poesia contemporanea

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna, LietoColle 2018

La lettura del Diario de mi e de la me luna di Renzo Favaron è giunta a me con l’invito a ripercorrere la sua opera poetica in dialetto e, in particolare, le precedenti raccolte Un de tri tri de un (ATI editore 2011) e Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L’Arcolaio 2015). È un invito che ho rivolto a me stessa, è un invito che sale dal dettato poetico di Renzo Favaron, nel quale l’osservazione acuta e l’ispido additare scempi e squarci si sposano con una passione che definire soltanto civile sarebbe riduttivo.
Si tratta infatti di una vera e propria dedizione alla parola, una ricerca incessante – sguardo mobile, tuffo nella folla e attraversamento del deserto – che non può non contemplare, come tappa essenziale del costante cammino, il silenzio, la non parola.
È una scelta, si badi bene, non un arrendersi. La constatazione – come non pensare a Voi, parole di Ingeborg Bachmann, testo che in più di un’occasione l’autore ha individuato come importante riferimento «anche per chi voglia scrivere un solo verso di poesia»? – che scogli e colonne d’Ercole dell’indicibile sono là, consistenti anche quando sono visibili ai poeti, non si traduce in un abbandono della ricerca, bensì in un’attenzione acuita, a tratti, parrebbe, esasperata, e comunque in una ripartenza rinnovata da una disciplina rigorosa, da un codice frutto di felice (nel senso di piena e consapevole) selezione, non di imposizione.
La condizione umana che soggiace a questo dire poetico è, con un ossimoro di provenienza ungarettiana, “allegra e disperata”.
I versi di autopresentazione del terzo dei trenta componimenti della raccolta si caricano in tale contesto della forza espressiva di un manifesto poetico:

‘Desso che so alegro e desperà
se carica el sienzhio
de cue’o che le paroe no’ sa dire.

Ora che sono allegro e disperato
nomina il silenzio
quello che le parole non dicono.

Il silenzio diventa allora, con un paradosso preparato dall’argomentare rigoroso al quale si accennava poc’anzi e che si dipana testo per testo, il vero depositario della parola, di quella parola la cui urgenza di emergere era stata scansata, scaraventata in un angolo dai molti che ne temevano e temono l’energia eversiva.
Si arriva pertanto a leggere nel testo VI della raccolta:

Par ‘na idea balba gò lassà
al sienzhio el peso del parlar,
a le paroe che gavevo in boca
e che gnessuno gaveva mai ‘scoltà.

Per una strana suggestione ho lasciato
al silenzio la facoltà di parlare,
alle parole che avevo in bocca
e che nessuno aveva mai ascoltato. (altro…)

Cristina Zavloschi: poesie da “La bambina appesa al cuore”

La bambina appesa al cuore.Zavloschi3

 

Lacrimile mele în râu se aruncă,
se amestecă cu adânca puritate
a apei,
până ce valul nu se face sfânt
şi mă primeşte în goliciunea mea.
Puterea pe care o primesc din această revărsare
o folosesc să construiesc punţi
prin mijlocul cărora voi fi legată
de curcubeul dumnezeiesc.
Niciodată nu mă voi sătura
să mă întind, liniştită, la marginile cerului,
mireasă drept născută
din pământul înflorit.

Le lacrime mie nel fiume si lanciano,
si mescolano alla purezza profonda
dell’acqua,
fino a diventare onda sacra
che m’accoglie così svestita.
La forza che ricevo da tutto questo fluire,
la impiego nel costruire
ponti con l’arcobaleno divino,
mai mi stancherò a sdraiarmi
quieta ai piedi del cielo,
come una sposa partorita
dalla terra in fiore.

(altro…)

“Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos y Marcos 2018, € 20

Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire. Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).
È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Per l’acqua e per i prati
per la mano del vento il mio volo gaudioso
per tutte le cose precarie che splendono miti
per tutte le cose del mondo. So solo
volare impazzita rischiare
un viaggio.

