Francesco Filia

Francesco Filia, L’inizio rimasto

Francesco Filia, L’inizio rimasto, con incisioni di Pasquale Coppola e prefazione di Aldo Masullo; Il Laboratorio / le edizioni.

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Insieme a Francesco Filia abbiamo deciso di rendere scaricabile gratuitamente in ebook (cliccando sull’immagine della copertina oppure qui: InizioRimasto) questo suo piccolo e prezioso libro d’artista, L’inizio rimasto, stampato in sole 50 copie, e impreziosito da 5 incisioni di Pasquale Coppola e dalla enorme (mi riferisco al contenuto) prefazione del professor Aldo Masullo, che più passano gli anni e più mi pare che ringiovanisca per lo spirito e la lucidità con cui elabora i concetti. L’unico modo per introdurre queste poesie di Filia è quello di dimenticare (scherzosamente) quello che scrive Masullo e di procedere per proprio conto. Sarà una nota breve che cercherà di spiegare perché questi dodici testi di Francesco Filia sono importanti, sono davvero una cosa da salvare. Intanto tracciano una linea ben chiara nel percorso poetico di Filia, di nuovo qui si sta su una frontiera; di nuovo il poeta napoletano guarda il punto dell’orizzonte lungo il quale scorre l’umano e da lì ribalta l’ovvio, stravolge il primo sguardo. Il colpevole può avere una premura? Essere innocenti è una colpa? Qualcosa alla quale non possiamo sottrarci. La sofferenza la prova chi è colpevole, ecco che viene esaminata l’incapacità di reazione, lo stare fermi che è proprio di chi attende, di chi si accontenta di definirsi vittima, di chi si sta lì come un orizzonte basso, su un molo dove non s’alza mai un vento.

All’angolo della strada la memoria
non mendica il passato

Prendiamo questi due versi della poesia d’apertura, è come se dentro ci passasse tutta la poetica di Filia, la somma di tutti i libri precedenti. La rara capacità di raccontare il contrasto, lo vediamo con chiarezza qui, la memoria è una costruzione che non c’entra niente con la nostalgia, tiene conto del passato se questo insegna, se giustifica la visione del futuro. La memoria lì all’angolo della strada ha almeno una doppia visuale, se si tratta di angolo le strade sono almeno due, l’architettura interiore deve prevederle entrambe.

Poesie queste di un tempo sospeso, di luoghi di certificata e respingente bellezza. La bellezza allontana, per Filia, per eccessivo rapimento, per la sua stessa intollerabilità. Poesie che sanno di rimpianto, che sono una dura presa di posizione verso una generazione (quella nata negli anni settanta) che non è stata capace di costruire, di inventare, nemmeno di morire. Poesie che sanno ancora una volta del tufo dei muri di Napoli e come sappiamo questo è il più grande contrasto della storia. Bellezza e debolezza, meraviglia e sconfitta, collina e vuoto sotterraneo, allegria sconfinata e disperazione continua. “Scorciatoia infinita per la vita /  è già vivere” attacca un’altra poesia e io a queste parole mi attacco e un poco mi salvo.

