poesia contemporanea

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

 

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

Amedeo Giacomini, uno dei massimi neodialettali del Secondo Novecento con Franco Loi, Franco Scataglini e Raffaello Baldini, così scriveva: «Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè (la Buiese) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano: non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante: Novella Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e Ida Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo» (in Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, «Il Belli», n. 1, settembre 1991). Nel sound della realtà presente, la radice matria ed etnografica marca gli stigmi dell’appartenenza:

da Maa Onda

L’aurec

Aurec’ gno dôlc’, amâr
meil picjât d’unvier
i ràpis pì madûrs e viludâs
i ai leât in un mac pesant
e i lu puârti e i ti puârti
fia mè in ta la muart
par blancj stradi ch’a si dîsfin
bandonadi da la rasón.
Essi cun te che pì i na tu
so al é tant di pì che il vivi
fra i vîs indafarâs ch’a mi tuélin il rispîr
chè pâs ch’a ocòr
par essi danâs a la mè manêra.
Essi cun te simpri grignél par grignél
aurec’ gno picjât al gno trâf sutîl
in chêsta stansa da la puârta par gì four piturada
indulà che un canài plen di fan
a nal à tacât il sió rap stret fra li mans
parcé i grignéi a son contâs…

L’aurec.

Aurec’ mio dolce, amaro/ miele appeso d’inverno// i grappoli più maturi e vellutati/ ho legato in un mazzo pesante/ e lo porto e ti porto/ figlia mia nella morte/ per bianche strade che si dissolvono/ abbandonate dalla ragione.// Essere con te che più non ci sei/ è tanto di più che il vivere/ tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro/ quella pace che occorre/ per essere dannati alla mia maniera./ Essere con te sempre granello per granello/ aurec’ mio appeso alla mia trave sottile/ in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta/ dove un bambino pieno di fame/ non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani/ perché i granelli sono contati…

(Aurec: mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è sinonimo della nonna morta.) (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #5: Davide Cortese

 

Il canto della tenebra (e della cometa) sul panorama del mondo. Darkana di Davide Cortese.

«Il secondo stadio dello spirito è lo stadio mediterraneo. Deriva direttamente dal naturalismo. La vita qual è la conosciamo: ora facciamo il sogno della vita in blocco. […] Sì: scorrere sopra la vita questo sarebbe necessario questa è l’unica arte possibile» (D. Campana, La Notte)

La nuova raccolta di Davide Cortese, Darkana, è la sesta prova in versi di una voce interessante e inquieta e anche, con quest’ultimo libro, davvero singolare, che ha in attivo anche una buona produzione narrativa e versi nel dialetto della sua isola d’origine. Si tratta di un libro di poesia vero e proprio, che si presenta con i tratti peculiari di marcata e di consapevole distanza, tonale e ritmica, dal presente linguistico: non è casuale ed è una scelta voluta, precisa e insistita, consapevole e rischiosa. Come se l’autore ci tenesse a rimarcare il proprio dissenso, o piuttosto, la propria disappartenenza a una lingua della poesia contemporanea comunemente connotata da formularità lineari e da medietà tonali e sintattiche spesso tendenti a una comunicazione tanto semplificata quanto ovvia, e spesso sconfinante nelle lingue di sabbia o di plastica della comunicazione e della prosa più adiacente o prossima.
Sarà questa una delle ragioni per le quali assistiamo, da lettori, a una progressiva discesa nell’enigma, tesa alla ricerca delle ragioni più intime, o propriamente, ‘buie’ dell’essere, nel continuo affronto o combattimento dualistico tra sé e altro da sé, tra bene e male, tra inferno e salvezza. Il viaggio è dunque da intendere quale continuo affondo nell’immaginario linguistico e nell’imagerie fisica e psichica: una catabasi. L’arretramento di marca Orfica, e la ricerca fino alle scaturigini del senso e della sua rappresentazione o resa verbale, visiva e sensoriale, penetra come in un percorso a ritroso nelle ragioni e nella figuralità remota, arcaica e proto-novecentesca di Dino Campana, alla cui risonanza o ascendenza sembra idealmente riconnettersi. Una ascendenza o paternità, citata in un exergo ancillare e anticipatore dello scenario in cui muovere pensiero e azione: ‘bocca-serpente’, ‘cuore-mistero’. Nello sprofondare nell’oscurità, la lingua ha accensioni allegoriche, attua apparenti esercizi di surrealtà, inscena continuamente frizioni di immagini e di senso con metafore ossimoriche che sottendono una lingua tesa, neo-barocca e neo-orfica, verticale, e drammaticamente esposta: un pulsare di bagliori e di luci nella notte, un ardere di figure, un bruciare figurale dell’interiorità sovraesposta, inseguita, cacciata o rincorsa; e allora sono “lampi di buio”, “ruggire luce”, “tigre di luce” e uno “sguardo allucinato”, nel solco della metafora più canonica e di una poetica dell’analogia, dell’inseguito e dell’inseguitore: una pantomima dell’io che si rincorre, confuso nella sua identità di viaggiatore nella notte, o di più classico ‘viaggiatore d’ombra’: «Mi vede./ Lo vedo./ Ha il mio volto.» Tutta l’impostazione della voce è alta, impostata e ieratica (dalla solo apparente fissità o rigidezza) e sebbene priva di ogni enfasi, indica un percorso vertiginoso, una lingua da vertici e vertigini campaniane: il ‘sogno della vita in blocco’. Si prenda, a esempio, il testo Incedo ieratico e fiero:

Incedo ieratico e fiero,
nera perla di silenzio minerale. 
La mantide verde tra i miei capelli.
La bocca come un taglio sul volto.
Mi illumina il fuoco dell’inferno.
Esulta la geenna nei miei occhi.
La strada guizza come serpe nera,
è destriera della mia nudità.
Mi porta sul suo dorso, la strada,
è la serpe che cavalco nera.
Incedo solenne nel nudo mistero
con il vento che trema tra i capelli.
E la mantide verde ha i miei occhi.
Mute vergini in una mandorla gotica
venerano la mia nudità.
Le baciai un giorno che fui bambino
e la tenebra non mi sembrò verità. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #4: Salvatore Ritrovato

A mezza selva#4: Salvatore Ritrovato
La strana pace sentimentale della poesia

di Manuel Cohen

 

Il gruppo di diciannove testi raccolti in questo volume, di cui uno tratto da Come chi non torna (2008), undici da L’angolo ospitale (2013) e gli ultimi sette inediti, ottimamente tradotti in spagnolo da Emilio Coco, Eva María Perdigon, Laura Nieves e Caterina Mulé (qui rivisti da Gianni Darconza e Mario Meléndez) sembrano indirizzati a un pubblico più ampio, e concepiti come una piccola antologia portatile: una piccola mappa, una bussola per frammenti di autobiografia letteraria o, sia pure, un piccolo libro da viaggio, o più, un petit livre de chevet. Uno di quei libri di poesia che possono agire molto e profondamente nel lettore che potrà incontrare lungo la via. Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967, è uno dei poeti migliori, più intelligenti, colti, significativi e meno appariscenti, meno apparenti o a la page, della sua generazione. Non mi dilungherò in questa breve nota a elencare la forza della sua ben strutturata formulazione retorica, affidata spesso a un verso base endecasillabico vieppiù mosso e dilatato in un contenuto prosimetro, oppure a strategiche soluzioni sonore affidate a sapienti e calibrate rime interne, o a clausole fulminanti in rima e semirima. Con più chiarezza, dirò che per quel che mi è dato di conoscere dal mio particolare osservatorio sulla poesia italiana contemporanea, posso affermare senza ombra di dubbio che Ritrovato sia l’autore ‘più sentimentale’, e ricorro all’uso di questo aggettivo con il rischio di essere facilmente frainteso. Poeta di squisito taglio esistenziale, si distingue da tanta poesia italiana per un naturale, e tuttavia ricco di risonanze di cultura classica, tono elegiaco: non a caso il critico Massimo Raffaeli, presentando la raccolta Come chi non torna, annota: «Il segno di Ritrovato ha carattere lirico-elegiaco, un tono mite e tuttavia passibile di improvvise escursioni (laddove premono gli spasmi del ricordo, tradotti in abrasive percezioni del presente) che sommuovono la regolarità del proprio ritmo.» Il dato sentimentale, in un contesto di generale aridità, cinismo e disincanto che sembra da qualche decennio indurre all’inazione o raggelare vaste esperienze e aree della poesia italiana contemporanea, si presenta nel nostro autore quale dirompente (e morbido) elemento di natura e di cultura: un elemento che, nella apparente mitezza, si fa strumento di decodifica dell’esistente e dell’esperienza del mondo, e si fa, suo malgrado, arma affilata di rifiuto delle logiche e delle mode. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #3: Vincenzo Mastropirro

Mastropirro: Per una geografia o ritratto (paradossale) del Tempo

La naive s’è squagghiòte
e u munne è sèmbe cure.

U incande è svanèite
e u sciuche è specciòte.

[La neve s’è sciolta/ e il mondo è sempre quello.//
L’incanto è svanito/ e il gioco è finito.]