E tu aiutami aria
sostienimi vento dell’Ovest
aspettami mare.

La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante. (altro…)

“Infanzia resa” di Sebastiano Aglieco (lettura di Alessandro Bellasio)

 

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Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, Il Leggio, 2018, 15 €

 

Verso il grande abbandono, di Alessandro Bellasio

Giunto alla nona raccolta, con il recente Infanzia resa Sebastiano Aglieco redige l’accorato memoriale di chi, a un tempo poeta e maestro nella scuola primaria, si è trovato negli anni di fronte all’arduo compito di traghettare i bambini fuori dall’infanzia, conscio di tutto ciò che tale gesto comporta in termini etici, prima ancora che pedagogici. Un memoriale sui generis, tuttavia, al riparo da qualsivoglia deriva diaristica, da qualunque tentazione sentimentale o compiacenza autobiografica, e redatto invece con sapienza amara, con sguardo asciutto e sofferto. E l’infanzia, luogo germinale della parola, diventa per il poeta il terreno fertile su cui innestare una combattuta, lacerata riflessione sulla natura del linguaggio e sul rapporto coessenziale che ci lega a esso, in quanto esseri umani, cioè essenzialmente parlanti.
Posti dinanzi al compito educativo, si tratta proprio di portare i bambini nella storia e nel discorso, «alle soglie del mondo e della sua tragedia», di trascinarli gradualmente nella parola, strappandoli a quello statuto di infanti che, etimologicamente, allude proprio al silenzio al quale l’uomo originariamente appartiene e corrisponde, in quanto essere non-parlante, in-fans. E Aglieco, con umiltà e riserbo, è ben conscio di essere doppiamente responsabile di fronte a questo compito: come educatore, da un lato, ma soprattutto come poeta, cioè custode di un linguaggio che intende la parola proprio a partire dal suo potenziale di alterità e al limite di squalifica rispetto al linguaggio comune, ufficiale, istituzionale – quello la cui trasmissione è appunto demandata all’insegnante. Ma se la poesia punta a dire e a nominare le cose esattamente, a conferire loro il «vero nome», il poeta-maestro ha allora il compito di traghettare i bambini non solo verso la parola media, generica e mondana, ma anzitutto verso una parola esatta e veritiera. Il punto è che i due modi di intendere il linguaggio (e quindi il mondo), vale a dire quello istituzionale e quello poetico, non sono conciliabili; da qui deriva il nucleo tragico, la lacerazione al cuore di questo libro, il suo potente dilemma etico, irrisolto e irrisolvibile – che rivela inoltre il dissidio che si cela nel cuore stesso del linguaggio.
E uno dei meriti maggiori di Aglieco è proprio quello di costringerci a fare i conti, di riflesso, con il significato del nostro linguaggio quotidiano di adulti, abituati a considerare con noncuranza e alla stregua di semplici strumenti le parole. Il terribile paradosso di cui l’autore è consapevole è quello per cui la parola adulta, istituzionalizzata, è in realtà proprio quella deputata ad “aprire gli occhi”, a mostrare ai bambini il mondo a cui sono e saranno, crescendo, sempre più chiamati ad appartenere, il mondo della storia e del divenire: «quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi | io abbasso lo sguardo perché | vi ho portati sull’altare regale della Storia». «Mi chiedono di farvi entrare nella Storia | di farvi sentire uomini arroccati a | questa violenza | a questa miseria di cose dette | solo per essere tradite». La parola che immette nel divenire e sottrae gradualmente all’infanzia è la parola adulta (ma, per non casuali parentele etimologiche, anche “adultera” e “adulterata”) che contiene in nuce gli artifici, gli stratagemmi e le menzogne che portano nel mondo “dei grandi”; ed è una parola alla quale nessuno può sottrarsi.
Così – con una scelta non priva di rischi ma sapientemente distillata tra le pagine del libro – Aglieco decide di includere nella raccolta versi o interi componimenti scritti dai bambini stessi. E l’obiettivo di questo procedimento è da cercarsi, ci sembra, non nell’ingenuo tentativo di ripristinare una parola innocente da opporre pateticamente alla parola adulta/adulterata, quanto piuttosto nel tentativo di imbastire un dialogo totalmente ed esclusivamente poetico – ossia posto al riparo entro le mura amiche della parola della poesia e da essa solo alimentato – tra il poeta-maestro e i poeti-bambini; il solo modo, evidentemente, per incontrarsi e confrontarsi al puro livello dell’intelligenza analogica e creatrice,[1] quella che più che con le parole e con il discorso ha a che fare con la nominazione delle cose e degli eventi. (altro…)

