poesia contemporanea

Francesco Filia, L’ora stabilita

orastabilitacover ritaglio

 

Ci sono
promesse da mantenere
davanti
a questo specchio davanti
al cupo
orizzonte dei tuoi occhi
a questo
giorno che non ha più inizio.

 

 

Non so
se
ci incontreremo
in fondo
a questa fiaba senza lieto fine
se il dolore sarà
solo un ricordo
o la spina sotto pelle
che ci rende ancora vivi,
mortali.

 

 

C’è stato dato
il tempo
di un lampo negli occhi
il tempo di gioire in silenzio
di ricucire i labbri
di qualche ferita, l’attimo
per capire che nessuno
attraverserà la sua ombra.

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CapoVersi, nuova avventura Bompiani, per la poesia

capoversi

Già in ristampa a soli due mesi dall’uscita, l’inizio di “CapoVersi“, nuova collana di poesia Bompiani, si afferma con tre libri di successo. Sotto la direzione di Beatrice Masini, l’editore ha avuto il merito di rinnovarsi in quest’avventura tenendo sì fede a una proposta alta, con tre importanti autori del Novecento, ma guardando anche alla possibilità di una larga diffusione del libro, in un’edizione bella e attraente. Molto merito va riconosciuto all’intraprendenza e all’intelligenza di Gerardo Masuccio, che ha curato i libri con Paolo Bonora.

Con John Ashbery, davanti al suo magistrale Autoritratto entro (così traduce in modo filologico Damiano Abeni) uno specchio convesso, siamo di fronte a una grandezza impossibile da non avvertire. Grandezza suggellata peraltro da Harold Bloom (l’autorevolezza del suo scritto in apertura arricchisce di molto l’edizione) e dalla traduzione come già detto rigorosa di Abeni. L’opera di Ashbery è da leggersi d’un fiato; solo così, seguendo il flusso dei versi, come accade leggendo l’Harmonium di Stevens, è possibile amare la complessità del dettato, la polisemia offerta in tanti nervi e nodi di questo capolavoro della poesia americana e universale datato 1975.
Partendo dai segreti sottesi all’autoritratto del Parmigianino, ci si porta via via leggendo in territori linguistici e mentali vastissimi, stranianti, e proprio per questo attraenti. L’io lirico annega, c’è qualcosa che sentiamo in noi e intorno a noi, qualcosa che ci anticipa, ci precede, una forza antenata pronta a conquistarci tramite la poesia. E c’è tutta l’intelligenza di Ashbery nel dirlo: «Il domani è semplice, ma l’oggi non è cartografato, / desolato, restio come qualsiasi altro paesaggio / a cedere alle leggi della prospettiva». L’uomo vive la propria vita sempre come fosse in un teatro, su un palco, persino in punto di morte, affermava Gilles Deleuze. È proprio così: così Ashbery dipinge la nostra prigionia, la forma che noi stessi ci diamo, consegnando alla nostra anima (parola sempre difficilissima) l’immobilità. Lì, in un posto, in un posto solo:

L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.

E troviamo l’angelo, figura così preziosa eppure oggi così trascurata, che ci viene in soccorso: «Forse un angelo ha le sembianze di tutto/ ciò che abbiamo dimenticato». (altro…)

