Sara Calderoni su Cristina Campo “Il mio pensiero non vi lascia”

Il libro (Adelphi Edizioni, 2011), diviso in due parti, raccoglie le lettere che Cristina Campo scrive all’amico suo più caro, lo scrittore e poeta Gianfranco Draghi, fondatore e direttore della «Posta letteraria» (supplemento del «Corriere dell’Adda e del Ticino»), e quelle indirizzate agli altri amici del periodo fiorentino: Mario Luzi, il poeta e critico Giorgio Orelli, la pittrice Anna Bonetti, Venturino Venturi, Piero Draghi, Remo Fasani, Ferruccio Masini. Un apparato di note arricchisce questo epistolario, fornendo preziosi riferimenti storici, biografici e bibliografici, e completando così quella che è anche una testimonianza della fervida vita culturale degli anni Cinquanta ruotante intorno a riviste quali «La Parrucca», «Stagione», «Approdo», «Posta letteraria».

Le lettere, a parte le poche scritte ancora da Firenze – città dove Vittoria Guerrini, vero nome della Campo, trascorre parte dell’infanzia e la sua prima giovinezza e dove allaccia i suoi più profondi legami di amicizia – appartengono perlopiù al periodo romano: da quel settembre 1955 che vide la Campo partire «senza dirlo a nessuno». Proprio questo scrive a Gianfranco, spiegando che le «avrebbe fatto troppo male» dire addio. E’ così che il lettore ritrova subito l’eco della voce che forse ha imparato a conoscere nei versi  A volte dico tentiamo di essere gioiosi, la voce di una donna capace di lasciarsi tutto alle spalle senza cercare vane forme consolatorie.
Cristina scrive agli amici, all’amico soprattutto, e racconta di sé, delle sue giornate spesso malinconiche in quella Roma dove tanti vanno a trovarla –  Lucchese, Manganelli, così intelligente e «così brutto da straziare il cuore» – ma mancano soprattutto loro, gli amici della sua più bella giovinezza.
Scrive dei suoi articoli, quelli che continua a inviare alla «Posta», da sempre la «confidente» dei suoi «segreti», ma dove bisogna anche vedersela con uomini come Jannacone (direttore del «Corriere dell’Adda e del Ticino»), dai “tic” pesanti come pesante è il suo senso provinciale della cultura. Non manca di sottolineare, Cristina, le personali difficoltà con Costanzo, redattore della rivista «Stagione» che resta la sua «dannazione». Tuttavia qui «non si possono fare passi falsi» perché «vecchi santoni come Pound» della rivista «scrutano ogni pagina».
Intanto, fra un articolo e l’altro da inviare, c’è un’antologia di giovani poeti a cui pensare – fra i nomi, senz’altro Pasolini, la giovane Alda Merini di cui la Campo riconosce subito il talento, Luciano Erba, Risi, Masini; c’è la composizione di Elegia di Portland road (agosto del ‘57) cui vorrebbe dedicare più tempo, ma la madre si ammala e si va ogni giorno dal medico, o L’elegia delle ragazze d’Europa (marzo ‘58), «questa terra delle nostre radici, che frana intorno alle nostre radici». C’è il saggio Dell’Attenzione su Auden, che fatica a scrivere, che continuamente rivede, cambiando angolazione. A rilento anche l’inserto che dedica a Simone Weil, apparso poi su «Letteratura» nel maggio del ‘59 con il titolo Canto di Violetta (da Venezia salva tradotto sempre dalla Campo). La Weil, come è noto, che Cristina conobbe nel 1950 grazie al libro che le donò Luzi, La pesanteur et la grace, rimase un riferimento fondamentale soprattutto per la ricerca spirituale e religiosa della Campo. Grazie a Simone Weil infatti Cristina Campo spostò la propria inclinazione alla perfezione estetica della parola sul piano di più profondi significati. L’arte divenne per lei rivelazione di destino, possibilità di attingere all’invisibile, bellezza in cui sono manifestati segni sovrannaturali, luogo privilegiato dove bene e bello platonicamente si conciliano. Così in queste lettere la cita più volte. Queste le parole che di lei vorrebbe sempre ricordare: «Nulle chose ne peut avoir pour destination ce qu’elle n’a pas pour origine».