(Vincenzo Mastropirro)

Per sommi capi, possiamo scrivere che la vita quotidiana di Vincenzo Mastropirro, compositore di musica e concertista che solca i palcoscenici internazionali, si divida tra tre località: Bitonto, Bisceglie e Ruvo di Puglia. Bitonto è un popoloso comune a vocazione agricola, dove è ancora possibile degustare formaggi e latticini autoctoni di inestimabile bontà. Il comune, che ha superato i 55.000 abitanti, è inserito nella Città Metropolitana di Bari. Sin dal XIII secolo è conosciuto per la produzione olearia, ed è noto come ‘Città degli ulivi’, ed è ricco di testimonianze artistiche, a partire dalla Cattedrale del XII secolo in stile romanico pugliese. Si trova nell’immediato entroterra, a soli due chilometri dal mare.
In mezz’ora d’auto, percorrendo la Statale 16, il nostro arriva a Bisceglie, città in cui lavora. Si tratta di una città splendida di oltre 55.000 abitanti, un insediamento umano risalente al Paleolitico, come lo è Bitonto e un po’ tutta la vasta zona, ed è situata al centro di un’area densamente abitata, legata a nord alla città di Trani e a sud a Molfetta. Bisceglie è un insediamento umano antichissimo, caratterizzato in architettura dalla predominanza del bianco, per via della pietra, nota come ‘pietra di Trani’, usata per erigere le abitazioni, i monumenti, le chiese e i palazzi più prestigiosi della sua storia. La città portuale, murata e fortificata, è adagiata sulla costa adriatica del Mezzogiorno, felicemente contaminata nei secoli dalle culture, dalle lingue e dalle religioni che arrivavano dal mare: dai greci che la colonizzarono, ai longobardi, ai normanni, agli svevi. Inoltre è attraversata dalla via litoranea che ne ha favorito i collegamenti, gli scambi e i commerci sia con il sud delle Puglie sia con il nord della regione e del Paese tutto. A Bisceglie il nostro autore è riconosciuto e stimato, sia per la sua professione di compositore e di insegnante di musica, sia per le molteplici attività artistiche che lo vedono protagonista attivo della scena culturale cittadina e d‘oltreconfine. Parimenti è un apprezzato autore di poesia in lingua italiana e in dialetto. Possiamo anche dire che la parte preminente sia rappresentata dall’opera in dialetto. Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno (ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido ed elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia.
Ruvo si trova nell’entroterra collinare, inserito nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a pochi chilometri dalla costa biscegliese. Da questo antico borgo rurale di grande e strategica ricchezza terriera, che oggi consta di oltre 25.000 abitanti, si gode di un’aria mite e di una lieve brezza che dà sollievo nelle afose giornate estive. Affacciandosi dalla verde terrazza panoramica della Villa Comunale, è possibile avere una visione panottica dell’agro e delle colline, amorevolmente coltivate a frutteti e a oliveti, morbidamente digradanti fino alla costa: fino all’azzurro più intenso dell’Adriatico. Dalla sommità della collina e dall’ampiezza del mare vengono i versi ariosi e, spesso, incoercibilmente imperiosi e musicali di Mastropirro.
È come se la visione del paesaggio, il suo connaturato disporsi panoramico, favorisse la riflessione, tuttavia mai pacificata e mai oleografica o rassicurante come accade per tanti topoi o luoghi cari ai dialettali, di continuità e di mutamento dell’essere: dell’essere nel tempo. Questo dato è già rilevabile nei tre libri di poesia precedenti, ma qui, in Timbe-condra-Timbe diviene fatto chiaro e ineludibile, qui acquista forza perentoria, diremo pure, definitiva. Così il pensiero del tempo diviene un felice ossesso, un fil rouge rintracciabile di libro in libro, di verso in verso, di vissuto in vissuto. Non sarà un caso infatti se, a un rapido spoglio e a una più rapida presentazione di prelievi testuali dai tre libri precedenti, è dato di rilevare la centralità del tema che assume la valenza di vera e propria coordinata fondamentale o invariante dei testi. Già ad altezza dell’opera prima in lingua italiana, Nudosceno (LietoColle, 2007) è infatti riscontrabile in frequenza il nucleo tematico anticipato e viepiù declinato: «[…] guardo/ cum’ pass u’ timb… (come passa il tempo…)// il futuro non dà tregua// La vita che ti spetta dilata il tuo spazio. La vita che mi resta/ non giova più a nessuno» (Nudosceno, p. 12); oppure: «Scorre il tempo in malo modo/ […] A stento/ torna il sereno/ e il tempo scorre/ nel profondo dell’onda/ morte e resurrezione/ rallentano il quotidiano/ e il tempo scorre» (ivi, p. 54); o ancora, con accentuata valenza polisemica, oscillando tra tempi di una partitura musicale e tempo presente, reale e concreto: «[…] // I tempi hanno i loro tempi/ se è quattro quarti è così/ se undici ottavi va bene lo stesso.// Ora non c’è più tempo/ la babele arranca e il seguito striscia/ ora, non c’è più tempo» (ivi, p. 59). Oppure, con l’uso dei tropi, il tempo si fa metafora del tempo: La machene du timbe (La macchina del tempo): «La machene du timbe ésiste.// nescìune se pote gavetò/ da la machene du timbe/ quanne se mìétte a dèisce veretò» («La macchina del tempo esiste.// Nessuno si può sottrarre/ alla macchina del tempo/ quando si mette a dire verità»; Tretìppe e martìdde 2.0, pref. di L. Metropoli, nota di F. Marotta, Secop, Corato 2015).
Quest’ultimo esempio testuale introduce uno degli elementi meglio caratterizzanti la poesia di Mastropirro: è il dato di icasticità, spesso accompagnato a una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e a un continuo esercizio di surrealtà. Spesso si tratta di una visione che ha le sembianze naturalistiche rassicuranti, in quanto legate a un mondo di esperienza concreta e fisica, o legate a modi di dire propri dell’oralità di appartenenza (si leggano nel libro le molte espressioni comuni, le frasi idiomatiche, i mezzi detti, i ritornelli o massime popolari), a modi di pensare propri della società rurale (condensati in apologhi, sentenze e più ironici lazzi) o comunque del proprio mondo di riferimento o Koinè; e tuttavia sono visioni che insinuano germi e geni di natura sempre altra, che covano e producono soluzioni inedite, imprevedibili e paradossali. Risulteranno centrali nella riflessione sul tempo, da intendere nelle sue più svariate accezioni di tempo biologico, interiore, atmosferico, storico e musicale, ovvero legato alla ritmologia dei suoni, alla sua percussività ritmico-prosodica, a tutta una complessa e mai esibita fitta rete di corrispondenze e riprese sonore, di anafore, di ripetizioni, di catene allitterative. Sovente si riscontra infatti un continuo riferirsi o alludere ai tempi e alle pause ritmiche della musica, fino alla sovrapposizione degli elementi suono-tempo in luogo di uno spazio-tempo, come in questo prelievo dalla raccolta del 2013: «Quanne u fiote s’accarne/ ogne vibrazione devènde museche// da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce/ patrune-e-suotte, du timbe e du sune» («Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/ padrone e schiavo, del tempo e del suono»; Poésia sparse e sparpagghiote, pref. di N. Pice, postfaz. di A.M. Curci, CFR, Piateda 2013»). Non appaia al lettore un presuntuoso arbitrio se lo invitiamo a leggere due nostri precedenti interventi dedicati alla poesia dello scrittore di Ruvo, uno apparso sul Litblog «La Dimora del tempo sospeso», Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro, e l’altro su «Versanteripido»,  7 poeti del sud: Vincenzo Mastropirro (Puglia). (altro…)