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© Gianni Montieri

proSabato: Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità

Ma, prima cosa, il sesso è stato svincolato dall’atto riproduttivo; oggi riproduzione e sesso sono termini opposti: la riproduzione sessuale avviene molto spesso attraverso l’asessuale, per via di modalità biotecnologiche di riproduzione come l’inseminazione artificiale o la clonazione dei corpi. Anche questa è una liberazione, sebbene antitetica alla prima. Siamo stati “liberati sessualmente” e ora ci troviamo liberati dal sesso – cioè, virtualmente “sgravati” dalla funzione della sessualità. Tra i cloni (e ben presto tra gli esseri umani) il sesso, in quanto mezzo del naturale modello riproduttivo, è estraneo, una funzione inutile. Così, la liberazione sessuale, in quanto processo più raffinato dell’evoluzione delle forme di vita sessuate, denota, nelle sue estreme conseguenze, la fine della rivoluzione che ha abbattuto i vari tabù sul sesso. Rispecchia, in un certo senso, la stessa ambiguità che contraddistingue la scienza. I benefici calcolati sia della liberazione sessuale che della rivoluzione scientifica sono inestricabilmente connessi con i loro risvolti negativi.
E la morte? Indissolubile come con il sesso probabilmente è destinata allo stesso fato. In effetti, esiste uno stretto parallelismo tra la liberazione dalla morte e la liberazione dal sesso. Considerato che abbiamo separato la riproduzione dal sesso ora cercheremo di dissociare la vita dalla morte… Per salvare e promuovere la vita, solo la vita, e ridurre la morte ad una sorte di funzione obsoleta di cui si può fare a meno, proprio come possiamo fare a meno del sesso nel caso della riproduzione artificiale.
In tal modo, la morte, in quanto evento fatale o simbolico, deve essere cancellata; deve aver valore solo come realtà virtuale, come un’opzione o paradigma mutevole nel sistema operativo degli esseri viventi. È, questa, una sorta di ri-programmazione che opera alla stregua della virtualizzazione del sesso, del “cyber-sesso” che ci dobbiamo aspettare nel futuro, come una sorta di “attrazione” ontologica. Tutte queste funzioni ormai inutili – sesso, pensiero, morte – verranno riprogrammate, riconsiderate come semplici attività ricreative. E gli esseri umani, d’ora in poi senza uno scopo reale, potrebbero essere salvaguardati in quanto “malìa” ontologica. Questo potrebbe essere ciò che Hegel ha definito come la vita mobile di ciò che è morto. La morte, un tempo funzione vitale, potrebbe così diventare un lusso, un diversivo. In modelli prossimi di civilizzazione, dai quali la morte sarà stata eliminata, i cloni del futuro potrebbero pagare per provare il lusso di morire e divenire di nuovo mortali attraverso la simulazione. Potrebbero fare l’esperienza della cyber-morte.

Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità, Armando Editore, 2007, pp. 25-27.

Come un cristallo o una scoria. La poesia, per Guido Mazzoni

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A volte i libri “scappano”, non si leggono appena escono. Colpevolmente forse; così si cerca di recuperare, e basta un monito, un consiglio. Con I mondi di Guido Mazzoni è stato così: uscito nel 2010 da Donzelli, l’ho letto solo recentemente. E di lì poi è stato naturale recuperare anche il suo Sulla poesia moderna, pubblicato nel 2005 per il Mulino.
Già Francesco Filia aveva saputo leggere molto attentamente gli elementi portanti di quest’opera che oggi mi appare importantissima: il sentire come fondazione del mondo, della realtà. Sentire con stupore e sgomento continui l’errore caotico che è la vita, e come la nostra si specchia incessantemente nei frammenti delle altre intorno, nel quadro di una come di tutte le città in cui viviamo. Di qui, dal «vedere se stessi come una cosa estranea» (Kafka, in esergo al libro), “i mondi” s’intravedono, le «monadi» si toccano e, in un elastico incessante tra io e noi, si allacciano.
Ora, procedendo per estrapolazione, evidenziando le parti, i frammenti, i passaggi più importanti, il mio tentativo oggi è cercare l’appoggio giusto per provare a dire cosa è, se ancora è e ha vita (ossia se ancora c’è spazio per) la poesia. Un percorso di lettura che, si vedrà, finisce in luce e in solitudine. Un percorso – felicemente, a questo punto – ritardatario e personale, quasi l’intenzione fosse adesso di “ricreare” il libro: attraversarlo nel mio sguardo unendone diversamente i punti.
Per verificare se la poesia è in grado di raccogliere in sé, oggi, lo spirito del tempo.

