alla vigilia della deriva dei continenti. La distanza temporale insufficiente impedisce uno sguardo critico sereno. Ad un lettore inesperto possono servire, anche molto, per farsi un’idea generale della situazione, ma per chi già ne sa un po’ di più rischiano di apparire come un messaggio in codice tra iniziati, una difesa corporativa, una resa di conti tra opposte fazioni o come un tentativo di familismo allargato. In qualcuna ci sono finito anch’io, anche se in realtà detengo il record del più citato, nelle prefazioni, tra gli esclusi: in Parola Plurale di Sossella in quanto sicura promessa ma con bibliografia ancora insufficiente, nell’ostuniano Poeti degli anni zero, invece, per un farraginoso ragionamento che si conclude con un “tanto non ne ha bisogno” o giù di lì.    

Si possono perdonare quelli che non hanno mai visto Portonovo?

Sì, basta che non lo facciano più. Errare è umano ma perseverare è davvero  troppo (umano).

(c) Gianni Montieri

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Nota biografica:

Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966.

Agente di commercio, versificatore part-time, performer confessional e (ri)animatore poetico non ha, come più volte ribadito, alcun legame di parentela con Antonio Socci. Ha scritto un centinaio di poesie circa. Alcune si possono leggere, volendolo, nella plaquette “Freddo da palco” (d’if, 2009) e nelle antologie “VIII Quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos, 2004) e “Samiszdat” (Castelvecchi, 2005). Ma anche in rete, in riviste o dove si preferisca. Alcune sono state tradotte in russo, spagnolo, inglese e serbocroato, altre no.

È direttore artistico, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua”.

8 comments

  1. Abbiate pazienza, tutti e due. Portonovo sta cambiando, facciamo in modo che chi non l’abbia ancora vista lo faccia a febbraio, dopo le cinque del pomeriggio. E che decida di non tornarci. Ad Agosto…;)

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    1. mi segno febbraio.

      ho un ricordo indimenticabile della mia prima volta a Portonovo, un sabato di giugno, nuvole nerissime e quasi freddo. Uno spettacolo

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