Le parti del grido, di Lorenzo Chiuchiù

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Lorenzo Chiuchiù, Le parti del grido, Effigie 2018 – 10 €

Dopo aver letto questo libro, ho voluto sceglierne alcune parti: istanti, nei quali sentirsi chiamati a vivere. È l’autore che ci fa sentire questo. Essere lì dentro, come una necessità e come un desiderio.
Riportare qui i frammenti di un testo così importante assume dunque il significato, da una parte, di porne in evidenza la bellezza; dall’altra è il segno della gratitudine che all’autore va espressa.
De Angelis, nel suo scritto di postfazione, sottolinea quanto Chiuchiù «ci interpella con quel “tu” ossessivo che percorre tutto il libro e che di volta in volta è il lettore o l’autore, sono io o il primo venuto». Ha pienamente ragione nell’affermarlo.
Eccoci: l’invito è a entrare.

Sei tu, o sono io:
«Ma l’azzurro è in vena, la riva nascerà con te»;
«scegli una tempesta a caso, sono io».

Tu:
«tu fondi temporali/ e vorresti la grafia dei lampi».

Tu che con me senti:
«nelle meningi terra nera come dopo un temporale».

Io e te, insieme:
«Come se la vita fosse intera/ illuminata, ferita e per te»;
«lo sai: la ferita come la benedizione/ vuole solo l’altra parte».

Quindi noi:
«la storia è la sezione/ e noi, cuore siderale, la verticale»;
«Eravamo incomprensibili e feriti, eravamo feriti e volevamo il vino nero e le stelle a sorte. Così siamo diventati segreti».

Noi, nella verticale della scrittura:
«La sillaba scava come il bisturi/ non illuderti che questa musica/ ti assolva: hai il quaderno/ che lentamente affonda nel petto».

Di nuovo tu, o io:
«hai perso/ un orologio amato/ o perché hai mancato la terra»;
«sottrarti: ma tu credevi, avevi te stesso/ colpa e notturno cardiaco».

Così siamo stati, tramite l’elogio del frammento, dentro un libro che è esaltazione dell’ascesi e della “caduta”, un libro carico di stelle e di distanze. Dal cielo, da ogni presunta idea di perfezione e di stabilità. Sono tensioni che Chiuchiù ha avuto modo di portare in un vasto campo di meditazione, in Atleti del fuoco (“undici studi tra arte, tragedia e rivolta”), edito da Mimesis. Da Celan a Camus, tra arte e destino, rivolta e Cristianesimo.
Nuovamente grazie all’autore, dunque, per tutto questo lavoro.

Cristiano Poletti

 

Gassid Mohammed: due poesie da “La vita non è una fossa comune” (L’arcolaio, 2017)

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Gassid Mohammed, La vita non è una fossa comune, L’arcolaio, 2017

 

In Iraq
la morte è diventata un terzo fiume
sulle sue rive galleggiamo
vivi e morti.

 

Sangue e resti umani
sulle pareti delle nostre menti
come le pareti di un ristorante o di un bar
in cui è esplosa la morte.

Tante persone nelle nostre immaginazioni
mutilate e sfigurate
e ora temiamo d’immaginare i nostri cari;
chi può immaginare un uomo intero?