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Da Todavia la sangre di ROMINA CAZÓN, traduzioni di Federica Volpe

Todavia la sangre

I

A volte quando il pianto mi sveglia tutta moribonda, mi avvicino alla finestra
e muovo la tenda per vedere se qualcuno abbia gli stessi aghi conficcati negli
occhi, per vedere se qualcuno abbia lo stesso sangue. Ed é quando abbraccio timidamente
la tela, come se l’atto rappresentasse dimenticare un paese, ma è assurdo confidare
nella mia memoria, è assurdo dire che mi strapperò la testa se torno a ricordare.
Lo feci per tanti anni che già non credo nelle vocali che la mia bocca espelle. Credo solo
negli dei e nessuno di loro mi ha concesso il desiderio e nonostante questo, io li
perdono.

A veces cuando el llanto me despierta toda desahuciada, me acerco a la ventana
y muevo la cortina para ver si alguien tiene las mismas agujas clavadas en los
ojos, para ver si alguien tiene la misma sangre. Y es cuando abrazo tímidamente
al lienzo, como si el acto representara olvidar a un país, pero es absurdo confiar
en mi memoria, es absurdo decir que me arrancaré la cabeza si vuelvo a recordar.
Lo hice tantos años que ya no creo en las vocales que mi boca expulsa. Sólo creo
en los dioses y ninguno de ellos me ha concedido el deseo y sin embargo, yo los
perdono.

(altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #2: Annalisa Teodorani

Teodorani_Sota_la_guazaPalinsesti di poesia
a cura di Manuel Cohen

A mezza selva #2: Annalisa Teodorani
Nella poesia di Annalisa Teodorani

Erede, nei primi anni zero, della scuola di Santarcangelo (T. Guerra, A. Baldini, N. Pedretti, G. Fucci, G. Rocchi), Annalisa Teodorani appare in controtendenza con la dismissione delle lingue dell’oralità, con l’archiviazione del paesaggio e del genere lirico tout court; genere che nei suoi versi si presenta connotato dalla dimessa veste lessicale, una lingua basica, e dall’understatement di formularità informali, variamente tendenti alla prosa o alla spezzatura prosodico ritmica e sintattica, ora mitigata da un fondo di sana ironia ora dalla attenzione ai contesti, cionondimeno rispondenti a istanze proprie della lirica. Rinunciando ad affrontare grandi temi e “grande stile”, la sua osservazione predilige e si sofferma su dettagli secondari, periferici, quasi fissati a un dato di inermità, indagando così un microcosmo feriale, sia domestico, minimale, sia afferente alla sfera faunistica. Le due sfere, umana o vegetale, pullulanti tutte di minuscole entità: arbusti, animaletti, piccoli volatili, tartarughe, bambini, anziane zie, esistenze in exitu di vecchi, giovani spose fragili come falene; dove gli epifenomeni della couche di residenza ci dicono «la grèzia d’un zèt / sòta la bròina» («la grazia di un germoglio/ sotto la brina»), dove tuttavia registriamo la traccia di una Stimmung contemporanea, quasi generazionale, nella percezione fisica di un allarme. Accade infatti frequentemente che a una dimensione sospesa segua la tensione di una minaccia di precarietà: il buio della vita, l’inverno che gela, la montagna che frana, il cadere in una buca, il fiorire in un fosso, il sentirsi disperso: «Dal vólti ta t sint sparguiéd/ e t fiuréss t’un fòs» («A volte ti senti sperso,/ e fiorisci in un fosso»). Un disorientamento che investe di sé per intero un ecosistema: «Énca i giraséul insa piò duvò guardè/ e i gazòt da nóid/ i t’òintra ad chèsa» («Anche i girasoli/ non sanno dove guardare/ e uccelli di nido/ entrano in casa»). Un dato di esilità confermato dal lessico essenziale, in testi che si risolvono nel volgere di brevissime inarcature versali, in distici, in singoli versi, o frasi monorematiche. In una sintassi segnata da ellissi e contratture, slogature e slittamenti logici e figurali, cortocircuiti di senso, scarti pregrammaticali propri dell’oralità spesso attingente a una popolare cultura sacro-scritturale: da cui le molte similitudini, i parallelismi, le metafore. La lingua della Teodorani afferisce alla parlata rurale nelle contrade santarcangiolesi, dove la campagna e la natura sostituiscono le strade e il cemento, e l’asprezza si evidenzia nelle dittongazioni della phoné. Di un millimetrico continuare “a levare”, d’altro canto, come di una ultima, estenuata Dämmerung occidentale, ci dicono testi come Paróli (Parole), che ricorda, per l’esercizio di pazienza, la laboriosità della civiltà contadina: «A campémm sparagnénd./ I dói che al tartaréughi/ a l chémpa una màsa perché li n zcòr» («Viviamo risparmiando./ Dicono che le tartarughe/ campano molto perché non parlano»). Dell’inquietudine, udito e vista, attraverso gli organi della bocca e degli occhi, si fanno testimoni o scribi: la bocca, bòca, organo attraverso cui la phoné, intima e collettiva, articola suoni, in bilico tra paróli nóvi (nuove parole) e paróli antóighi (parole antiche), avverte la minaccia di un inverno, metaforico nella sua carica visionaria, metafisico nella sua polisemia, che serra la bocca: «t’à srè la bòca». Occhi, correlativi del campo semantico della vista: vedere e esser visti, ma soprattutto, l’ansia destabilizzante del non poter vedere: «ócc dè par dè i n vòid piò dalòng», occhi che giorno per giorno non vedono più lontano; occhi come rispecchiamento, di alterità e purezza, levità e vicissitudine sospesa, come in Nuvèmbri (Novembre): Teodorani incontra l’altro da sé creaturale, condivide freddo e pena terrena: «a péunt i mi ócc/ ti ócc d’un petròs» («punto i miei occhi/ negli occhi di un pettirosso»).

◊◊◊

da Par sénza gnént

I zchéurs dla zènta

Dal vólti a m mètt ma la finèstra
e a stagh da sintói i zchéurs dla zènta:
da spèss i è acsè strach
che la s putrébb sparagnè
la fadóiga d’arvói la bòcca.
Mo se la zcòrr in dialètt
alòura i zchéurs i arciàpa vigòur,
énca al patachèdi,
e u m vén vòia d’andè ad ciòtta
a dói la mi.

I discorsi della gente: A volte mi metto alla finestra/ e sto a sentire/ i discorsi della gente:/ spesso sono così stanchi/ che si potrebbe risparmiare/ la fatica di aprire la bocca./ Ma se parla in dialetto/ allora i discorsi riprendono vigore,/ anche le sciocchezze,/ e mi viene voglia di scendere/ in strada a dire la mia.

 

da La chèrta da zugh

L’udòur de sàbdi

A n l’arcórd l’udòur de sàbdi
scapènd da scóla arcórd
snò ch’a séra lizìra
e l’aria datòunda
l’éra tótta da bòi.

L’odore del sabato: Non ricordo/ l’odore del sabato uscendo da scuola/ ricordo soltanto che ero leggera/ e l’aria intorno/ era tutta da bere.

 

da Sòta la guàza

Sparguiéd

Dal vólti ta t sint sparguiéd
e t fiuréss t’un fòss.

Sparso: A volte ti senti sparso/ e fiorisci in un fosso.

 

Una zèsta

Lasém a lè
do ch’ a m’avói vést
cumè cla zèsta
s’i ghéffal ad lèna
s’i férr instécch.