Bustine di zucchero #15: Ghiannis Ritsos

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Ritsos

Di Ritsos è nota la sua attrazione per l’Italia, per cui giunse a visitarla ben otto volte. Alcuni di questi viaggi furono occasione di importanti conferimenti per la sua opera poetica. Proprio nel maggio del 1976 vi si recò per ricevere il Premio Etna-Taormina. Il suo itinerario cominciò da Catania, passando per Taormina, per poi visitare Venezia, Firenze, Milano e alla fine Roma. Da questo viaggio, durato una settimana, uscì un taccuino di poesie, dei versi come frutti maturi, vitali e floridi di metafore, e in calce a ogni poesia Ritsos segnò la città e la data. Se da una parte i paesaggi della Sicilia suggerirono al poeta delle somiglianze con la Grecia («un suggestivo riscontro di identità» dice Sereni nell’introduzione a Trasfusione), dall’altra, nelle città da lui raggiunte, s’innamorò dei monumenti e delle statue. Ritsos scrisse questi versi, come chiaramente indicato, mentre si trovava a Firenze. Le opere d’arte gli fornirono una profonda riflessione sul mondo, come ad esempio il leone, all’ingresso della Loggia della Signoria, che tiene sotto la sua zampa la sfera terrestre («Quanta morte – disse –/sotto il leone di pietra»). In una contrapposizione d’immagini, troviamo chi è indifferente alle espressioni del bello («il turista adolescente/morse la grande mela/sputò i semi sul marmo») mentre il poeta, affascinato dalle sculture di Cellini e Michelangelo, esplora, sonda con occhio meditativo «l’atteggiamento della poesia», la ponderazione statuaria, nota come posa “chiastica” («il piede destro saldo inamovibile/ quello sinistro un po’ più avanti»), quale combinazione armoniosa di storia e bellezza. Avviene così un incontro fra l’osservatore e l’opera. Ritsos trova l’incastro «tra qualcosa che appare al primo sguardo, e un significato più arcano, profondo, che solo l’occhio del poeta esplora e divulga» (Savino), coglie con destrezza il simbolo, lo medita sulle rive della parola e, con naturalezza, coniuga immagine e senso. Il presente, sebbene assorbito nella sua modernità, mantiene sempre le radici nel passato. Ritsos si fa quindi scultore di lettere e suoni, artigiano del suo tempo, ma con uno sguardo alla storia dell’uomo. In una posa, in una forma è possibile ritrovare un equilibrio vitale, come «una vena in tensione sotto il marmo», ed è lo stesso equilibrio della poesia, la bellezza che può ancora salvare nella quotidianità. 

Bibliografia in bustina
G. Ritsos, Trasfusione (poesie italiane), Torino, Einaudi, 1980 (Introduzione di V. Sereni, traduzione di N. Crocetti), p.53
E. Savino, N. Crocetti, «Ghiannis Ritsos. Molto tardi nella notte», sulla rivista Poesia n. 284 Luglio/Agosto 2013 (traduzione di N. Crocetti), p. 3.
L’editore Crocetti ricorda Ritsos. Intervista a Nicola Crocetti pubblicata su La Repubblica edizione di Parma in data 14 gennaio 2015, consultabile a questo link.
Amanda Skamagka, Il viaggio di Ghiannis Ritsos in Italia tra antichità e modernità, tra bellezza e sensualità, presente in A. Berrino e A. Buccaro, Delli Aspetti de Paesi. Vecchi e nuovi Media per l’Immagine del Paesaggio: Costruzione, descrizione, identità storica – Tomo I. Napoli, Federico II University Press, 2018, p. 1071-1077.

I poeti della domenica #394: Antonio Colinas, La Prueba

Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019

 

La Prueba

Mira: a punto estás de penetrar en el bosque. Vas a dejar la casa blanca de la cima,
tan plácida, tan llena de música y sosiego,
y ahí te espera el bosque impenetrable.

Irremediablemente deberás cruzarlo:
el bosque que desciende por ladera escabrosa, el bosque en que no hay nadie
y el bosque en el que puede haber de todo,
el bosque de humedades venenosas,
morada de lo negro,
y de una luz que enturbia la mirada.

Entra en él con cuidado y sal sin prisas,
mas nunca se te ocurra abandonar la senda
que desciende y desciende y desciende.
Mira mucho hacia arriba y no te olvides
de que este tiempo nuestro va pasando
como la hoz por el trigo.
Allá arriba, en las ramas,
no hay luces que te ciegan, si es de día.
Y si fuese de noche,
la negrura más honda la siembran faros ciertos. Todo lo que está arriba guía siempre.

Mira: te espera el bosque impenetrable. Recuerda que la senda que lo cruza
– la senda como río que te lleva -,
debe ser dulce cauce y no boa untuosa que repta y extravía en la maraña.
Que te guíe la música que dejas
– la música que es número y medida – y que más alta música te saque
al fin, tras dura prueba, a mar de luz.