Nei nostri pensieri nascono persone
senza teste né estremità,
nascono bambini allattati dal seno della morte
nasce la morte in facce che conosciamo.

Con la morte si sono spalmate le nostre lingue
con la morte si sono avvolte le nostre parole.
La morte nelle nostre poesie
molto più di quanto non sia nei nostri paesi.

 

Gassid Mohammed è scrittore, poeta e traduttore iracheno nato a Babilonia nel 1981; dopo la laurea quadriennale a Baghdad continua gli studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica, per poi conseguire il dottorato nel 2015. Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua araba all’Università di Bologna e all’Università di Macerata. I suoi testi sono apparsi su diverse riviste cartacee e online, e in diverse antologie. Tra le sue traduzioni dall’italiano all’arabo ha tradotto: Il corsaro nero di Emilio Salgari (Al Mutawassit), La bella estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit), Senilità di Italo Svevo (Waraq), dall’arabo all’italiano ha tradotto: Le istruzione sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra D’Ulivi), Marsa Fatima di Haji Jabir e Una barca per Lesbo di Nouri al Jarrah (entrambi in corso di pubblicazione presso L’arcolaio).

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

 

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

Amedeo Giacomini, uno dei massimi neodialettali del Secondo Novecento con Franco Loi, Franco Scataglini e Raffaello Baldini, così scriveva: «Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè (la Buiese) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano: non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante: Novella Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e Ida Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo» (in Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, «Il Belli», n. 1, settembre 1991). Nel sound della realtà presente, la radice matria ed etnografica marca gli stigmi dell’appartenenza:

da Maa Onda

L’aurec

Aurec’ gno dôlc’, amâr
meil picjât d’unvier
i ràpis pì madûrs e viludâs
i ai leât in un mac pesant
e i lu puârti e i ti puârti
fia mè in ta la muart
par blancj stradi ch’a si dîsfin
bandonadi da la rasón.
Essi cun te che pì i na tu
so al é tant di pì che il vivi
fra i vîs indafarâs ch’a mi tuélin il rispîr
chè pâs ch’a ocòr
par essi danâs a la mè manêra.
Essi cun te simpri grignél par grignél
aurec’ gno picjât al gno trâf sutîl
in chêsta stansa da la puârta par gì four piturada
indulà che un canài plen di fan
a nal à tacât il sió rap stret fra li mans
parcé i grignéi a son contâs…

L’aurec.

Aurec’ mio dolce, amaro/ miele appeso d’inverno// i grappoli più maturi e vellutati/ ho legato in un mazzo pesante/ e lo porto e ti porto/ figlia mia nella morte/ per bianche strade che si dissolvono/ abbandonate dalla ragione.// Essere con te che più non ci sei/ è tanto di più che il vivere/ tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro/ quella pace che occorre/ per essere dannati alla mia maniera./ Essere con te sempre granello per granello/ aurec’ mio appeso alla mia trave sottile/ in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta/ dove un bambino pieno di fame/ non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani/ perché i granelli sono contati…

(Aurec: mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è sinonimo della nonna morta.) (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #5: Davide Cortese

 

Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo. Darkana di Davide Cortese.

«Il secondo stadio dello spirito è lo stadio mediterraneo. Deriva direttamente dal naturalismo. La vita qual è la conosciamo: ora facciamo il sogno della vita in blocco. […] Sì: scorrere sopra la vita questo sarebbe necessario questa è l’unica arte possibile» (D. Campana, La Notte)

