poesia contemporanea

Bruce Bond, da “Choir of the Wells”

Bruce Bond, poesie da Choir of the Wells, traduzione di Angela D’Ambra

Luminescence of the Oceans

There is a drowned fire in our leaving.
You see it in the wakes of ships that cut
a passage through the red tide, the sparks

thrown aft as they welter in the current.
Sometimes when I look down at the seeds
of light, I keep returning to the furrow

that made a stranger of my father’s body,
the way he slept beneath the surgeon’s lance,
the saw, the red hand that reached inside

to turn the organ over. Sleep or no sleep,
a literal heart fumbles with the things
it cannot say and so it says again.

Look at waves. They fold into themselves
the sob of oceans, like a frightened child.
You would think they get tired of it,

how, as they heave exhausted to the bed
of sand, the last remains of day crackle
in the fall. I talk about my father

because, beyond the obvious, I am
afraid the water will swallow him again.
When I look ahead, I see something

futureless there, the jewel of the star
that drizzled into his eye that day.
It seems so still, though I know better.

The machinations of the ocean break
into the million small decisions of the deep.
It lives to move. The star that dissolves

—————————————(stanza break)

against the foam, it goes somewhere. It must.
Beneath the widow’s lace, perhaps, or here
inside the gaze that reads. It spreads its net.

Luminescenza degli Oceani

C’è nel nostro partire un fuoco annegato.
Lo vedi nelle scie di navi che si tagliano
un passaggio per la marea rossa, le scintille

scagliate a poppa che s’agitano nella corrente.
A volte, quando abbasso lo sguardo ai semi
di luce, continuo a tornare col pensiero al solco

che del corpo di mio padre fece uno straniero,
il modo in cui dormiva sotto la lama del chirurgo,
la sega, la mano rossa che si spinse dentro

a rigirare l’organo. Dorma o non dorma,
un cuore letterale brancica con le cose
che non sa dire, così le dice di nuovo.

Guarda le onde. Avviluppano in sé
il singulto degli oceani, quale bimbo spaurito.
Penseresti che venga loro a noia,

il modo in cui, nel loro esausto vieni e vai sull’alveo
di sabbia, gli ultimi resti del giorno crepitano
nel tramonto. Parlo di mio padre

perché, a parte l’ovvietà, ho
timore che l’acqua di nuovo se lo ingoi.
Quando guardo avanti, vedo qualcosa,

là, senza futuro, il gioiello della stella
che, quel giorno, gli sprizzò negli occhi.
Sembra così immoto, pure non m’inganna.

Le macchinazioni dell’oceano si frangono
nel milione di minute decisioni del profondo.
Vive per muoversi. La stella che contro la spuma

—————————————(interruzione di strofa)

si dissolve, va da qualche parte. Deve.
Forse, sotto le trine della vedova, oppure qui
nello sguardo che legge. Dispiega la sua rete.

 

Benthos

The fathoms take what we know of light,
the ache of it that dims as it goes
cold, deeper into the ache of dark.

Down here an eye is its own lantern,
sunk among the cuttlefish and squid,
the angel flesh that swims among the wreckage.

Today I walked into a small museum.
On a wall, a hill of spectacles,
teeth, a memoir bound in human skin.

I have read this book, skin to skin,
and yet I think a part of me reads it
in the dark. If this is the past,

it is far too tiny and too enormous.
What you make out in the many faces
gets lost in the unspeakable focus

of one. And each one difficult to name,
to recognize now, beneath the mask
of no mask. Not enough food to live,

and too much to die. That’s what they say.
And it goes on that way for a while,
until the story of the boy who begs

to be shot. The core of us is strange.
Bones of faces float to the surface.
And deeper still, a voice, neither theirs

nor ours. Like a heavy net of cautions
that binds us to a world. Perhaps a prayer,
a memoir’s future tense, or the last

—————————————(stanza break)

breath of a man, here, high above the dark
floor, above the drowned, as we know them,
the gas blue eel, our black and silent stars.