Da I mondi:

«Tutto così unito,/ così insieme in un unico/ astro straniero -»

«il mondo che esiste senza la mia vita»

«Altre vite/ ci esplodono intorno»

«dell’accadere, mie persone che siete/ solo sagome, ora, nella nube che si chiude»

«la felicità di essere qualcosa […] per prolungare la vita, la stessa che ti percorre, leggera e irreversibile»

«il mondo inciso dentro di te come un cristallo o una scoria»

«Era l’idea di essere vivo»

«Era un istante di assoluto straniamento e io cercavo di prolungarlo»

«Entriamo fra le cose legati a un corpo, a un tempo, ad aggregazioni di esseri che ci preesistono»

«grazia e significato all’orizzonte»

«che la vita esiste e non significa»

«una cosa senza peso, solo il nostro/ frammento ancora mi appartiene/ e la sua pace è il nulla che difendo»

«le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine»

«una storia che lo circonderà per sempre»

«Ogni vita/ è solo se stessa: questa luce»

«per diventare solo solitudine».

Il mondo in poesia, eccolo, inciso dentro di te, dentro di noi. Questo è il significato della «lunga durata»: un concetto essenzialmente storiografico, utilizzato da Mazzoni per dire (rifacendosi ad Adorno) quanto tra le forme dell’arte la poesia in particolare sia «la meridiana di una filosofia della storia». Lo afferma con la consapevolezza di chi sa che l’arte ha il potere di registrare la storia degli uomini più e meglio dei documenti storici in senso stretto.
E ci viene in soccorso Montale, con due passaggi estratti dal discorso pronunciato per l’assegnazione del Nobel, il 12 dicembre 1975: «esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l’altra può dormire i suoi sonni tranquilli» (…) «quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia».
Così è con Mazzoni. Ci fa dire che c’è spazio ancora per la poesia, quella autentica; che c’è sempre una ripartenza possibile pronta a nascere, innocentemente, nello spirito del tempo, dallo stupore e dalla meraviglia.

Cristiano Poletti

Poesia: memoria, ascolto e visione

Mimmo Jodice - Atena, Napoli, 2008 stampa al bromuro d’argento 60 x 48 cm

Mimmo Jodice – Atena, Napoli, 2008 stampa al bromuro d’argento 60 x 48 cm

L’attività poetica è un’attività conoscitiva, è porgere l’ascolto e volgere lo sguardo a ciò che in maniera essenziale si nasconde, ma che attende da sempre di essere riconosciuto per mostrarsi. Osservare e ascoltare sono dunque occasioni per un ridestasi della memoria. Conoscere è ricordare. Il ricordo nasce sempre da una dimenticanza essenziale, da qualcosa di immemorabile, la parola può solo sfiorare l’inizio, mai afferrarlo, ma la parola poetica non può non tentare di farlo. La parola poetica è condannata sin dal suo inizio al fallimento. Questo è il suo destino e la sua grandezza, la sua apertura essenziale, apertura silente in cui si rivela il mondo. Il silenzio è lo sfondo, il contrasto che permette alla parola di essere. È la sua linfa e sorgente. La poesia è la mappa, sempre incompleta, di questo silenzio che si mostra, viene alla luce nell’esser muto e opaco di ogni cosa.

Le parole nel loro affiorare alle labbra o nell’apparire sul foglio bianco, nell’attimo germinativo alludono all’essenza dell’esser cosa: ossia che tutto è tremendo, perché tutto è sacro, perché ogni singola cosa, ogni attimo, oscilla paurosamente tra l’essere e il niente. Il Poiéin, il fare poetico è, o meglio, è stato, una teoria, una visione, lucida e allucinata, un pensiero sul mondo e sulle cose e questo pensiero già da sempre è diventato poesia, ossia ha attraversato una regione in cui le parole non sono solo mezzi ma sono destino, sono, disperatamente, le cose che dicono.

La poesia è il luogo in cui ci si confronta in prima persona con le forze invisibili, concretissime e immense che ci attraversano e ci governano. Essa è un’attività eminentemente razionale, nell’accezione più larga, è il luogo in cui il nostro stesso domandare è in gioco, dove siamo a tu per tu con l’enigma dell’essere; non parlo di mistero perché è per definizione irrisolvibile e quindi nega a priori qualsiasi attività di ricerca. La poesia – se è autenticamente ascolto, visione e parola – è oltre la distinzione tra forma e contenuto, in quanto più ci si approssima alla verità da dire tanto più la forma ne consegue e, viceversa, lo stile è la verità della poesia.  Il poetare, come ogni attività umana, è finito e fallibile e quindi soggetto allo scacco, ma esso, a differenza delle altre attività umane, non rimuove il fallimento insito in ogni fare, ma lo dice sino in fondo, lo assurge a radice del suo dire.