La nuova raccolta di Davide Cortese, Darkana, è la sesta prova in versi di una voce interessante e inquieta e anche, con quest’ultimo libro, davvero singolare, che ha in attivo anche una buona produzione narrativa e versi nel dialetto della sua isola d’origine. Si tratta di un libro di poesia vero e proprio, che si presenta con i tratti peculiari di marcata e di consapevole distanza, tonale e ritmica, dal presente linguistico: non è casuale ed è una scelta voluta, precisa e insistita, consapevole e rischiosa. Come se l’autore ci tenesse a rimarcare il proprio dissenso, o piuttosto, la propria disappartenenza a una lingua della poesia contemporanea comunemente connotata da formularità lineari e da medietà tonali e sintattiche spesso tendenti a una comunicazione tanto semplificata quanto ovvia, e spesso sconfinante nelle lingue di sabbia o di plastica della comunicazione e della prosa più adiacente o prossima.
Sarà questa una delle ragioni per le quali assistiamo, da lettori, a una progressiva discesa nell’enigma, tesa alla ricerca delle ragioni più intime, o propriamente, ‘buie’ dell’essere, nel continuo affronto o combattimento dualistico tra sé e altro da sé, tra bene e male, tra inferno e salvezza. Il viaggio è dunque da intendere quale continuo affondo nell’immaginario linguistico e nell’imagerie fisica e psichica: una catabasi. L’arretramento di marca Orfica, e la ricerca fino alle scaturigini del senso e della sua rappresentazione o resa verbale, visiva e sensoriale, penetra come in un percorso a ritroso nelle ragioni e nella figuralità remota, arcaica e proto-novecentesca di Dino Campana, alla cui risonanza o ascendenza sembra idealmente riconnettersi. Una ascendenza o paternità, citata in un exergo ancillare e anticipatore dello scenario in cui muovere pensiero e azione: ‘bocca-serpente’, ‘cuore-mistero’. Nello sprofondare nell’oscurità, la lingua ha accensioni allegoriche, attua apparenti esercizi di surrealtà, inscena continuamente frizioni di immagini e di senso con metafore ossimoriche che sottendono una lingua tesa, neo-barocca e neo-orfica, verticale, e drammaticamente esposta: un pulsare di bagliori e di luci nella notte, un ardere di figure, un bruciare figurale dell’interiorità sovraesposta, inseguita, cacciata o rincorsa; e allora sono “lampi di buio”, “ruggire luce”, “tigre di luce” e uno “sguardo allucinato”, nel solco della metafora più canonica e di una poetica dell’analogia, dell’inseguito e dell’inseguitore: una pantomima dell’io che si rincorre, confuso nella sua identità di viaggiatore nella notte, o di più classico ‘viaggiatore d’ombra’: «Mi vede./ Lo vedo./ Ha il mio volto.» Tutta l’impostazione della voce è alta, impostata e ieratica (dalla solo apparente fissità o rigidezza) e sebbene priva di ogni enfasi, indica un percorso vertiginoso, una lingua da vertici e vertigini campaniane: il ‘sogno della vita in blocco’. Si prenda, a esempio, il testo Incedo ieratico e fiero:

Incedo ieratico e fiero,
nera perla di silenzio minerale. 
La mantide verde tra i miei capelli.
La bocca come un taglio sul volto.
Mi illumina il fuoco dell’inferno.
Esulta la geenna nei miei occhi.
La strada guizza come serpe nera,
è destriera della mia nudità.
Mi porta sul suo dorso, la strada,
è la serpe che cavalco nera.
Incedo solenne nel nudo mistero
con il vento che trema tra i capelli.
E la mantide verde ha i miei occhi.
Mute vergini in una mandorla gotica
venerano la mia nudità.
Le baciai un giorno che fui bambino
e la tenebra non mi sembrò verità. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #4: Salvatore Ritrovato

A mezza selva#4: Salvatore Ritrovato
La strana pace sentimentale della poesia

di Manuel Cohen

 