Benthos

Le sonde colgono ciò che sappiamo della luce,
quel male che s’ottunde mentre si fa
fredda, più a fondo nel male del buio.

Quaggiù un occhio è lanterna a se stesso,
inabissato tra seppie e calamari,
la carne dell’angelo che nuota fra i relitti.

Oggi sono entrato in un piccolo museo.
Su un muro, un colle di lenti,
denti, un memoir rilegato in pelle umana.

Ho letto questo libro, pelle a pelle,
e ancora penso che una parte di me lo
legga al buio. Se questo è il passato

è fin troppo esile e troppo enorme.
Ciò che scorgi in una varietà di volti
va perso nell’ineffabile messa a fuoco

di uno solo. E ciascuno difficile da nominare,
da riconoscere ora, sotto la maschera del senza
maschera. Non sufficiente cibo per vivere,

e troppo per morire Questo è ciò che dicono.
E prosegue così per un po’,
fino alla storia del ragazzo che implora

che gli sparino. La nostra essenza è strana.
Ossa di volti fluttuano alla superficie.
E più a fondo ancora, una voce, né loro

né nostra. Come una greve rete di cautele
che ci lega a un mondo. Una preghiera, forse,
un tempo futuro di un memoir, o l’estremo

———————————————(interruzione di strofa)

respiro d’un uomo, qui, innalzato sopra il fondo
buio, sopra gli annegati, come li conosciamo,
l’anguilla blu elettrico, le nostre stelle silenziose e nere.

(altro…)

I poeti della domenica #342: Lawrence Ferlinghetti, One of These Days/Uno di questi giorni

Poet Lawrence Ferlinghetti — Image by © Christopher Felver/CORBIS

Uno di questi giorni

Uno di questi giorni
accetteranno mai quello che dico
come assoluta verità
e mi chiameranno maestro
e mi appunteranno sul petto la croce di Luce
E se lo faranno, oh se lo faranno
ne sarà la valsa la pena dopo tutto
Tutte le frasi spezzate cominciate da capo
tutti gli illusori trionfi
che possono avvenire soltanto di domenica
quando tutte le banche sono chiuse
e tutte le chiese fallite sono aperte
e tutte le lotterie vinte
solo per scoprire che i biglietti sono stampati
con inchiostro simpatico
e l’ultimo cavallo nell’ultima corsa
che salta l’ultimo ostacolo alla libertà
e io fermo nel recinto dei vincitori
con una corona attorno al collo
chiedendomi quale bionda mi bacerà
mentre la banda dei mariachi suona
I Giorni Felici Sono Tornati
o l’Inno di Battaglia della Repubblica
ed una sfilata procede
verso la piazza lontana
dove imbecilli che indossano ali di lamé
cadono dagli alberi?

traduzione di Lucia Cucciarelli

One of Those Days

When I am old
will they accept what I say
as the absolute truth
and call me maestro
and pin the cross of light on me
And if they do, oh if they do
will it have been worth if after all
all the broken sentences begun again
all the illusory triumphs
which could only happen on Sundays
when all the bank are closed
and the bankrupt churches open
and all the lotteries won
only to find the tickets printed
with evaporating ink
and the last horse in the last race
jumping the last fence to freedom
and I standing in the winner’s circle
with a wreath around my neck
wondering which blond will kiss me
as the mariachi band plays
Happy Days Are Here Again
or The Battle Hymn fo the Republic
and a parade goes by
to the distant plaza
where imbeciles wearing tinsel wings
drop from the trees?

da New Poems (Nuove poesie), 1993

I poeti della domenica #341: Lawrence Ferlinghetti, Alla maniera di Cecco Angiolieri

(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Alla maniera di Cecco Angiolieri

S’i’ fosse foco, non fumerei
S’i’ fosse vento, suonerei soltanto i flauti lirici
S’i’ fosse acqua, non berrei altro che vino
S’i’ fosse Dio, mi farei una Dea
S’i’ fosse Papa, mi farei mamma mia
S’i’ fosse mamma, darei natali a molte vergini
S’i’ fosse imperatore, sa’ che farei?
ucciderei tutti gli imperatori.