Nelle lettere la Campo condivide anche le riflessioni che le suscitano le sue letture predilette: Hölderlin, Leopardi, o Proust con quella sua  memoria che si affida al potere della madeleine per non lasciare sparsi i frammenti, per ricomporre l’intero. Altro autore  che non si può dimenticare è Pasternak. A Gian raccomanda di rileggere Il dottor  Živago perché è un libro certamente imperfetto, che presenta «squilibri», un po’ storto persino, ma che dà una risposta, all’impossibile e alla vita. Non mancano i riferimenti all’arte di Goya, Van Gogh: «ed è l’ora che il sole si incontra/ con la luna e si arresta un attimo, lo ricordi,/ come in Van Gogh a volte/ quando i tronchi trapassano in sogno/ dal blu-anatra al rosa/– fenicottero», leggiamo nella poesia Il tono dell’autunno che qui dedica ad Anna Bonetti. Sono i colori che chiariscono le parole, per la Campo, proprio come dirà all’amica Anna ringraziandola per i preziosi istanti passati nel suo studio. È con i colori che Cristina inventa mondi, accede alle visioni. Così vediamo il suo blu: «blu di pioggia», dei viali, delle spade, colore che sa di trascendenza e di fiaba d’Oriente; il rosso, che accende gli affetti – «il rosso fiore della presenza» – ma resta ambivalente: la primavera romana è «cupa e splendente come un fiotto di sangue, eppure così tenera sotto il suo cielo oscuro». Il verde che è segreto, sorpresa: «sdraiata a pancia sotto in un prato pensavo “che cosa vedo per l’ultima volta” e vidi l’erba verdissima di novembre».

Il lettore apprende tanto da queste lettere, mentre si lascia catturare dalla familiarità di un racconto che non è soltanto un ricordo degli anni in cui intercorre l’epistolario (1952-1965) ma diventa narrazione di un modo di vivere, di pensare, di lavorare, di leggere. Di dare valore all’amicizia. Uno sguardo sulle cose della vita che corrisponde a una personalità variamente colorata e a un tempo monocroma, con una tensione al bianco più puro che tutto riassume.
Ne emerge il ritratto di una donna dal temperamento ora schivo e solitario, ma volitiva e infaticabile. Una donna che da sé pretende molto, fino a non risparmiare nemmeno le proprie ore notturne, nonostante la stanchezza aumenti e la febbre la indebolisca. Il tono varia dal rimprovero scherzoso – spesso così si rivolge a Gian, ma anche a Orelli che come un bambino si lascia «insegnare parolacce» – a quello battagliero, che porta il segno di antiche alleanze; all’amica Anna dirà: «abbiamo combattuto spalla spalla per molti anni, non è vero, ed è bello che si continui ancora, anche lontane». Si ritrova inoltre la voce sapiente, e quella della Campo è una sapienza che guarda alla bellezza del mistero, in cui la frase è alta: «Lei pensa dunque […] che io non abbia seguito passo per passo […] questo cammino per Inferos, verso il suo centro più essenziale? Oh amico di poca fede perché non ascolta più attentamente il silenzio?», scrive a Gianfranco. A suggerirle queste parole è una grazia interiore, un ascolto naturale e libero. Capace infatti di scavare e cogliere i nessi più nascosti – individua la nevrosi di Piero Draghi di cui lui stesso, senza avvedersene, inconsciamente si fa complice – è proprio assecondando quel ritmo e quella musicalità, che le provengono da dentro, che Cristina riesce a distinguere un lavoro ben fatto da uno lambiccato, labirintico. Dopo un primo apprezzamento di alcune bellissime strofe di Zanzotto (apparse in un articolo di Pampaloni) per esempio, leggendone altre rimarrà delusa: «sono annegate in una tale superfetazione, che non so più da che parte cominciare a dire: questo è bello». Su una nuova poesia di Masini (che segue Le primavere del tempo, Dio etrusco apparse sul n. 22 bis della «Posta letteraria») si esprimerà così: «la più casta […] neanche un aggettivo; tra poco sarà spoglio come dev’essere e potrà fare qualcosa di molto bello». Giudizi questi che non stupiscono, se si pensa alla sua ricerca volta all’essenzialità e che se aspira alla perfezione della parola è di certo per sottrazione. Glielo ha insegnato Hoffmannsthal, che per la Campo è un modello di stile, di rigore, di purezza del pensiero e della parola stessa.