Il gruppo di diciannove testi raccolti in questo volume, di cui uno tratto da Come chi non torna (2008), undici da L’angolo ospitale (2013) e gli ultimi sette inediti, ottimamente tradotti in spagnolo da Emilio Coco, Eva María Perdigon, Laura Nieves e Caterina Mulé (qui rivisti da Gianni Darconza e Mario Meléndez) sembrano indirizzati a un pubblico più ampio, e concepiti come una piccola antologia portatile: una piccola mappa, una bussola per frammenti di autobiografia letteraria o, sia pure, un piccolo libro da viaggio, o più, un petit livre de chevet. Uno di quei libri di poesia che possono agire molto e profondamente nel lettore che potrà incontrare lungo la via. Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967, è uno dei poeti migliori, più intelligenti, colti, significativi e meno appariscenti, meno apparenti o a la page, della sua generazione. Non mi dilungherò in questa breve nota a elencare la forza della sua ben strutturata formulazione retorica, affidata spesso a un verso base endecasillabico vieppiù mosso e dilatato in un contenuto prosimetro, oppure a strategiche soluzioni sonore affidate a sapienti e calibrate rime interne, o a clausole fulminanti in rima e semirima. Con più chiarezza, dirò che per quel che mi è dato di conoscere dal mio particolare osservatorio sulla poesia italiana contemporanea, posso affermare senza ombra di dubbio che Ritrovato sia l’autore ‘più sentimentale’, e ricorro all’uso di questo aggettivo con il rischio di essere facilmente frainteso. Poeta di squisito taglio esistenziale, si distingue da tanta poesia italiana per un naturale, e tuttavia ricco di risonanze di cultura classica, tono elegiaco: non a caso il critico Massimo Raffaeli, presentando la raccolta Come chi non torna, annota: «Il segno di Ritrovato ha carattere lirico-elegiaco, un tono mite e tuttavia passibile di improvvise escursioni (laddove premono gli spasmi del ricordo, tradotti in abrasive percezioni del presente) che sommuovono la regolarità del proprio ritmo.» Il dato sentimentale, in un contesto di generale aridità, cinismo e disincanto che sembra da qualche decennio indurre all’inazione o raggelare vaste esperienze e aree della poesia italiana contemporanea, si presenta nel nostro autore quale dirompente (e morbido) elemento di natura e di cultura: un elemento che, nella apparente mitezza, si fa strumento di decodifica dell’esistente e dell’esperienza del mondo, e si fa, suo malgrado, arma affilata di rifiuto delle logiche e delle mode. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #3: Vincenzo Mastropirro

Mastropirro: Per una geografia o ritratto (paradossale) del Tempo

La naive s’è squagghiòte
e u munne è sèmbe cure.

U incande è svanèite
e u sciuche è specciòte.

[La neve s’è sciolta/ e il mondo è sempre quello.//
L’incanto è svanito/ e il gioco è finito.]

(Vincenzo Mastropirro)

