Come leggono gli under 25 #5: Alda Merini, “Ballate non pagate”

Risucchiata dall’esistenza: Alda Merini e le sue Ballate non pagate

di Alessandra Trevisan

«Ad una cert’ora della notte non c’è più nulla: solo le parole, un libro, un vecchio calamaio e un foglio. SOLO LA LETTERATURA INTRIDE COMPLETAMENTE la mia vita, e mi salva dalla solitudine». Lo appuntai su un post-it giallo nell’autunno del 2007 e lo appiccicai dentro Ballate non pagate di Alda Merini. Lo penso ancora, e non mi vergogno della ‘fictio’ che si nasconde dietro quell’ingenuo ‘calamaio’. Era poco tempo fa eppure paiono quattro vite fa; all’epoca non capivo quasi nulla di poesia, o meglio non la sentivo torcermi le viscere come accade ora, ferirmi e curarmi assieme. Questo pensiero privato si fa pubblico per due ragioni: una riguarda la catarsi (comprensibile), l’altra la centralità del tema qui invocato ossia ‘la solitudine’; inflitta, auto-inflitta, allontanata, risvegliata, male-di-vivere più acuto rispetto alla malattia mentale di cui la Merini ha sofferto per molti anni, è anche perno dell’antologia uscita nel ’95 ma che raccoglie versi dall’89 al ‘93, assieme al corpo (si parla di donne, e ancora si parla di corpo, sempre), all’amore e a Dio (e molta letteratura greca, com’è sin dalle prime raccolte).

«Ho una nave segreta dentro al corpo,/ una nave dai mille usi,/ ora zattera ora campana/ e ora solo filigrana» oppure «Ho gli inguini decisi/ come una donna/ ma son già lontana/ dalle richieste delle praterie». L’autrice cerca se stessa nei versi che son pendici del suo corpo, estremità imprescindibili della sua anima, e non si può dire altrimenti. Cos’è la poesia staccata dall’esperienza per Alda Merini? Cos’è la poesia senza il suo corpo ingombrante? Cos’è la sua scrittura senza il dolore, che rifugge il luogo comune, che trova però nel sangue e nella carne la sede del pensiero – e si direbbe anche nell’utero per quest’autrice altra. Niente, non sarebbe stata niente la sua poesia, avrebbe perso ogni sfumatura, ogni significato. Le immagini non facili, si intrecciano l’una sull’altra, come le sensazioni i sentimenti vissuti sino in fondo anche solo con le parole e tuttavia totali. E queste ballate nuove per il corpo – che non seguono lo schema classico della canzone a ballo -, non sono (ri)pagate perché condivise sì ma senza nulla in cambio.

Nel 2008 in un Teatro Bibiena gremito nell’ambito di Festivaletteratura, Alda Merini già molto malata sedeva su un palco fumando e parlando in versi: non svogliata ma assente, spostata, sola tra le sue parole. Fu un’ora di pura bellezza, d’incanto. Alda Merini resta per me un’esperienza fisica, e non solo letteraria, quella, l’essere travolta dalla sua poesia, che era la sua vita.

Ballate non pagate: gli amori di Alda Merini

di Maddalena Lotter

A parlare di Alda Merini ci si trova impigliati in un fitto gomitolo di esperienze, perché se c’è una cosa che ha caratterizzato la vita della poetessa è proprio la voracità, la turbolenza con cui essa è stata affrontata dal principio. Le liriche della Merini riflettono questa ricchezza, questa ridondanza di immagini vissute (o create, nell’arte non fa differenza) e ricordate: “Liberatemi il cuore/ da questa assurda stagione d’amore/ piena di segreti ricordi” (Ballate non pagate, Einaudi 1995). La raccolta delle ballate comprende liriche dal 1989 al 1994, cioè dopo il Tutto, dopo il manicomio, dopo la guarigione e le ricadute, dopo la rabbia contro Dio, dopo quello che la Merini definì come un inferno terreno: “mi piace anche l’inferno della vita e la vita spesso è un inferno” (intervista alla poetessa). Le ballate però dimenticano questo rapporto-scontro fra la poetessa e il mondo, raccogliendo piuttosto storie reali, tangibili, ritratti di personaggi (G. Manganelli, M. Perri, “Titano”), presenze “cercate nel quotidiano da una donna forse stanca di Dio … un Dio a lungo chiamato e oggi un poco accantonato per aprire più decisamente le braccia al pagano, da sempre rimasto sull’uscio.” (Laura Alunno, prefazione al testo). Le Ballate sono insomma la certificazione dei legami vissuti, come in “Ricolma il tuo vuoto, amore/ stampa gli occhi al cielo/ come un’offerta mobile di ombre […] Vorrei il vuoto della tua pienezza./ Insieme, misurandoci i ginocchi,/ abbiam patito aspre dissonanze.”, e anche “Sei la finestra a volte/ verso cui indirizzo parole/ di notte, quando mi splende il cuore/ e il pudore è vano”. Commuovono in Alda Merini la precisione e l’adozione rigogliosa del vocabolo, ad arricchire le crude realtà dell’amore, spesso molto semplici, talvolta addirittura scarne.