Se nell’atto poetico vi è un fondo di verità, scrivere poesie è l’opposto di esser poeti. Spesso ci si attribuisce la qualifica di poeta come se l’attività poetica sia il frutto della creazione del Genio o che dia la possibilità di accedere a un ruolo sociale, a una forma quasi sacerdotale e a relative pose estetico-narcisistiche. Il poeta, se questo ruolo ha avuto mai un senso, è funzionario della parola, come il filosofo lo è del pensiero; a differenza di altri cerca di obbedirle in maniera non ovvia, ma analiticamente consapevole. La scrittura poetica è una forma specifica di produzione – basti pensare all’etimologia greca – e ognuno che si cimenta col dettato poetico non può dirsi poeta se non come altre persone possono dirsi falegnami, muratori, operai. Tutto qui. E poi nel frattempo bisogna vivere nel mondo – che non significa assolutamente ‘impegnarsi’, altra trappola narcisistica per chi non ha niente da dire – o almeno cercare di farlo, o bisogna averlo fatto, altrimenti niente scrittura che abbia un senso, che possa tentare di dire qualcosa, di dire l’unica e sola cosa che conti.

Il gesto poetico, pur nascendo da un nucleo narcisistico e non staccandosene mai del tutto, pena la sua fine, deve trasformare quell’autocompiacimento infantile in un sottrarre, in un servizio che distolga il desiderio dal vano Se stesso e lo rivolga al linguaggio e al mondo, a quell’ ‘altro’ che per contrasto può anche restituirci, radicalizzandolo, ciò che siamo. Se c’è un ethos nella parola poetica è questo e nessun altro.

Il singolo per quanto possa e debba essere asservito al linguaggio conserva un nucleo di irriducibilità alla mera funzione linguistica che rende il suo gesto poetico degno di esser tale, tragico e solitario nel momento in cui si scontra con l’atrocità del bello e del vero.

L’ora del poetare è l’ora stabilita, l’ora in cui si ascolta il destino, l’istante in cui si scorge nei dettagli dell’apparire ciò che invisibilmente vi si cela. L’ora stabilita è l’ora tragica è l’attimo in cui ogni vita fa i conti con se stessa, l’attimo in cui l’arbitrario che ogni singolo è s’infrange sul muro della necessità. Fare i conti con se stessi, ritornare a sé ascoltandosi, significa anche fare i conti con il luogo che ci ha reso quel che siamo, che abbiamo lasciato e in cui, comunque, siamo ritornati. Luogo che può essere un luogo reale – la città, il paese in cui si è nati e che continua a parlarci in un assedio di amore e odio – o un luogo della mente che, ossessionandoci, continua a parlarci e a chiedere ascolto, trovando le sue cinture di contenimento nel linguaggio, che trasforma la nevrosi individuale in discorso pubblico, in dialogo con il  mondo. Il linguaggio, questo medium universale, in quanto unico e solo mezzo di comprensione e di comunicazione da mezzo si trasforma in fine, anzi  è da sempre l’orizzonte invalicabile di ogni gesto, pensiero, emozione, nevrosi e in quanto orizzonte del nostro stare al mondo ci reclama a sé. La poesia, quindi, deve fare i conti con il paradosso tragico che ogni dire può essere solo un ‘dire’, anzi un ‘esser detto dal linguaggio’, che però allude necessariamente a ciò che ‘dire’ non è. Se così non fosse ogni tensione espressiva, ogni parola, ogni discorso sarebbe inutile e pleonastico, sarebbe mero gioco linguistico irresponsabile. La poesia è un vedere e un ascoltare che devono esser detti, asseriti, il dramma e l’atroce bellezza della parola poetica è tutto qui.