Per sommi capi, possiamo scrivere che la vita quotidiana di Vincenzo Mastropirro, compositore di musica e concertista che solca i palcoscenici internazionali, si divida tra tre località: Bitonto, Bisceglie e Ruvo di Puglia. Bitonto è un popoloso comune a vocazione agricola, dove è ancora possibile degustare formaggi e latticini autoctoni di inestimabile bontà. Il comune, che ha superato i 55.000 abitanti, è inserito nella Città Metropolitana di Bari. Sin dal XIII secolo è conosciuto per la produzione olearia, ed è noto come ‘Città degli ulivi’, ed è ricco di testimonianze artistiche, a partire dalla Cattedrale del XII secolo in stile romanico pugliese. Si trova nell’immediato entroterra, a soli due chilometri dal mare.
In mezz’ora d’auto, percorrendo la Statale 16, il nostro arriva a Bisceglie, città in cui lavora. Si tratta di una città splendida di oltre 55.000 abitanti, un insediamento umano risalente al Paleolitico, come lo è Bitonto e un po’ tutta la vasta zona, ed è situata al centro di un’area densamente abitata, legata a nord alla città di Trani e a sud a Molfetta. Bisceglie è un insediamento umano antichissimo, caratterizzato in architettura dalla predominanza del bianco, per via della pietra, nota come ‘pietra di Trani’, usata per erigere le abitazioni, i monumenti, le chiese e i palazzi più prestigiosi della sua storia. La città portuale, murata e fortificata, è adagiata sulla costa adriatica del Mezzogiorno, felicemente contaminata nei secoli dalle culture, dalle lingue e dalle religioni che arrivavano dal mare: dai greci che la colonizzarono, ai longobardi, ai normanni, agli svevi. Inoltre è attraversata dalla via litoranea che ne ha favorito i collegamenti, gli scambi e i commerci sia con il sud delle Puglie sia con il nord della regione e del Paese tutto. A Bisceglie il nostro autore è riconosciuto e stimato, sia per la sua professione di compositore e di insegnante di musica, sia per le molteplici attività artistiche che lo vedono protagonista attivo della scena culturale cittadina e d‘oltreconfine. Parimenti è un apprezzato autore di poesia in lingua italiana e in dialetto. Possiamo anche dire che la parte preminente sia rappresentata dall’opera in dialetto. Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno (ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido ed elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia.
Ruvo si trova nell’entroterra collinare, inserito nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a pochi chilometri dalla costa biscegliese. Da questo antico borgo rurale di grande e strategica ricchezza terriera, che oggi consta di oltre 25.000 abitanti, si gode di un’aria mite e di una lieve brezza che dà sollievo nelle afose giornate estive. Affacciandosi dalla verde terrazza panoramica della Villa Comunale, è possibile avere una visione panottica dell’agro e delle colline, amorevolmente coltivate a frutteti e a oliveti, morbidamente digradanti fino alla costa: fino all’azzurro più intenso dell’Adriatico. Dalla sommità della collina e dall’ampiezza del mare vengono i versi ariosi e, spesso, incoercibilmente imperiosi e musicali di Mastropirro.
È come se la visione del paesaggio, il suo connaturato disporsi panoramico, favorisse la riflessione, tuttavia mai pacificata e mai oleografica o rassicurante come accade per tanti topoi o luoghi cari ai dialettali, di continuità e di mutamento dell’essere: dell’essere nel tempo. Questo dato è già rilevabile nei tre libri di poesia precedenti, ma qui, in Timbe-condra-Timbe diviene fatto chiaro e ineludibile, qui acquista forza perentoria, diremo pure, definitiva. Così il pensiero del tempo diviene un felice ossesso, un fil rouge rintracciabile di libro in libro, di verso in verso, di vissuto in vissuto. Non sarà un caso infatti se, a un rapido spoglio e a una più rapida presentazione di prelievi testuali dai tre libri precedenti, è dato di rilevare la centralità del tema che assume la valenza di vera e propria coordinata fondamentale o invariante dei testi. Già ad altezza dell’opera prima in lingua italiana, Nudosceno (LietoColle, 2007) è infatti riscontrabile in frequenza il nucleo tematico anticipato e viepiù declinato: «[…] guardo/ cum’ pass u’ timb… (come passa il tempo…)// il futuro non dà tregua// La vita che ti spetta dilata il tuo spazio. La vita che mi resta/ non giova più a nessuno» (Nudosceno, p. 12); oppure: «Scorre il tempo in malo modo/ […] A stento/ torna il sereno/ e il tempo scorre/ nel profondo dell’onda/ morte e resurrezione/ rallentano il quotidiano/ e il tempo scorre» (ivi, p. 54); o ancora, con accentuata valenza polisemica, oscillando tra tempi di una partitura musicale e tempo presente, reale e concreto: «[…] // I tempi hanno i loro tempi/ se è quattro quarti è così/ se undici ottavi va bene lo stesso.// Ora non c’è più tempo/ la babele arranca e il seguito striscia/ ora, non c’è più tempo» (ivi, p. 59). Oppure, con l’uso dei tropi, il tempo si fa metafora del tempo: La machene du timbe (La macchina del tempo): «La machene du timbe ésiste.// nescìune se pote gavetò/ da la machene du timbe/ quanne se mìétte a dèisce veretò» («La macchina del tempo esiste.// Nessuno si può sottrarre/ alla macchina del tempo/ quando si mette a dire verità»; Tretìppe e martìdde 2.0, pref. di L. Metropoli, nota di F. Marotta, Secop, Corato 2015).
Quest’ultimo esempio testuale introduce uno degli elementi meglio caratterizzanti la poesia di Mastropirro: è il dato di icasticità, spesso accompagnato a una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e a un continuo esercizio di surrealtà. Spesso si tratta di una visione che ha le sembianze naturalistiche rassicuranti, in quanto legate a un mondo di esperienza concreta e fisica, o legate a modi di dire propri dell’oralità di appartenenza (si leggano nel libro le molte espressioni comuni, le frasi idiomatiche, i mezzi detti, i ritornelli o massime popolari), a modi di pensare propri della società rurale (condensati in apologhi, sentenze e più ironici lazzi) o comunque del proprio mondo di riferimento o Koinè; e tuttavia sono visioni che insinuano germi e geni di natura sempre altra, che covano e producono soluzioni inedite, imprevedibili e paradossali. Risulteranno centrali nella riflessione sul tempo, da intendere nelle sue più svariate accezioni di tempo biologico, interiore, atmosferico, storico e musicale, ovvero legato alla ritmologia dei suoni, alla sua percussività ritmico-prosodica, a tutta una complessa e mai esibita fitta rete di corrispondenze e riprese sonore, di anafore, di ripetizioni, di catene allitterative. Sovente si riscontra infatti un continuo riferirsi o alludere ai tempi e alle pause ritmiche della musica, fino alla sovrapposizione degli elementi suono-tempo in luogo di uno spazio-tempo, come in questo prelievo dalla raccolta del 2013: «Quanne u fiote s’accarne/ ogne vibrazione devènde museche// da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce/ patrune-e-suotte, du timbe e du sune» («Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/ padrone e schiavo, del tempo e del suono»; Poésia sparse e sparpagghiote, pref. di N. Pice, postfaz. di A.M. Curci, CFR, Piateda 2013»). Non appaia al lettore un presuntuoso arbitrio se lo invitiamo a leggere due nostri precedenti interventi dedicati alla poesia dello scrittore di Ruvo, uno apparso sul Litblog «La Dimora del tempo sospeso», Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro, e l’altro su «Versanteripido»,  7 poeti del sud: Vincenzo Mastropirro (Puglia). (altro…)