12 comments

  1. Prima lettura

    “male-di-vivere più acuto rispetto alla malattia mentale di cui la Merini ha sofferto per molti anni”

    “sola tra le sue parole”

    Seconda lettura

    “se c’è una cosa che ha caratterizzato la vita della poetessa è proprio la voracità, la turbolenza con cui essa è stata affrontata dal principio”

    Sia l’una che l’altra lettura, tanto di Alessandra Trevisan, quanto di Maddalena Lotter, mettono in evidenza una cosa specifica. Se badiamo alle proposizioni che ho segnalato, emerge quanto la vita della autrice sia stata significitavia per il suo riconoscimento come poetessa, dunque, aggiungerei, del marketing che si le si è venuto a creare intorno. Le due recensioni mi sembrano ottime, scritte bene, ma parlano di “vita”, “solitudine della poetessa”, “la sua malattia mentale”: e questo non è un problema delle due “critiche” qui postate. È il problema stesso di Alda Merini, dalla quale, oltre alla biografia, non mi pare si possa trarre nient’altro. Avrei preferito una lettura su Serie ospedaliera di Amelia Rosselli, su qualcosa di Patricia Vicinelli, o su altri poeti che sono stati consistenti al di là dell’enfatizzazione dei loro traumi personali (in questo sono d’accordo con Daniele Giglioli, quando parla dell’autofiction mediatica dei nuovi scrittori).
    Non voglio risultare polemico. Ma le mie posizioni dentro questo collettivo, così come a Gianni, sono abbastanza note.
    Per concludere: due recensioni abbastanza ben scritte, intelligenti, svolte con grande acume…ma poco utili, a mio parere, in questa sede.

    saluti
    l.

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    1. Ciao Luciano, sulla Merini dirò più tardi.

      Volevo solo precisare una cosa, tu scrivi:

      “Avrei preferito una lettura su Serie ospedaliera di Amelia Rosselli, su qualcosa di Patricia Vicinelli, o su altri poeti che sono stati consistenti al di là dell’enfatizzazione dei loro traumi personali”

      tengo molto a questo punto, perché quando ho proposto a Alessandra e a Maddalena di scrivere per Poetarum, ho voluto che la scelta dei testi fosse loro e totalmente libera, perché mi interessava (e mi interessa) capire, quali fossero le loro letture e come affrontassero un testo. Non so mai prima di quale libro scriveranno, lo so quando mi arrivano i file e mi piace così. Io credo che questa sia la giusta miscela perché questa rubrica funzioni. So perfettamente che potranno capitare e capiteranno autori di cui non vorrei sapere nulla ma non mi pare un grosso problema. Quindi le recensioni (ma secondo me non lo sono del tutto) sono utili in questa sede, assolutamente funzionali allo scopo della rubrica, e, giustamente, quando occorre, criticabili, come fai tu.

      Più tardi torno sulla Merini

      ciao!

      gianni montieri

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  2. Guai a scrivere solo di poeti intellettualmente riconosciuti, ne conosco più di un paio, viventi pure, che saranno intellettualmente riconosciuti e sani di mente, ma che a parte l’aria fritta dicono poco e anche male.
    Complimenti ad Alessandra e Maddalena per le loro attente letture e, soprattutto, per il loro coraggio nello scegliere, sviluppare e proporre, autonomamente e con grande maturità, autori così diversi tra loro.

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  3. Grazie Gianni e Natàlia per la fiducia.
    Non credo che “utile” e “inutile” siano categorie avvicinabili alle riflessioni che si fanno sull’arte, in particolare sulla poesia, dove il pericolo di una visione troppo soggettiva è sempre dietro l’angolo…

    Maddalena

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  4. per carità!! “Ho una nave segreta dentro il corpo” oppure “Il passato è un laccio che
    stringe la gola alla mia mente”
    cos’altro si può chiedere di più ad un poeta …io ho sentito la nave e ho sentito il laccio e non avrei saputo vestire meglio queste mie sensazioni. Nel leggere la Merini non pernso alla sua malattia, piuttosto ne assorbo l’amore nel non essere amata e il continuo cercare e afferrare se stessa quando il suo io si fa labile.
    Complimenti per la scelta, recensini impeccabili.