La parola amplifica e fa risuonare di un’eco profondissima l’oggetto della visione. Il rischio di ogni vedere è quello di esser visti, di essere scrutati sin nell’abisso dall’oggetto della nostra visione, ogni vedere è un esser visti. Il pericolo e il cuore di ogni destino poetico è quello di farsi divorare dalla visione. Perché il nocciolo di ogni visione è quell’invisibile punto cieco che ci sfugge che si agita alle nostre spalle e, per quanto possiamo esser veloci nel voltarci, non si farà mai sorprendere e catturare. Questo inciampo essenziale più si ripete e più ci spinge a perseverare, trasformando la poesia stessa in un’ossessione. L’ossessione che la poesia è si trova dinanzi a un bivio, o risprofonda nella nevrosi originaria che l’ha generata morendo o si rigenera, si trasforma diventando mondo. La poesia è questo vedere che si scontra con il punto cieco di ogni visione, con la trama invisibile e fittissima di ogni venir alla luce.

Il dire si scopre avvolto in un silenzio che appare impenetrabile, che però dal suo profondo, dal suo doppiofondo, parla tacendo. L’ascolto è un rispondere al silenzio, a una voce ancestrale e sconosciuta che ci chiama all’appello, che ci reclama e che non è mai definibile e dicibile del tutto. Non possiamo esimerci, però, dal cimento.

L’esperienza della fine e dell’inizio, come tali, sono negate all’uomo e se la scrittura è scrittura circa l’enigma dell’esserci non può spingersi oltre ciò che ci è stato assegnato, ossia un’assoluta cecità su quel che ci ha  preceduto, sulla fine e  su ciò che sarà dopo la nostra fine. Il gesto poetico è l’emergere di un’isola da un oceano di silenzio, è la soglia tra il buio e la luce, tra la parola che trova un appiglio per rimanere e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un prima c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, come il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce. In questa prospettiva ontogenesi individuale e filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra. La parola poetica tenta un disperato assalto alle cittadelle inespugnabili dell’origine e della fine, nel far ciò inventa il mondo che scorre tra loro.

La poesia è il farsi parola del desiderio dell’origine – e chi scrive spera, senza mai poterlo verificare, che il genitivo abbia valore sia soggettivo che oggettivo – il desiderio che l’origine ci attenda alla fine, ci accolga, ci apra lo spazio di una parola, quella definitiva, che sigilli il cerchio spezzato delle nostre esistenze e del mondo. Il sigillo è la parola, che deve abbandonare ogni ambiguità, ogni gioco irresponsabile e farsi sempre più precisa, sempre più affilata, sempre più aderente alla Cosa da dire. Ma questa parola non potrà mai essere quella definitiva, non potrà mai uscire dal labirinto del discorso. Nonostante ciò essa dovrà sempre e comunque avere l’obiettivo di essere altro da sé, di diventare per sempre la cosa che dice, anche se ciò è impossibile. Perché se la poesia è vera poesia, cioè destino dei mortali, di quegli enti che sanno della loro fine, non può saltare fuori dalla propria ombra, non può percorrere quel millimetro che la separa dalla cosa ultima. La morte ha la parola definitiva e quella parola non potrà mai essere nostra.

© Francesco Filia

I poeti della domenica #91: Immo, il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

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il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Oggi a un certo punto ero squallido
Avanti e indietro sopra a quella multipla
come il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Poi mi sono fermato in una specie di rosticceria
Mi sono fatto parmigiana di melanzane e porchetta
+ minerale piccola

E mi sono messo un’altra volta in macchina
facendo quelle classiche telefonate italiane
Che alla fine dici vabbuò

Ma il massimo dello squallore
L’avevo raggiunto la mattina nell’autogrill
Acquistando i pocket espresso che fanno schif’o cess

E in una magica sera d’agosto ho realizzato il pensiero
Che anche io sono una latrina come i pocket espresso ferrero.

 

da:  V. Amarelli, F. Filia, V. Frungillo, Immo, G. Montieri, La disarmata. Postfazione di Elio Grasso, CFR 2014.