S’i’ fosse morte, ritornerei all’utero per ricominciare
S’i’ fosse cieco, troverei un cane
S’i’ fosse un cane, troverei un cieco
che vuole fare molte passeggiate ai bordelli.

(Scritta in italiano dall’autore)



Poesia n. 346, Marzo 2019

I poeti della domenica #340: Pietro Secchi, Er cane zoppo

Ner giardino sott’a casa mia
ce sta ‘n cane zoppo.
Er padrone ‘o porta ‘n giro
pe’ córe e giocà coll’antri.
Li cani bianchi e maroni
coreno e se odoreno.
Ma lui è ‘n cane nero
e co’ quer passo ch’è ‘n affanno
se dirigge solo a beve.
Forze l’acqua je rinsarderà ‘a zampa
oppure spera ‘n zogno
che co’ ‘n zorzo je verà mercede:
‘no sguardo pietoso der Gran Cane,
l’unico, diceveno, che quanno te mozzica
te fa annà via la rabbia.

© Pietro Secchi, da Er piccione sfracellato, FusibiliaLibri 2018

Historiae, di Antonella Anedda

Antonella Anedda, Historiae, Einaudi, 2018; 11 €

“Polvere” è forse la parola-chiave di quest’opera, la pelle di questo libro. Polvere: povria nella lingua utilizzata da Anedda, di origine sarda. È una pelle, un rivestimento anche l’uso che di questa lingua lei fa, in entrata e in uscita di libro: è il necessario sostegno, per lei, per arrivare a dire qualcosa, per poterci dire qualcosa.
C’è una nota costante che lega tutto, una verità ricorrente: la morte, che è pronta per noi fin dalla nascita; presente da sempre, dicono i fisici, in uno spazio esatto. C’è lo sfiorarsi o l’intrecciarsi di mani dentro questa consapevolezza; c’è la figura della madre, soprattutto, che scompare, ritorna, e vaga: è una presenza, dentro la polvere del tempo («Lo sai la polvere non cade, ma si alza»). Particolarmente alta è qui l’attenzione della poesia, alto il grado di coscienza che scorre e si fa sentire tra le pagine.
Nel computo dei giorni, delle ore, troviamo di continuo il motivo tacitiano che rimanda al titolo: da notare è la ripetuta presenza del televisore, dello schermo, con l’incursione delle notizie nelle stanze della mente («La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla»); notizie che entrano in casa, ci affiancano. E così, nel quotidiano si tengono storia personale e storia collettiva (con il patrocinio di Dante – altro elemento da notare – richiamato più volte in epigrafe).
Anedda risolve rapidamente, in poesia, l’annosa questione dell’io. Con un guizzo: «Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome […] Io con l’io mi nascondo / chiamando a raccolta quel che sappiamo:».
E cosa sappiamo? Che tutto ciò che è antenato c’insegue, da sempre, e ha la stessa essenza di ciò che oltre noi, marcati dalla finitudine, proseguirà. Eppure, ecco, ciascuno di noi, singolarmente, è chiamato a indicare di questo sapere la pronuncia esatta, secondo il filtro personale.
Mirabili sono, quindi nella sua scrittura, le vaste forze del sempre: la “geometria” («l’ala dei numeri che svetta su ciò che è smisurato») e la “letizia” («una pace inspiegabile»… «distante dalle stelle»… «che non chiede niente»). Forze che sono già qui attorno o sono solo intanto auspicate, ma in ogni caso presenti, sempre.
Letizia, in fondo – ci dice Anedda – è la forza della rinuncia. Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione. Entro un’aria di vastità, come detto («L’incontro dei vivi con i morti è il nostro affresco. / Serve a rinunciare»: così in Contrasto, poesia della sezione finale, significativamente intitolata Futuro anteriore).
È una vastità, va detto, che si nutre felicemente della plasticità di molti suoi versi. Tanto che mi sembra in certi casi avvicinarsi alla poesia di Mario Benedetti. Leggiamo ad esempio Perlustrazione I, a pagina 43 (che fa il paio con l’altra, bellissima, Perlustrazione II). Lo splendore si concentra negli ultimi due versi, e l’ultimo in particolare, così forte, così perfetto:

Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,
parlo della cicuta e degli stoici,
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,
la morte, scompare, ma non funziona
anzi cresce dentro di me il terrore.
Aspetta, le dico mentre dorme ora vado a guardare.
Perlustro la zona (sarà quella?)
solo per constatare che non c’è difesa,
che il suo spazio, quello che la fisica dice
sia presente fin da quando nasciamo,
è sguarnito di ogni compassione
e il tempo è davvero il buco che divora.
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.

Cristiano Poletti

Il commissario Magrelli

Il commissario Magrelli

 

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018; 15 €

«Tutto funziona, solo l’uomo no» è la secca affermazione che troviamo in apertura di libro, in esergo. Una frase intrigante di Hugo Ball, poeta e regista tedesco (1886-1927); intrigante perché dà giustamente adito a un dubbio interpretativo, secondo la sfumatura che si sceglie nella lettura: funziona l’uomo, ma non da solo, oppure proprio soltanto l’uomo non funziona.
E se partiamo dal bivio offerto da questo dubbio sottile, è nel gioco del commissario/poeta che il doppio si esprime maggiormente. Nella quarta di copertina Valerio Magrelli scrive: «Quando ho incontrato il commissario mio omonimo, confesso di essere rimasto sorpreso… mi ha stupito la caparbietà, l’ostinazione con cui l’ho visto viaggiare… la sua specialità sembra consistere nella difesa della vittima…». E subito il doppio prova a spiegarsi, nella prima poesia riportata anche in copertina, il poeta dichiara: «… mi faccio commissario/ della poesia/ e parto sulle tracce dei misfatti/ che restano impuniti a questo mondo». Lo fa con la sua riconoscibile, caratteristica intelligenza.
È sempre un ragionamento il suo. A volte è un “gioco” di parole (a pagina 15, a pagina 21 e a pagina 43 troviamo tre esempi particolarmente efficaci, brillanti), altre volte si tratta di qualcosa di più: Magrelli, da poeta, la rivoluzione la fa rivoluzionando la frase, mutandone i termini e quindi il senso tramite un rivolgimento del pensiero. Così certe frasi di uso comune diventano: «Qualcuno tocchi Caino» (a pagina 29) e «condannato a amore» anziché «condannato a morte» (a pagina 33).
Dentro una rassegna di orrori, questa «piccola ma nutrita enciclopedia del reato» – come lo stesso commissario indica – Magrelli sa scegliere: sceglie, veramente, di prendere le difese della vittima e offre indicazioni precise: «Donne, paesaggio e infanzia,/ tutto ciò che è indifeso, vulnerabile,/ deve restare intatto,/ tabù,/ SACRO». Colpisce questa parola scolpita, “urlata” e inamovibile: stupro, incendio doloso, pedofilia sono dunque ai suoi occhi i mali più sconcertanti, i peggiori reati, intollerabili. (altro…)

Pietà – inedito di Piergiorgio Morgantini

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(foto di Alessandro Margnetti)