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  5. hello everybody! al di là dei complimenti che ci fanno sempre molto piacere (e a chi non lo farebbero?) mi auguro siano evidenti tre cose nelle nostre recensioni: che la scelta della raccolta della Merini, pur essendoci avvicinate ad altre sue opere, è stata istintiva e mi pare che anche le sue prime opere segnalassero se non una malattia un’oscillazione dell’animo molto violenta che in qualche modo anticipa (premonitrice) la sua malattia mentale; che come giovani lettrici scegliamo gli autori che attraversano il nostro corpo e che questa è la prima ‘categoria critica e vitale’ che utilizziamo; che come giovani donne – che han tanto da imparare e tanto han imparato negli ultimissimi anni – siamo sempre sulla soglia del divenire.
    à bientôt!

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  6. Torno per un attimo sulla Merini (come promesso prima), “uso” Luciano e il suo spunto, che è interessante come al solito. So di non sbagliarmi se dico che Luciano non ama particolarmente la Merini e Luciano non si sbaglierebbe se dicesse la stessa cosa di me. Ampliando per un attimo la questione “Merini”, quello che annoia, stanca a volte deprime è tutto ciò che ruota intorno a questa poetessa, “tutto” che con la sua opera c’entra fino a un certo punto. E’ vero che l’opera di Alda Merini scaturisce nella sua – quasi – totalità dalla esperienza personale (come se fosse l’unico caso) ma è anche vero che la sua storia non è per niente monotona. Il punto vero, dove si deve muovere critica (ma forse non alla Merini stessa che ha soltanto vissuto come meglio le è capitato – come ha potuto), è sul fatto che l’esperienza biografica della poetessa abbia spesso condizionato i lettori ma anche e, soprattutto, i critici. Questo è forse dovuto all’incapacità di Alda Merini di scrivere, diversamente? Di vivere diversamente? Non credo, non lo so. Il secondo punto lo solleva bene Luciano: la questione marketing. Sfruttamento per meglio dire, sfruttamento da viva e da morta. “Salviamo la casa della Merini, salviamo l’ultimo verso da lei scritto nella scatola del fondotinta, salviamo i suoi rossetti, le sue calze”. “Pubblichiamo una settimana sì e l’altra pure un libro dal titolo: Ultime nel bagno o Ultime dal divano”. Di questo, e non di Alda Merini, non se ne può più. Terzo punto è il gusto, la maggior parte di ciò che ha scritto Alda Merini non mi piace, non mi appartiene, a volte non mi interessa. Ma salvo due libri molto belli “ballate non pagate” appunto e “La pazza della porta accanto”.

    grazie come sempre a tutti.

    g.

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  7. Ho avuto l’onore di conoscere la Merini circa vent’anni fa per una mia permanenza a Milano
    di alcuni mesi. Cosa posso dire della Merini? La Merini per me non si discute…

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  8. come per la volpicelli se io leggo la merini, non leggo della sua malattia, ma ci trovavo e ci trovo ancora quel volersi cercare e quel donare a noi qualcosa di unico.
    grazie ancora ad alessandra e maddalena*

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  9. non è facile scrivere di e su Alda Merini.
    un po’ è colpa della stessa Merini che a un certo punto non ha più saputo scegliere tra i suoi testi ma ha lasciato che altri scegliessero per lei (e in alcuni casi si è trattato di vero sciacallaggio in vita).
    ma questa raccolta (come le altre uscite per Einaudi) contiene probabilmente i testi più sinceri dopo il “tutto” e dopo il suo capolavoro assoluto.
    riuscire a scrivere della Merini senza cadere nel cliché di moda offre una lettura concreta, diretta e sincera.
    vi sono grato, ragazze.

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  10. L’amore è il nucleo incandescente attorno al quale ruota tutta la produzione poetica di Alda Merini, una ,in assoluto, delle più grandi voci del Novecento italiano: “Io ho scritto per te ardue sentenze, / ho scritto per te tutto il mio declino; / ora mi anniento, e niente può salvare / la mia voce devota; solo un canto / può trasparirmi adesso dalla pelle / ed è un canto d’amore che matura / questa mia eternità senza confini”.Grazie

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  11. Abitano in casa mia due libri della Merini ( non le ballate di cui mi basta la copertina)ai quali ritorno ogni volta che non so dare un nome preciso al dolore. Non è della parola della Merini che si è detto troppo, ma della sua vita. Ma forse è giusto così, non puoi togliere Trieste da Saba e non puoi levare il carcere dalla poesie di Hikmet, la lunga cavalcata verso l’esilio da Neruda nè il terremoto di Messina dalla ‘invano cerchi tra la polvere’ scritta da quasimodo per la Milano seppellita dai bombardamenti quasi quarant’anni dopo. Belle le due recensioni.

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