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Fabio Dainotti, Selected Poems

 

Fabio Dainotti, Selected Poems, Gradiva Publications 2015

Torno volentieri a scorrere le pagine di Selected Poems di Fabio Dainotti (Gradiva Publications, 2015), nell’originale in italiano e nella traduzione in inglese di Rosaria Zizzo.
Composto di diciannove testi di diversa lunghezza, tratti da raccolte che partono addirittura dal Diario poetico del 1965 e si concludono con tre inediti, Selected Poems di Fabio Dainotti è un libro che ebbi modo di leggere e di presentare a Roma qualche anno fa e ne ripercorro i testi partendo dalla quartina di versi della poesia Sera che, ci informa l’autore, è scritta In memoria di nonna Anna Maria.
Sera (dall’omonima raccolta del 1997) racchiude la bellezza e la sapienza compositiva che caratterizza la scrittura di Fabio Dainotti. In quattro endecasillabi essa concentra un universo di letture, con le quali è evidente, senza essere sfacciata, una lunga e quotidiana dimestichezza.
Sono letture di peso, che abbracciano la poesia di tutti i tempi e, in particolare, tutti i secoli della poesia in lingua italiana, a partire da Dante, poeta di cui Dainotti è profondo conoscitore. Tuttavia, questo peso non schiaccia, non affievolisce la originale combinazione di potere evocativo delle immagini e di precisione nella tessitura musicale:

Fitti si richiamavano gli uccelli,
il sole impensieriva dietro gli alberi.
Il vento ti levava dalle braccia
la stanchezza di un giorno: era la sera.

Potere evocativo e precisione del tessuto sonoro sono entrambi restituiti in maniera convincente dalla versione in lingua inglese di Rosaria Zizzo:

In flocks birds recalled each other,
behind the trees the sun grew pensive.
The wind took away from your arms
the strain of a day: it was evening.

È dedicato a Thomas Mann, invece, un altro componimento che dà conto di cifra e consistenza della raccolta e che, come il titolo di un’opera dell’autore tedesco, porta il nome di Cane e padrone. Qui gli endecasillabi si mescolano a settenari e ad altre misure; tutte concorrono a marcare la distanza tra il poeta «nel mezzanino triste”, in volontaria segregazione, osservato dal suo cane che proietta, interrogandosi, l’altro sé dell’io lirico, e la vita fuori, che «celebra/ i suoi fasti in questa/ foresta innaturale». (altro…)

Bustine di zucchero #13: Hermann Hesse

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Hesse

In epigrafe a Demian, uno dei più famosi romanzi di Hermann Hesse, è riportata la seguente citazione: «Eppure, non volevo tentare di vivere se non ciò che spontaneamente voleva erompere da me». È di Emil Sinclair, l’alter ego di Hesse, che narra la sua giovinezza e l’amicizia con Demian. L’asserzione manifesta una tensione, una brama di conoscenza della sua vocazione nel percorso della vita. Vocazione e autocoscienza. È quanto Hesse ha voluto per se stesso, in particolare da dopo il ricovero in un sanatorio a Lucerna nel 1916 a causa di un esaurimento nervoso (Demian è stato, infatti, scritto l’anno successivo al ricovero e pubblicato nel 1919). I versi di Per via appartengono invece a quel gruppo di poesie degli anni precedenti (1903-1910). Nonostante la distanza temporale fra le poesie e il romanzo, Hesse resta fedele al suo pensiero; la lirica coltiva un’aspirazione interiore e una volontà di rinnovamento non prive di tormento, si prefigge l’autoconoscenza, innervandosi sulla ricerca del Sé. Tale ricerca implica inevitabilmente una riflessione sulla natura del desiderio che può essere sintetizzata nella domanda di Lacan, nota negli ambienti della psicanalisi e contenuta nel suo Seminario: «avete agito conformemente al desiderio che vi abita?». (altro…)

La collaborazione, di Fabrizio Bajec

La-collaborazione

Fabrizio Bajec, La collaborazione, Marcos y Marcos, 2018 – € 20

 