Un «poeta di Polonia» è chiamato a difesa di questo testo. Come se Piergiorgio Morgantini volesse stabilirne un orizzonte tanto ampio e profondo da darci sollievo, nonostante il peso specifico dell’enunciato. È un sollievo che accarezza tutta la poesia e ne abbraccia il senso. È Czesław Miłosz il maestro venuto in suo soccorso, in un rapimento di pensiero. Mutuato pensiero dunque, in grado davvero di farsi custode: ogni parola è un uomo, ogni poesia è una persona. C’è infatti “un lamento sopra il loro destino”, dice il poeta; la citazione di Miłosz è tratta dal libro Il cagnolino lungo la strada.
Bisogna sentirli, i volti, cos’hanno da dirci. Capire cosa sta lì dentro, lì dietro. Ecco: i mondi, che in parte i volti nascondono e in parte manifestano. Ognuno nel suo, ognuno in sé. E dall’interno di ciascun mondo, sempre, ogni volta, si alza e si rialza quel lamento. “Sopra il loro destino”, dice il poeta. Il loro? Il nostro: è lo stesso, di un uguale segno. Lo sappiamo per necessaria empatia, obbligata immedesimazione: come non capirli questi mondi se a parificarci c’è «il sole nuovo e lucido e sempre uguale»? Il sole, e lo scatto della visione: «Dice che lavorare dodici ore / (…)»: questa poesia entra in modo diretto nel pieno della materia di vita che è il lavoro, ed è un grande merito.
Viene dalla terra l’anima della poesia, è nella pelle del protagonista, è in questa pizzeria, entra in un coro di figure dentro un’attualità che morde: parla di una storia di immigrazione e di durezza; evoca un fondo di vita venuto così in superficie. Una lotta per la vita, aspra. La conosciamo da tanto: una lotta che strappa dalla terra, fa reinventare una casa, ci tiene stretti in un nodo di «presenza e mancanza sovrapposte». Ma per fortuna c’è quel sollievo, un lamento che può diventare canto. E vera partecipazione, immersa tra le forze fondanti della realtà, proprio come la pietà pretende. (Cristiano Poletti)

 

Dice che lavorare dodici ore
in alberghi dove la gente
del pollo preferiva le alette
era sempre meglio
che sentirsi la terra nelle pieghe della pelle
fin dentro le vene;
parla degli anni andati:
una folla di stelle e punte
e figli da tirare grandi
in una pizzeria, in un altro paese.
Lì in questo preciso istante
tra i tavolini e i pensionati del mattino
il sole nuovo e lucido e sempre uguale
saluta come quello della sua terra distante:
presenza e mancanza sovrapposte.
Poco lontano scivolano studenti sulle ali
verso un mestiere o un amore,
e sull’ultimo sorso di caffè
penso al poeta di Polonia
nella nona decade della sua vita:
se si potesse ricominciare da capo
se si potesse
ogni poesia -scriveva-
sarebbe il profilo di una persona
volti e figure sentiti dall’interno
un lamento sopra il loro destino.

 

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura. Intervista di Anna Maria Curci

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri 2018

«Ci sono vite al mondo che sono morte senza per esempio»: partiamo da questo verso, Giovanna, per ripercorrere la tua raccolta. Senza che cosa? Senza, indubbiamente, l’amore. Nel mio diario in versi scrivevo qualche anno fa: “Tra i cubi che il bambino ricombina/ ha scoperto la A, alfa e amore”. L’inizio della scrittura – e il titolo della raccolta richiama esplicitamente Roland Barthes di Frammenti di un discorso amoroso – davvero coincide con l’esperienza ardente e totalizzante dell’amore. Una scoperta dopo la quale nulla potrà essere come prima. Impetuose e solenni sgorgano le poesie e niente, neppure un verso, andrebbe mutato, tanto che verrebbe da parlare di rigore, di impeccabilità formale, di necessità cogente di dire lo stupore nel modo qui manifesto, e in nessun altro in alternativa. Senza questa rivoluzione, senza il dato sconvolgente dell’esperienza amorosa, non sarebbe mai allora nata poesia?