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Da Todavia la sangre di ROMINA CAZÓN, traduzioni di Federica Volpe

Todavia la sangre

I

A volte quando il pianto mi sveglia tutta moribonda, mi avvicino alla finestra
e muovo la tenda per vedere se qualcuno abbia gli stessi aghi conficcati negli
occhi, per vedere se qualcuno abbia lo stesso sangue. Ed é quando abbraccio timidamente
la tela, come se l’atto rappresentasse dimenticare un paese, ma è assurdo confidare
nella mia memoria, è assurdo dire che mi strapperò la testa se torno a ricordare.
Lo feci per tanti anni che già non credo nelle vocali che la mia bocca espelle. Credo solo
negli dei e nessuno di loro mi ha concesso il desiderio e nonostante questo, io li
perdono.

A veces cuando el llanto me despierta toda desahuciada, me acerco a la ventana
y muevo la cortina para ver si alguien tiene las mismas agujas clavadas en los
ojos, para ver si alguien tiene la misma sangre. Y es cuando abrazo tímidamente
al lienzo, como si el acto representara olvidar a un país, pero es absurdo confiar
en mi memoria, es absurdo decir que me arrancaré la cabeza si vuelvo a recordar.
Lo hice tantos años que ya no creo en las vocales que mi boca expulsa. Sólo creo
en los dioses y ninguno de ellos me ha concedido el deseo y sin embargo, yo los
perdono.

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