di Vincenzo Bagnoli

Opera molto particolare, per come si presenta, per le ragioni formali che la sostengono, per la sua genesi e il taglio, La collaborazione di Fabrizio Bajec è sicuramente una delle novità più significative nel panorama poetico italiano dell’ultimo anno; ma a guardare bene, di là dalle polemiche e prese di posizione contingenti, si potrebbe anzi considerarla uno dei momenti più significativi di una tendenza che comincia a delinearsi.
La sua particolarità principale, almeno la più immediatamente evidente, è l’avere al suo centro, non come argomento esclusivo ma come uno degli aspetti di ciò che viene visto e descritto, quello che è diventato un vero tabù della poesia italiana: la politica. Preciso subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di poesia militante come la si intendeva negli anni Settanta: è molto diversa dalla poesia operaia tanto di un Brugnaro quanto di un Di Ruscio; anche se per certi versi potrebbe esserne considerata un equivalente nelle mutate condizioni del contesto odierno. Ma soprattutto non è accostabile a quella poesia che reclama per sé un ruolo “politico” compiendo una scelta tematica e di registro. Siamo lontanissimi dalla poesia slogan o “di denuncia”, che eredita tic linguistici e limiti stilistici di fasi storiche passate: quella poesia che, detto francamente, era divenuta di maniera, risultando una piatta oleografia stucchevole, dal sapore fortemente retorico e alla fine si è ridotta a niente più che una delle etichette merceologiche che infestano i generi della contemporaneità. Qui abbiamo invece una scrittura nettamente più complessa, articolata e ricca, capace di includere il discorso sulla sfera politica dell’agire umano in una rappresentazione più ampia e sfaccettata, di servirsene come una delle chiavi di lettura della realtà, delle ragioni del disagio: non è quindi un timbro predominante, un a priori programmatico, ma una serie di armoniche fatte risuonare dentro registri sinfonici che coinvolgono l’esperienza dell’umanità contemporanea, non è un obiettivo fine a sé stesso, ma ambisce a dare un’immagine e una interpretazione della complessità dell’oggi.
La realtà che viviamo contiene, nella fluidità dell’anything goes, nella ciclicità scorrevole di produzione e consumo incessante, anche attriti, sempre più evidenti, o per lo meno sempre più stridenti: sono elementi graffianti, schegge di vetro dentro il pastoso amalgama del “massaggio” mediale, della retorica dello spettacolo, ciò che resta di un discorso sociale andato in frantumi, ma che continua pure a riguardare nella sua concretezza dura, aspramente materica, le vite di tutti noi. La retorica capitalista della competizione e i suoi correlati, la retorica dell’homo homini lupus, e anche la retorica della fine, coprono ma svelano la ruvida scabrosità di un potere che si esercita – con violenza – su tutti noi; e insieme a questo la dimensione materiale di una precarietà che riguarda nei risvolti quotidiani e concreti – duramente concreti – strati sempre più vasti della popolazione quanto più si abbassa la classe di età.
Questa è la dimensione della collaborazione, parola chiave degli ultimi decenni, che ha sostituito impiego, lavoro: e che contiene in sé gli echi sinistri della collaborazione con il potere più abietto, quello che in Italia si chiama collaborazionismo. L’equivalenza dei due termini è più immediata in francese, e infatti la raccolta nasce in quella lingua. Questa è un’altra peculiarità: l’autore è bilingue,  è nato e cresciuto in Francia, esordisce nei Quaderni di poesia contemporanea di Franco Buffoni nel 2004, poi pubblica altri libri in Italia (con Transeuropa e Fermenti, per esempio), ma parallelamente fa uscire anche raccolte in francese in Francia, Svizzera e Belgio. È un autore che, oltre a coniugare nella prassi due lingue, si occupa anche di traduzione e traduttologia, ma che è versato in altri linguaggi (il teatro, nello specifico, con opere portate in scena in Italia e Belgio). Nella sua dimensione che qui ci interessa, quella del linguaggio, dimostra quindi una vocazione alla dialogicità, al confronto, alla creolizzazione: nella raccolta ci sono le due lingue italiana e francese in dialogo, così come entra in gioco la prassi di traduttore (per esempio in alcune scelte metriche), ma anche di autore di teatro. E a interagire, soprattutto, sono il linguaggio della quotidianità e la rappresentazione mediale di questa, la sua dimensione anche ideologica, calate in un confronto serrato. La stessa struttura, dicevo all’inizio, è esemplificativa di questa peculiarità: la raccolta è composta di quattro parti molto diverse fra loro, che mettono in campo registri e risorse stilistiche le più varie (metrica liberata, endecasillabi, versi lunghi, narrativi, ai confini della prosa ritmata, poemetto) e tecniche di montaggio altrettanto composite, imperniate tutte sul dialogo fra diversi registri, diversi discorsi, diversi linguaggi: Il mondo come impresa e sublimazione, Noi, Il quadro e e Felicità familiare. Sono titoli che già dicono molto di ciò che ci si può aspettare: le falle del sistema, gli attriti in cui siamo immersi, le vite degli altri, la continuità biologica. (altro…)