Ho scritto poesie solo quando ho amato oltre l’umano, e probabilmente ho amato oltre l’umano solo quando non sono stata ricambiata, questo credo sia fondamentale da dire. Il punto successivo è: perché questo amore estremo mi illumina quella zona del cervello deputata a scrivere in versi, a prendersi cura dell’allaccio tra il suono e il contenuto? Che rapporto c’è tra innamoramento non corrisposto e poesia? Nel mio percorso personale la risposta è chiara. L’esergo di Barthes, da cui il titolo del libro, mette bene in chiaro una cosa: la scrittura inizia quando non si scrive per convincere l’altro ad amarci. Non si corteggia, con la scrittura, né si crea un sostituto dell’amore per stare meglio nella sua mancanza. Si sa solo che l’altro non è nostro, e lo si canta perché lo si ama. Non una poesia, non una mail, non un messaggio né una parola io ho mai pronunciato nella speranza di sedurre chi ha messo in chiaro di non amarmi, anche nelle mie parole più infiammate. Questo è lo spirito di ogni parola d’amore pronunciata davanti a un caffè, e questo è lo spirito del libro. Il libro voleva essere il canto dell’amore donato senza chiedere nulla in cambio. Che è una faccenda meravigliosa. Quello che ho imparato è che innamorarsi senza riscontro è un’esperienza affine all’amore, non un fallimento. Ha solo regole più complesse e meno codificate, e diversi margini di gioia. Comporta sì della sofferenza, il desiderio sessuale non realizzato, la convivenza emotiva non pienamente espressa. Ma c’è una componente per cui l’amore dell’altro non è necessario, anzi sarebbe di troppo: la gioia del disinteresse, il dono di sé portato all’estremo. In questo senso, l’amore non corrisposto somiglia a uno stato di grazia che bisogna meritarsi ogni giorno, e che permette di scoprire meravigliosi lati di sé. In questa esperienza monologante, a patto che l’altra persona reagisca con sana apertura (né rifiuto, insomma, né pura vanità), la gioia supera il dolore. Appaga? No, non mi prendo in giro, io non posso possedere quel corpo, e quella persona non ha bisogno di me quanto io di lei. Ma rende felice? Sì, più di molti amori consumati. È questo che attiva il centro nervoso del dono, dello stupore, e quindi della scrittura. Ed è questo che volevo fosse il filo rosso delle mie poesie, più del canto verso una persona. In questo credo di essere riuscita. In altro, credo di aver fallito: nell’universalizzazione di questo innamoramento. Perché quando sono stata capace di innamorarmi di nuovo, ho scoperto un altro odore, altre dolcezze, altri motivi di pianto, altri ritmi di respiro. Ne L’inizio della scrittura credo di aver tratteggiato bene l’amore come dono, ma non l’amore in sé, perché il libro riguarda quell’amore specifico, e non si attaglierebbe bene al successivo. Che avrebbe poesie più lievi, più metriche, più attente alla premura per i dettagli dell’altra persona e meno alle vette emotive raggiunte dal mio sentimento comunque totale. Meno vertigine e più cura, insomma, perché l’amore successivo è nato sulla tenerezza e non sul delirio. Ogni equilibrio tra due persone è diverso. (altro…)