Una cesta: Lasciatemi lì/ dove mi avete vista/ come quella cesta/ coi gomitoli di lana/ coi ferri infilzati.

 

Annalisa Teodorani è nata a Rimini nel 1978 e risiede a Santarcangelo di Romagna (RN). Autrice in lingua italiana e nel dialetto santarcangiolese, ha esordito giovanissima ed è considerata l’erede della poetessa Giuliana Rocchi e, in generale, della grande Scuola di Santarcangelo: Tonino Guerra, Gianni Fucci, Antonello Baldini e Nino Pedretti. Ha pubblicato quattro libri di poesia in dialetto santarcangiolese: Par sénza gnént (pref. di G. Fucci, Rimini, Luisè 1999); La chèrta da zugh. La carta da gioco (Pref. di A. Brigliadori; Postfaz. Di N. Fattori, Il Ponte Vecchio, Cesena 2004); Sòta la guaza. Sotto la rugiada (Pref. di M. Cohen, Il Ponte Vecchio, Cesena 2010, 2013) e La stazòun degli amòuri biénchi (Bandella di copertina di D. Rondoni, CartaCanta, Forlì 2014); in lingua ha pubblicato in versione digitale: Nient’altro che parole (Feltrinelli, Milano 2016). È compresa nel saggio di Pietro Civitareale Poeti in romagnolo del secondo Novecento (La Mandragora, Imola 2005), e nell’antologia omonima uscita del 2006 per le Edizioni Cofine di Roma. È inserita nel Dizionario dei poeti romagnoli del Novecento (a cura di G. Fucci, Pazzini, Villa Verucchio 2006) e nelle antologie Poets from Romagna (a cura di G. Bellosi, traduzioni in inglese di A. Bianchi, J. Fortune e S. Siviero, Cinnamon Press, Blenaug Fflestiniog -U.K.- 2013) e Di un sangue più vivo. Poeti romagnoli del novecento (a c. di G. Lauretano e N. Spadoni, Il Vicolo, Cesena 2013), ha partecipato a numerose manifestazioni e rassegne letterarie ed è stata invitata ai più prestigiosi festival di poesia.

(il profilo critico è apparso, con il titolo Annalisa Teodorani, in: AA.VV., L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, Gwynplaine, Camerano 2014)

 

A mezza selva #1: prima parte
A mezza selva #1: seconda parte

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

← (prima parte)

Carta portolanica di Diego Homem, XVI secolo

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

III. Bussole, mappe, atlanti nello spazio della dispersione

Ora che più distintamente si applicano le teorie della più avanzata Geocritica, elaborate secondo nuove e aggiornate categorie di pensiero e strumentazioni, principalmente a opera di Westphal, tese allo studio dello spazio geografico della letteratura e alle sue implicazioni con la realtà e le realtà linguistico-territoriali, sociali e politiche, storiche e antropologiche, appare evidente la lezione e l’eredità di Dionisotti, tesa a valorizzare la peculiare natura policentrica della storia letteraria nazionale e sovranazionale. Su un’analoga via, d’altro canto, si era mosso il Pasolini, giovane studioso delle lingue minori: in prima linea nello sdoganamento e nell’affrancamento della poesia neo-dialettale elevata a un piano paritetico con la matrice toscana e fiorentina della poesia “in lingua” italiana. Al contempo, Pasolini non poteva esimersi dal rimarcare come la storia della penisola, con le signorie e i principati prima, e con i liberi comuni e le repubbliche marinare poi, era contraddistinta da una dinamica e mai definitiva disposizione a registrare l’eccentricità e il policentrismo compresenti su un unico territorio chiamato Stato o Nazione: di “100 centri e 100 periferie”, da cui provenivano input di civiltà e cultura, unitamente a una composita, stratificata ed eccezionale, quando non babelica, varietà linguistica. In anni più recenti, non mancano esempi di mappature attente e ragionate che aiutano a orientare e a fornire materiali a lettori, critici e autori: Lanuzza, infaticabile cartografo e viaggiatore peninsulare e insulare; De Santi, riconnettendo a uno Spazio della dispersione il presente della poesia nella sua “Modernità della crisi” e nella “crisi del Moderno”, indagando territori e mescidazioni di saperi tra scrittura e cinema, poesia e filosofia, arti figurative e autori di versi d’Occidente, come dei “paesi in via di sviluppo”; o Merlin (2005, 2009), Ritrovato (2006, 2011), Piccini (2005, 2008): attenti al rapporto e alle dinamiche che si instaurano tra autore e territorio, atto poetico e paesaggio; tesi a ricostruire legami e nessi geocritici, coordinate tematiche e storiografiche possibili tra autori e autori, autori e territorio, autori e contesto (storico, storico letterario, politico-sociale). Non mancano poi i casi di critici indistintamente operativi nei campi e cartaceo e nel web: Linguaglossa arguto polemista e instancabile sobillatore dello status quo dell’editoria di establishment; Aglieco e Guglielmin recensori e capillari intercettatori dei segnali nuovi e dei linguaggi mutanti della poesia captata in rete (Web, Litblog, siti letterari) e nell’editoria cartacea di settore.