Bustine di zucchero #11: Jorge Luis Borges

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Borges

L’artefice – un libro composto di poesie e brani di prosa – rappresenta uno degli esiti più alti della scrittura poetica di Jorge Luis Borges; un’opera che condensa, come riporta la quarta di copertina, «il sentimento borgesiano dell’esistenza, il suo continuo interrogarsi sul mistero dell’identità, della realtà, del tempo, e sull’essenza della parola e della letteratura». Una rosa gialla (e altri testi come «Inferno», I, 32, Poesia dei doni, L’altra tigre per dare ulteriori esempi) s’interessa di questa essenza, richiamando uno degli archetipi, uno fra i più noti immaginari della letteratura universale, la rosa. La rosa che Giambattista Marino osserva, alla vigilia della sua morte, è quella eterna e radiosa che ha ispirato i poeti di ogni tempo come Omero e Dante, e quindi non è la rosa descritta nelle sue parole, bensì la sua esemplare fissità nel tempo e nella storia dell’uomo. Secondo Borges, cadiamo in errore quando crediamo di inventare metafore nuove e originali perché la creatività consiste nella riscrittura e nel riutilizzo di quanto l’immaginazione letteraria abbia già esplorato ed espresso, e tale visione si esprime perfettamente qui come pure in Arte poetica, che vede nella poesia un vettore di simboli e metafore eterni. Gli eroi cortesi come l’Orlando, i cavalieri erranti come il Don Chisciotte, e ancora il mondo animale dei bestiari, gli eventi naturali, i paesaggi, gli oggetti, la letteratura stessa: tutto il mondo è trasformato in un testo infinito, ricco di immagini simboliche che si rincorrono nel corridoio del tempo. Tuttavia, la riproposizione di un simile sterminato repertorio non preclude la possibilità di nuovi passaggi espressivi e contesti narrativi e poetici diversi. Potrà ancora esserci in futuro un John Keats a contemplare l’immortalità dell’usignolo («Keats, forse incapace di definire la parola archetipo, precedette di un quarto di secolo una tesi di Schopenhauer» riporta Borges in Altre inquisizioni), ciò non andrà a discapito della virtù creativa. L’arte povera della riscrittura accorda l’estensione di sempre più profondi e complessi legami fra le parole, restituendo nuova luce ai loro significati e alla nostra coscienza. È la ripetizione, talvolta, a determinare l’originalità.

Bibliografia in bustina
J.L. Borges, L’artefice, Milano, Adelphi (a cura di T. Scarano), 1999, p. 57-58
J.L. Borges, Altre inquisizioni, Milano, Adelphi (a cura di F. Rodriguez Amaya), 2000, p. 127

Bustine di zucchero #8: Costantino Kavafis

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Kavafis

L’immagine della finestra ha attraversato le più svariate espressioni poetiche, assumendo in tal modo simboli e metafore; espressioni che identificano in essa un emblema che rimanda a una dimensione interna all’uomo. La finestra diventa il nostro sguardo che si affaccia verso l’esterno così come verso l’interno. In poesia non viene quindi relegata a mera oggettualità, ma si conquista uno spazio metafisico nella fenomenologia delle immagini. Lungi dal cercare forzosamente delle corrispondenze (ogni poeta ha la sua finestra o un’idea di questa), sembra prevalere nel suo simbolo una riflessione comune di natura introspettiva; nella poesia Il balcone di Montale, diviene metafora della memoria («La vita che dà barlumi/è quella che tu scorgi./A lei ti sporgi da questa/finestra che non s’illumina»); nei versi de L’addio di Hikmet, una finestra che si è chiusa allude alla fine di un amore («La donna ha taciuto/si sono baciati/un libro è caduto sul pavimento/una finestra si è chiusa.// È così che si sono lasciati»). (altro…)