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna

Renzo Favaron, Diario de mi e de la me luna, LietoColle 2018

La lettura del Diario de mi e de la me luna di Renzo Favaron è giunta a me con l’invito a ripercorrere la sua opera poetica in dialetto e, in particolare, le precedenti raccolte Un de tri tri de un (ATI editore 2011) e Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L’Arcolaio 2015). È un invito che ho rivolto a me stessa, è un invito che sale dal dettato poetico di Renzo Favaron, nel quale l’osservazione acuta e l’ispido additare scempi e squarci si sposano con una passione che definire soltanto civile sarebbe riduttivo.
Si tratta infatti di una vera e propria dedizione alla parola, una ricerca incessante – sguardo mobile, tuffo nella folla e attraversamento del deserto – che non può non contemplare, come tappa essenziale del costante cammino, il silenzio, la non parola.
È una scelta, si badi bene, non un arrendersi. La constatazione – come non pensare a Voi, parole di Ingeborg Bachmann, testo che in più di un’occasione l’autore ha individuato come importante riferimento «anche per chi voglia scrivere un solo verso di poesia»? – che scogli e colonne d’Ercole dell’indicibile sono là, consistenti anche quando sono visibili ai poeti, non si traduce in un abbandono della ricerca, bensì in un’attenzione acuita, a tratti, parrebbe, esasperata, e comunque in una ripartenza rinnovata da una disciplina rigorosa, da un codice frutto di felice (nel senso di piena e consapevole) selezione, non di imposizione.
La condizione umana che soggiace a questo dire poetico è, con un ossimoro di provenienza ungarettiana, “allegra e disperata”.
I versi di autopresentazione del terzo dei trenta componimenti della raccolta si caricano in tale contesto della forza espressiva di un manifesto poetico:

‘Desso che so alegro e desperà
se carica el sienzhio
de cue’o che le paroe no’ sa dire.

Ora che sono allegro e disperato
nomina il silenzio
quello che le parole non dicono.

Il silenzio diventa allora, con un paradosso preparato dall’argomentare rigoroso al quale si accennava poc’anzi e che si dipana testo per testo, il vero depositario della parola, di quella parola la cui urgenza di emergere era stata scansata, scaraventata in un angolo dai molti che ne temevano e temono l’energia eversiva.
Si arriva pertanto a leggere nel testo VI della raccolta:

Par ‘na idea balba gò lassà
al sienzhio el peso del parlar,
a le paroe che gavevo in boca
e che gnessuno gaveva mai ‘scoltà.

Per una strana suggestione ho lasciato
al silenzio la facoltà di parlare,
alle parole che avevo in bocca
e che nessuno aveva mai ascoltato. (altro…)

Cristina Zavloschi: poesie da “La bambina appesa al cuore”

La bambina appesa al cuore.Zavloschi3

 

Lacrimile mele în râu se aruncă,
se amestecă cu adânca puritate
a apei,
până ce valul nu se face sfânt
şi mă primeşte în goliciunea mea.
Puterea pe care o primesc din această revărsare
o folosesc să construiesc punţi
prin mijlocul cărora voi fi legată
de curcubeul dumnezeiesc.
Niciodată nu mă voi sătura
să mă întind, liniştită, la marginile cerului,
mireasă drept născută
din pământul înflorit.

Le lacrime mie nel fiume si lanciano,
si mescolano alla purezza profonda
dell’acqua,
fino a diventare onda sacra
che m’accoglie così svestita.
La forza che ricevo da tutto questo fluire,
la impiego nel costruire
ponti con l’arcobaleno divino,
mai mi stancherò a sdraiarmi
quieta ai piedi del cielo,
come una sposa partorita
dalla terra in fiore.

(altro…)

“Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

Cenere-o-terra

Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos y Marcos 2018, € 20

Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire. Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).
È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Per l’acqua e per i prati
per la mano del vento il mio volo gaudioso
per tutte le cose precarie che splendono miti
per tutte le cose del mondo. So solo
volare impazzita rischiare
un viaggio.

E tu aiutami aria
sostienimi vento dell’Ovest
aspettami mare.

La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante. (altro…)

“Infanzia resa” di Sebastiano Aglieco (lettura di Alessandro Bellasio)

 

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Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, Il Leggio, 2018, 15 €

 