IV. Spazio-tempo (poesia come semi-prosa degli anni Zero, e poesia al tempo del web come spazio ipertestuale, di virtualità e possibilità)

Il riferimento ai critici più recenti, quasi tutti operanti ‘nella rete’, consente di spostare altrove i piani della questione. Occorre, a questo punto, fare una digressione a guisa di premessa tardiva, puntando per un istante l’attenzione, e per analogia, in altro campo di indagine: ovverossia, un po’ sconfinando. In un recente saggio che affronta la questione dello spazio, e implicitamente, del tempo tra segno grafico e scrittura, scrittura e arti figurative, linguaggi pubblicitari e design, Perondi annota:

Lo spazio entra a far parte in maniera coerente e strutturale del sistema scrittura. Per chi si occupa di grafica, sarebbe interessante riuscire a trattare grafica e scrittura nella maniera sfumata e continua in cui appaiono. È sterile cercare di costringere la scrittura entro determinati confini. […] Perché non precisare che la non meglio precisata “scrittura” abbia una componente non lineare, dotata di una struttura coerente al punto tale da permettere di comunicare in maniera efficiente e poco ambigua e di generare unità di senso a piacere? Non è sensato dire che tra questa scrittura e quella comunemente intesa potrebbe stabilirsi un legame biunivoco di perfetta traducibilità, né che possano essere messe sullo stesso piano funzionale; al contrario, le due (?) entità sembrano integrarsi in un insieme indistinto e flessibile: la disposizione spaziale degli elementi non ha solo una funzione evocativa, può generare effetti di senso ben definiti e può denotare significati precisi. Lo spazio può essere significativo quanto le parole. Le relazioni spaziali tra elementi possono servire per “scrivere” con grande economia quello che altrimenti richiederebbe complicati giri di parole (e viceversa). [Perondi (2012), 14]

Se non fossimo avvertiti di trovarci di fronte a uno studio sull’uso della grafica pubblicitaria, potremmo facilmente accostare considerazioni analoghe per la poesia. Basti solo il riferimento a quegli autori che attuano rientranze nel verso, lasciando ampio margine agli spazi bianchi: a partire da Mallarmé, quindi, Valéry, tutta la poesia “informale” del Novecento e del primo decennio del nuovo secolo, affrancatasi dalla metrica tradizionale, sembra aver affidato alla dialettica e al legame biunivoco, spazio bianco-testo, silenzio parola, gran parte della propria esperienza: un nome, su tutti: Mario Luzi. E basti il riferimento a tanta poesia visiva, performativa, ‘orale’, di origine Dada e Futurista, e che successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ha animato le piazze occidentali e che è tornata in campo in questo primo decennio del nuovo secolo. Ancora più interessante, anche nell’economia del discorso che va qui delineandosi, e nelle premesse del solco dantesco, apparirà la lettura del passo successivo: (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242] (altro…)

Trent’anni di Poesia (di Sara Vergari)

Poesia_01_18

È tempo che si sappia!
Trent’anni di Poesia

 

(…)
È tempo che si sappia!
È tempo che il sasso acconsenta a fiorire,
che l’ansia abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

(Paul Celan, n.102, gennaio 1997; trad. di Gianni Bertocchini)

Solo con parole poetiche, con le più celebrative e intensamente piene di vita, è possibile omaggiare una rivista che all’apertura del nuovo anno compie trent’anni. È tempo che si sappia dunque, che «Poesia» di Crocetti editore arriva oggi ad un traguardo a cui pochi avrebbero creduto e anche a buon diritto, viste le difficoltà che un progetto simile incontra inevitabilmente nel suo percorso. È tempo che le fatiche di quei cuori battenti, primo fra tutti Nicola Crocetti, e la passione dei fedeli collaboratori e lettori fioriscano in un numero speciale, il 333, che ripercorre una storia di ricerca e proposta continua. «Poesia» è evidentemente un fenomeno editoriale anche in termini di cifre; da gennaio del 1988 la tiratura della rivista ha oscillato tra le 20.000 e le 50.000 copie offrendo oltre 36.000 poesie da 38 lingue diverse per un totale di 3.300 poeti spesso sconosciuti in Italia. Ma oggi possiamo permetterci di dire che il valore di «Poesia» non risiede davvero in questi numeri, seguendo quanto ha scritto Vivian Lamarque come augurio di compleanno.

Trent’anni di operazioni non in cifre,
in lettere.  Mai tornano i conti a Nicola
Crocetti, non lo amano i numeri.
Ma le lettere oh le lettere dell’alfabeto sì.
.  Lo inseguono come i topi il pifferaio
di Hamelin, come il mare Ulisse,
come gli invitati lo sposo e la
sposa, come le api i fiori,
come i poeti l’amore il dolore.