Bustine di zucchero #7: Czesław Miłosz

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Milosz

Nei versi iniziali di Ars poetica? Miłosz scrive: «Ho sempre aspirato ad una forma più capace,/ che non fosse né troppo poesia né troppo prosa/ e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,/ né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni». La tensione verso l’universale, partendo dall’impoetico per riconciliare letteratura e vita, orientata alla comprensione reciproca fra uomini – rendendo quindi oggettiva una sofferenza, una ferita, una parola viva e sanguinante di umanità – definisce la sua, nella presentazione di Brodskij, come «una poesia metafisica che considera le cose di questo mondo (compreso lo stesso linguaggio) come manifestazioni di un regno superiore, miniaturizzato o ingigantito a beneficio della nostra capacità di percezione». Siamo in costante ricerca di qualcosa che ci salvi nella poesia (in Prefazione Miłosz scrive: «Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,/ Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,/ Questo, e solo questo è salvezza»), e solo quando viene ascoltata con attenzione riesce a farsi bussola della coscienza, del nostro stare al mondo e in relazione col mondo. Una delle caratteristiche fondamentali della poetica di Miłosz è proprio di determinare la prerogativa esistenziale, prima ancora che letteraria, della poesia, il valore di esistere aldilà del potere di nominarlo. Pertanto Miłosz ci consegna un messaggio di verità e giustizia nella forma della grazia, di un’indagine implacabile e di penetrante comprensione dei dilemmi umani. Il poeta ci ricorda che, quando leggiamo una poesia, non restiamo più gli stessi, ci facciamo attraversare dalle parole perché il nostro essere è una casa aperta, non siamo dotati di chiavi, le nostre finestre interiori lasciano spiragli affinché quei versi ci leggano e ci rivelino qualcosa dell’esistenza. Avviene così un doppio riconoscimento, di noi stessi e dell’altro, e in questo riconoscimento veniamo trasformati, talvolta migliorando le nostre peculiarità. Chi si fa guidare da questa bussola, può sostenere con certezza che la poesia può salvare.

Bibliografia in bustina
C. Miłosz, Poesie, Milano, Adelphi, 1983 (a cura di P. Marchesani), p.119. La citazione dalla Presentazione di I. Brodskij è a p.12 dello stesso libro.

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas, di Emiliano Ventura

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas

di
Emiliano Ventura

Sono passati molti anni da quando Mario Luzi mi parlava di Kostantinos Kavafis; oggi è Isabella Vincentini a parlarmi della poesia di Sotirios Pastakas; è sempre un poeta italiano, o una poetessa, a condurmi verso la Grecia.
Il maggior poeta greco è venuto a Roma, il 29 giugno scorso, per un incontro-lettura sulla sua poesia, introdotto da Elio Pecora e Marinella Linardos della Comunità ellenica di Roma.
Si registrano le solite, attese, defezioni. Mentre l’accademia è intenta a costruire carriere sull’algoritmo di indicizzazione, la stampa italiana si bea dei suoi maestri (Biagi, Montanelli, Barzini) senza capire che chi cerca ancora maestri rimane per sempre allievo. Nessuno presta attenzione all’evento di poesia greca, e non solo, lo si lascia passare inosservato senza un riscontro adeguato, opportuno, dovuto, mentre si celebrano le chiacchiere e le cronache sentimentali dell’ultimo letterato à la page. Fortunatamente risponde il pubblico dei cultori, degli appassionati e amanti della poesia.
Conto i decenni da cui un incontro con un grande poeta non fa notizia, una ventina dall’indifferente accoglienza delle Operette morali, una quindicina dal processo a I fiori del male. Eppure la modernità agonica del poeta si declina da quei nomi da due secoli. In questo il Corpo a corpo di Pastakas non fa eccezione, ma gode di ottima compagnia.
L’incontro è stato organizzato grazie alla volontà di Isabella Vincentini e di Marinella Linardos (comunità ellenica di Roma), dalla disponibilità di Pastakas e dalle comuni risorse personali. In Italia le cose migliori vengono sempre fatte dalla volontà dei singoli, finché ce ne sono, e non più dalla responsabilità delle istituzioni, ma tant’è, ne dobbiamo prendere atto con attonita lucidità.
Elio Pecora è in gran forma nel presentare la poesia di Pastakas, ci racconta delle cinquanta poesie perfette di Sandro Penna, mentre il poeta greco, da par suo, non si risparmia nella lettura in greco della sua opera e ricorda la necessità di Walt Whitman di esprimersi in versi liberi. I due poeti sono legati da amicizia ed Elio Pecora è stato particolarmente generoso, sia nei commenti che nel fornire nuovi spunti di letture e approfondimenti.
L’evento, al Book store del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, supera le due ore senza che nessuno se ne accorga, grazie alla poesia ironica, quotidiana, ma così enormemente straripante di vita vissuta.
Sotirios Pastakas parla perfettamente italiano, ha studiato a Napoli e a Roma, ha vissuto a lungo in Italia e ha iniziato prima come traduttore dei nostri poeti, Penna, Sereni, Pasolini, Saba. Solo in un secondo momento è nata la sua poesia che oggi è tradotta in dodici lingue.
Mentre Einaudi pubblica le poesie di Eugenio Scalfari, la poesia di Sotirios Pastakas viene edita dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzheimer (Inedito).
Egli stesso si definisce «psichiatra fallito alcolista»[1] e afferma: «Sono cattivo e lo sapete tutti […] sono un felice uomo cattivo».[2] Il sorriso di Aristofane mentre scrive, ne Le rane, l’agone tra Eschilo e Euripide deve essere stato simile a quello di Sotirios mentre legge e commenta le sue poesie, non credo sia solo un personale pregiudizio filologico, ma una semplice affinità somatica.
Scrivere di un poeta contemporaneo, che abbia solo trenta anni di poesia alle spalle, consegna inevitabilmente pochi strumenti critici su cui fare affidamento, una ancor meno nutrita storiografia. (altro…)