Verso il grande abbandono, di Alessandro Bellasio

Giunto alla nona raccolta, con il recente Infanzia resa Sebastiano Aglieco redige l’accorato memoriale di chi, a un tempo poeta e maestro nella scuola primaria, si è trovato negli anni di fronte all’arduo compito di traghettare i bambini fuori dall’infanzia, conscio di tutto ciò che tale gesto comporta in termini etici, prima ancora che pedagogici. Un memoriale sui generis, tuttavia, al riparo da qualsivoglia deriva diaristica, da qualunque tentazione sentimentale o compiacenza autobiografica, e redatto invece con sapienza amara, con sguardo asciutto e sofferto. E l’infanzia, luogo germinale della parola, diventa per il poeta il terreno fertile su cui innestare una combattuta, lacerata riflessione sulla natura del linguaggio e sul rapporto coessenziale che ci lega a esso, in quanto esseri umani, cioè essenzialmente parlanti.
Posti dinanzi al compito educativo, si tratta proprio di portare i bambini nella storia e nel discorso, «alle soglie del mondo e della sua tragedia», di trascinarli gradualmente nella parola, strappandoli a quello statuto di infanti che, etimologicamente, allude proprio al silenzio al quale l’uomo originariamente appartiene e corrisponde, in quanto essere non-parlante, in-fans. E Aglieco, con umiltà e riserbo, è ben conscio di essere doppiamente responsabile di fronte a questo compito: come educatore, da un lato, ma soprattutto come poeta, cioè custode di un linguaggio che intende la parola proprio a partire dal suo potenziale di alterità e al limite di squalifica rispetto al linguaggio comune, ufficiale, istituzionale – quello la cui trasmissione è appunto demandata all’insegnante. Ma se la poesia punta a dire e a nominare le cose esattamente, a conferire loro il «vero nome», il poeta-maestro ha allora il compito di traghettare i bambini non solo verso la parola media, generica e mondana, ma anzitutto verso una parola esatta e veritiera. Il punto è che i due modi di intendere il linguaggio (e quindi il mondo), vale a dire quello istituzionale e quello poetico, non sono conciliabili; da qui deriva il nucleo tragico, la lacerazione al cuore di questo libro, il suo potente dilemma etico, irrisolto e irrisolvibile – che rivela inoltre il dissidio che si cela nel cuore stesso del linguaggio.
E uno dei meriti maggiori di Aglieco è proprio quello di costringerci a fare i conti, di riflesso, con il significato del nostro linguaggio quotidiano di adulti, abituati a considerare con noncuranza e alla stregua di semplici strumenti le parole. Il terribile paradosso di cui l’autore è consapevole è quello per cui la parola adulta, istituzionalizzata, è in realtà proprio quella deputata ad “aprire gli occhi”, a mostrare ai bambini il mondo a cui sono e saranno, crescendo, sempre più chiamati ad appartenere, il mondo della storia e del divenire: «quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi | io abbasso lo sguardo perché | vi ho portati sull’altare regale della Storia». «Mi chiedono di farvi entrare nella Storia | di farvi sentire uomini arroccati a | questa violenza | a questa miseria di cose dette | solo per essere tradite». La parola che immette nel divenire e sottrae gradualmente all’infanzia è la parola adulta (ma, per non casuali parentele etimologiche, anche “adultera” e “adulterata”) che contiene in nuce gli artifici, gli stratagemmi e le menzogne che portano nel mondo “dei grandi”; ed è una parola alla quale nessuno può sottrarsi.
Così – con una scelta non priva di rischi ma sapientemente distillata tra le pagine del libro – Aglieco decide di includere nella raccolta versi o interi componimenti scritti dai bambini stessi. E l’obiettivo di questo procedimento è da cercarsi, ci sembra, non nell’ingenuo tentativo di ripristinare una parola innocente da opporre pateticamente alla parola adulta/adulterata, quanto piuttosto nel tentativo di imbastire un dialogo totalmente ed esclusivamente poetico – ossia posto al riparo entro le mura amiche della parola della poesia e da essa solo alimentato – tra il poeta-maestro e i poeti-bambini; il solo modo, evidentemente, per incontrarsi e confrontarsi al puro livello dell’intelligenza analogica e creatrice,[1] quella che più che con le parole e con il discorso ha a che fare con la nominazione delle cose e degli eventi. (altro…)