Una parola magica quella della Campo, propria del fanciullo. Del resto, per Vittoria, che nell’infanzia ha letto soltanto le Sacre Scritture e le Mille e una Notte, restando per tutta la vita ad esse fedele è proprio «per l’infanzia che si accede al regno dei cieli». Questo l’unico «possesso» che vale la pena di conservare, quelli gli anni in cui si beve «con voluttà e tremore» alla «fontana della memoria: l’acqua cupa e fulgida da cui ha vita la percezione sottile». Ed è così che nell’età adulta «se si dia un evento essenziale per la nostra vita – incontro, illuminazione – lo riconosceremo prima di tutto alla luce d’infanzia e di fiaba che lo investe» si legge ne Gli Imperdonabili.
Pertanto, non sorprende nemmeno che qui, nelle lettere, Cristina, esprimendo il desiderio di vedere gli amici di un tempo dica: «C’è con voialtri, nell’aria, gusto di latte. Il latte della vita» e aggiunga: «con voi rifluirebbe tutto». Il latte infatti è insieme principio e sapientia. È il liquido che «ripristina la connessione psichica con gli altri e con noi» (ci ricorda Hillman in Puer Aeternus), è conoscenza primordiale. La sua immaginazione libera così una visione archetipica perché suo è il bisogno di ricomporre i significati primari.
Non è nemmeno un caso che l’acqua, «elemento proprio di tutti i fanciulli divini», ricorra più volte in questi passaggi epistolari. Fra una bella «luna intrisa d’acqua»  che dona a Laura, moglie di Gianfranco, e il desiderio di conversare con gli amici «vicino all’acqua», dove «le querce sono ancora le stesse che vigilavano i sacri recessi», le sentiamo pronunciare che a volte la poesia «è muta come un vaso che non versa una goccia» quando la parola più intima resta nascosta. Lei stessa si muove sull’acqua, diventando ora un battello, ora una nave. L’acqua è metafora dell’intimità, della parola prima. Lessema con cui la Campo ripercorre felici similitudini, fra i suoi tanti altri come analogici, propri del poeta, per offrirci immagini di un mondo creaturale.
«Non ho che un desiderio: silenzio e acqua» confiderà a Gianfranco, mentre a questo desiderio consegna la propria imperfezione, per mettersi in ascolto dell’invisibile unità, per lei mai interrotta, di principio e fine.

© Sara Calderoni

[Articolo scritto per  Fuori Asse, il periodico a cura di Cooperativa Letteraria, in data 6 luglio 2012]

14 comments

  1. grazie a Marco Annicchiarico, avevo avuto modo di leggere questo splendido intervento.
    più che una recensione, questa è una vera e propria immersione e nuotata (alla Campo nuotare piaceva molto) tra le pagine, tra le parole.
    a differenza delle lettere di Antonia Pozzi, dove è evidente una volontà mimetica e di livellamento all’interlocutore, nella Campo emerge una personalità rigorosa (a tratti dogmatica) ma sempre aperta a un dialogo totale verso chi non si compromette.
    Sara Calderoni lo dice chiaramente: in queste lettere “il lettore ritrova subito l’eco della voce che forse ha imparato a conoscere nei veri […], la voce di una donna capace di lasciarsi tutto alle spalle senza cercare vane forme consolatorie.”
    una piacevole e consigliatissima lettura questa di Sara Calderoni, ma soprattutto un invito a portare con sé questo volume campiano.

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  2. grazie per questa profonda lettura della Campo, non avevo ancora letto il carteggio, e adesso sono ancora più intenzionata a farlo. la parola di Cristina Campo è davvero magica, come dice Sara Calderoni, nel senso che convoca alla lettura un sapore metafisico; Campo va sempre un po’ oltre la parola, esplora l’eterno, ripercorre tutte le sue età.

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  3. Sono d’accordissimo con Fabio sul tono rigoroso e dogmatico della Campo. Io ammiro questa sua “postura dell’animo” perché vi trovo una coerenza che insegna.
    Sara riesce a dirci con esattezza quale sia il valore dell’intero epistolario sinora edito, qui: “Il lettore apprende tanto da queste lettere, mentre si lascia catturare dalla familiarità di un racconto che non è soltanto un ricordo degli anni in cui intercorre l’epistolario (1952-1965) ma diventa narrazione di un modo di vivere, di pensare, di lavorare, di leggere. Di dare valore all’amicizia. Uno sguardo sulle cose della vita che corrisponde ad una personalità variamente colorata e ad un tempo monocroma, con una tensione al bianco più puro che tutto riassume.” Sì, c’è un’eterna tensione al bianco puro, in ogni scritto della Campo, in ogni sua lirica; è un tono simbolico, appunto. D’altronde Sara poi cita il ‘latte’, nutrimento, vita, principio e sapientia, bianco anch’esso. E poi l’acqua, anch’essa simbolica.
    Resto ammirata di nuovo nel riscoprire sempre in Cristina Campo un’esattezza estrema del poetare e nello scegliere i simboli cruciali (!); quest’immersione nell’esattezza e la sua puntualità nell’indicarci sempre quale sia ‘la via di Damasco’ (o della verità), ci fa sentire in qualche modo sempre al riparo, sulla strada giusta.