È tempo che sia il tempo della poesia, del potere giusto delle parole contro tutte quelle scagliate al vento in direzione sbagliata. È tempo di un gesto forse anacronistico, quello di comprare una rivista cartacea che offre esclusivamente poesia, che ci impegna a leggere, a sentire, a capire.
332 numeri sono difficili da contenere in qualsiasi discorso celebrativo ma sicuramente senza «Poesia» ci sarebbe in Italia meno poesia e più silenzio, mancherebbe cioè una voce che sappia dare con dignità un volto alle forme più imprescindibili del nostro essere uomini. Per capire quanto ha fatto e continuerà a fare basta scorrere le pagine di questo numero speciale di gennaio, dove al passare del tempo si affianca una passione letteraria che mai si è scissa dalla vita stessa. Parlare di «Poesia» significa chiamare in causa tutti quegli autori che hanno dato vita alle pagine della rivista, cercando in loro il significato stesso dell’esperienza lirica. Difficilmente potremmo trovare un angolo di mondo in cui, in questi trent’anni, la rivista abbia ignorato la voce di un poeta, creatura senza peso a cui è dato rubare anche le vergini agli dèi. Il poeta rompe gli argini, a lui è permesso vedere qualcosa che agli altri non è concesso, per riportare in parole una conoscenza irrazionale che pure aiuta a vivere. La poesia arriva da altezze sconosciute, è un istinto cieco, una mania nel senso platonico del termine. (altro…)

I poeti della domenica #223: Cees Nooteboom, Figuur

 

Figuur

De bloem van de hibiscus duurt een dag,
ster van korstondig vuur in tegenspraak
van tuin en hemel, de man daarin een lichaam
dat zich weert, als elke bloem.

Wat hij niet weet: hoe waar dit alles is.
Is deze figuur wel echt
die in de laatste schijn van sterren buiten zit,
de bloem niet ziet, zich schroeit
aan het koud licht en in de tijdelijke
ochtend bloemen raapt van
zwarte grond en wijkt voor het geweld
van zonlicht?

De zin van rouw die in hem woekert
herdenkt een vriend, een vriendschap
die zijn maat verliest
tussen zo veel vergaan.

Wat zit daar nu, een man of een gedicht?

De postman in zijn gele hemd fietst tot het hek,
vertelt de wereld, geeft zijn brief af
aan een levende, weet niets van rouw of ziel.
Hij ziet de rode bloemen op de grond,
zegt het wordt heet vandaag,
verdwijnt dan in het licht

en dit gedicht.

 

Figura

Il fiore d’ibisco non vive che un giorno,
stella di fuoco fugace nel contrasto
tra giardino e cielo, l’uomo all’interno un corpo
che si difende, come ogni fiore.

Quel che non sa: quanto tutto ciò sia vero.
È reale questa figura
seduta fuori all’ultima luce delle stelle,
che non vede il fiore, si brucia
alla fredda luce e nell’effimera
mattina raccoglie fiori
dalla terra nera e cede alla violenza
della luce del sole?

Il senso di lutto che si espande in lui
ricorda un amico, un’amicizia
che perde misura
tra tanto perire.

Chi sta lì seduto, un uomo o una poesia?

Il postino in camicia gialla arriva al cancello,
racconta il mondo, consegna la lettera
a un vivo, ignora lutto e anima.
Vede i fiori rossi per terra,
dice: farà caldo oggi,
svanisce poi nella luce

e in questa poesia.

 

© Cees Noteboom, Luce Ovunque, Giulio Einaudi Editore, 2016 (traduzione di Fulvio Ferrari), p. 11 – poesia proposta da Silvia De Marco

Sergio Rotino, Cantu maru

Sergio Rotino, Cantu maru, edizioni Kurumuny, collana Rosada, 2017; € 10,00

 

mai cu te
basta cu
te a
tie mai
cu basta a

sempre picca ete

quiddru ca
sempre alli
sempre a
cine alli
muerti se
tae

mai che ti/ basti che/ ti a/ te mai/ che basti a//
è sempre poco// quello che/ sempre ai/ sempre a/
chi ai / morti si / offre

 

*

fatti te
jentu te
jentu e
spentura
fatti te sta
cosa china
te uci ca
sonanu te
cose ca p
parole p
parenu e

struncuniçiate
comu a n
nui
struncuniçiati
da cose ca

ca nu
decimu nu
sapimu comu
se dicenu c
comu se
potenu dire

fatti di/ vento di/ vento e/ sventura/ fatti di questa/
cosa piena/ di voci che/ suonano di/ cose che p/
parole s/ sembrano e// sfracellate/ come n/ noi/
sfracellati/ da cose che// che non/ diciamo non/
sappiamo come/ si dicono c/ come si// possono dire

(altro…)