Libellula gentile. Fabio Pusterla il lavoro del poeta

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È uscito ieri per Marcos y Marcos Libellula gentile, libro+film a cura di Cristiano Poletti.

Dal volo della libellula in chiusura di Argéman (2014) alla Preghiera della rondine che apre Cenere, o terra (2018): nel libro si racconta il lungo rapporto di Fabio Pusterla con Marcos y Marcos e, dentro questo arco di tempo, il lavoro del poeta in un periodo particolare, lo spazio di passaggio tra due libri. Tre anni di lavorazione (2015-2017) per il documentario che Francesco Ferri ha dedicato al lavoro, alla vita, alla poetica non solo di Pusterla: è un film sul mestiere di scrivere, un processo così difficile da restituire, sulla poesia.

“Ho deciso di puntare sulla vicinanza e sull’empatia… quello che rimarrà è la testimonianza di una relazione, di un corpo a corpo”, ha raccontato Ferri.

Il film inizia con le acque dell’Adda e termina con il ghiacciaio del Morteratsch, in Svizzera. Dentro, gli incontri, la scuola, la casa e i taccuini, lo studio di Pusterla. E ancora, l’emozionante incontro con Philippe Jaccottet, e la visita alla casa che fu di Maria Corti.

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La gentilezza, e l’amicizia.
Il film è anche la storia di un’amicizia, di come due sguardi, quello del regista e quello del poeta, si sono avvicinati.

Racconta Ferri: “intraprendendo questo viaggio nella poesia scopro che bisogna abituarsi all’idea di non sapere, e che ammettere di essere ignoranti è la condizione essenziale di partenza: la parola poetica ha in qualche modo il potere di riappacificarci con questa desolante condizione e di estendere questo “non so” in territori di noi stessi che prima ignoravamo. Ho scoperto che leggere la poesia mi dà gioia, non un semplice piacere, ma una sorta di riconciliazione con gli altri. Dire con il creato sarebbe troppo? Sembrerà esagerata come affermazione, ma da quando leggo poesia sento di essere in qualche modo una persona migliore, più gentile con gli altri. Perché forse è proprio la gentilezza, sottolineata anche nel titolo, la misura di un atteggiamento empatico con l’altro verso cui la poesia tende. Il picco più alto che l’essere umano possa raggiungere”.

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“Stento a chiamare lavoro vero e proprio quella serie di operazioni microscopiche e silenziose che uno compie dialogando con se stesso, in ciò favorito dal caso, stimolato da un incontro fortuito, da un volto, da un gesto, da un suono, da una rivelazione improvvisa che muova da un oggetto magari passato inosservato in precedenza, e perché no? da una lettura (di una riga piuttosto che di un capitolo, di una pagina aperta a caso piuttosto che di un libro intero)”
Vittorio Sereni

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“Parlare dunque è difficile. / Se è cercare… cercare che cosa? / Una fedeltà a quei soli momenti, alle sole cose / che scendono in fondo a noi stessi, che ci sfuggono… ”
Philippe Jaccottet

 

Per i testi estratti e in foto © Marcos y Marcos