    Voglio citare la dedica a Simone Weil che qui Sara ci indica come lirica composta nel 1957; come già dissi e dicemmo, ci auguriamo che della Campo qui su Poetarum si parli ancora.

    ELEGIA DI PORTLAND ROAD [fu l’ultimo indirizzo londinese della Weil, prima del suicidio]

    Cosa proibita, scura la primavera.

    Per anni camminai lungo primavere
    più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
    sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
    le piccole madri nei loro covi d’acacia
    l’ora eterna sulle eterne metropoli
    che già si staccano, tremano come navi
    pronte all’addio…

    Cosa proibita
    scura la primavera.

    Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
    così leggeri che già sono quasi assenti.
    Che cosa non è quasi assente tranne me,
    da così poco morta, fiamma libera?

    (E al centro del roveto riavvampano i vivi
    nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
    come tu ancora li implori).

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  4. Un epistolario dove emerge sofferenza e ricordi struggenti.
    Nel ’56 se non erro la Campo lasciò l’amata Firenze e i
    suoi amici per seguire il padre a Roma. Credo che per
    lei sia stata la classica goccia che fa traboccare il vaso:
    Firenze era tutto per lei, pur essendo nata a Bologna
    era completamente assorbita da quegli eventi culturali
    e dagli amici di cui non poteva e non voleva staccarsi…ud

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  5. io, mi perdoni Umberto, smetterei con queste letture agiografiche: Firenze era diventata un incubo con la morte dell’amica del cuore Anna. senza Anna, e Cristina lo scriveva spesso, Firenze non era più la stessa.
    ma l’addio a Firenze è una tappa necessaria e solo in parte legata all’impiego romano del padre.
    Vittoria in parte aveva smesso di essere tale ed era sempre più Cristina Campo, donna matura e tutta rivolta ai suoi molteplici interessi.

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  6. Una lettura ampia e approfondita delle lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino, che suscita immediatamente il desiderio di consultare questo carteggio mettendolo in collegamento sia con l’attività di scrittura e traduzione (e questa recensione lo fa egregiamente), sia con altri epistolari di Cristina Campo.

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  7. Anna Maria, come sempre tu riesci a sollevare spunti interessantissimi di riflessione: per esempio, ritengo sia giunto il momento di prendere tutti carteggi e gli epistolari pubblicati e confrontarli per delineare un profilo di questo aspetto dell’attività e della scrittura di Cristina Campo.
    Matteo Vecchio ha pubblicato un breve saggio che delinea molto bene il profilo “mimetico” della Pozzi, come dicevo; nulla, che io sappia, è stato fatto in modo adeguato per la Campo.
    alcuni carteggi, poi, a distanza di anni presentano pecche imperdonabili (usando il termine in senso campiano), dove troppo si dà per scontato e molto è lasciato al caso.
    inutile poi pubblicare il testo di cartoline che nulla dicono e nulla aggiungono se non numero di pagine puntualmente saltate dal sottoscritto.
    l’anima della Campo risiede intero nelle lettere e da queste emergono ogni volta importanti informazioni sul suo modo di intendere la letteratura e il suo modo di lavorare.

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  8. Per Fabio Michieli: Non ho voluto esprimere nessuna esaltazione,
    o quant’altro, ho scritto solo quel poco che so. Grazie ud

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  9. Umberto non mi fraintenda: non si tratta di esaltazione. dal suo commento purtroppo io evinco un’immagine della Campo cristallizata nei toni voluti per lei, per esempio, da una Pieracci Harwell (anche la Campo ha le sue “pie donne” come le ha ahimé la Pozzi).
    in realtà proprio questa recente pubblicazione, per impostazione, segna un nuovo corso negli studi campiani.

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  10. Mi si permetta un commento, alla luce della splendida analisi sopra proposta da Sara Calderoni. “Poetarum Silva” è una delle poche pagine presenti in rete dove il dibattito critico si svolga in maniera serena e, soprattutto, non ideologicizzata.

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  11. ci si prova, Matteo. ci si prova. io per primo non sono scevro da posizioni dogmatiche su alcune questioni.

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