Il pianto dell’aragosta di Marco Simonelli

Il pianto dell'aragosta Marco Simonelli

 

L’aragosta va bollita viva.
Stordita dall’ossigeno boccheggia
Sul marmo di cucina.

Oscillano le antenne e dalla cappa
La luce la proietta in ombre lunghe,
due lance un tempo organi

di senso e di difesa.
Teoricamente si può anche
ucciderla con una coltellata:

assesti un colpo secco,
la  lama deve entrare nella testa,
però bisogna essere precisi

è facile che soffra anche di più.
Si dice che al contatto con la morte
emetta un grido, strilli,

un pianto disperato disperato, stile supplica.
Ma si tratta solamente del vapore,
che schizza, fuoco fatuo

tra polpa e carapace.

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Con Il pianto dell’aragosta, Edizioni d’if (2015), Marco Simonelli arriva a una piena e completa maturità espressiva, che consiste in un equilibrio tra la forma poetica e ciò che essa intende dire. In questo libro l’immaginario che definisce e ossessiona la voce di Simonelli trova un suo assetto definitivo e maturo, in cui la matrice pop che ha caratterizzato la sua scrittura, pur rimanendo coerente con la sua impostazione e con la sua ispirazione originaria, diventa qualcosa di più penetrante e complesso. Lo sguardo si fa più ampio, abbraccia, con toni e sfumature diverse, nei dettagli, negli sguardi, nei non detti, nei dialoghi accennati, nei gesti minimi l’intera commedia umana della vita. Nelle più o meno lunghe ballate di quest’opera il verso si distende in un andamento piano, apparentemente discorsivo e conciliate, in cui il dettato poetico non rinuncia a una rielaborazione originale della tradizione che è presente nella versificazione e nella stessa prosodia, con un uso dell’aggettivazione alto, spesso con un posizionamento non da parlato comune. La voce si distende in una cantabilità tenue che si fa tutt’uno con una leggibilità quasi da narrativa, che incatena il lettore e lo porta con sé alla conclusione della poesia, storia, microstoria, situazione, quadro che in essa si mostra, in attesa di una minima rivelazione.
Nella poesia di Simonelli non ci sono le grandi verità che si rivelano, ma microepifanie per lo più dal carattere negativo e raggelante. La vita è vista nella sua apparente normalità, noia, vuoto ripetersi di situazioni ed eventi, tra riti stanchi di feste estive, convivenze alla fine, in crisi o che hanno perso il loro slancio. In Simonelli vi è uno sguardo raggelato da short story americana, ma con una coloritura tipicamente nostrana, il suo dettato rende in forma poetica quel retrogusto agro, amaro della migliore commedia cinematografica all’italiana: il lato oscuro, mai troppo nascosto, della provincia italiana con i suoi antichi  e moderni tic, con i suoi desideri, magari espressi da un refrain da canzonetta estiva, contraddittori e vani.
(altro…)

Il cammino e la resa. “La zona rossa” di Francesco Filia

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Il cammino e la resa. La zona rossa di Francesco Filia

Nota di Anna Maria Curci

 

Ho un conto aperto con la mia memoria:
pavida, boccheggiante, si vergogna;
a sprazzi solo trova fiato e storia.
Se dico ‘spaesamento’ è già menzogna.

Anna Maria Curci

 

Una data, un luogo, brani di vita, proteste e sconfitte. La zona rossa, poemetto di Francesco Filia, il cui titolo è un preciso riferimento all’area urbana di Napoli che delimitò, rinchiuse (tentò di arginare? ci riuscì?) le manifestazioni contro il Global Forum il 17 marzo 2001, esattamente quindici anni fa, sa essere compatto senza rinunciare ad essere complesso nel restituire cammino e resa di esistenze e, in particolare, di una generazione, rappresentata dai quattro amici Marco, Andrea, Ciro ed Elena, di cui vengono narrate azioni e riportate riflessioni in forma di dialogo, di conversazione  o di monologo interiore nell’arco di quella giornata. È una giornata scandita in quattro movimenti, Corteo, Alba, Giorno, Tramonto; è una giornata che assume, con la dignità letteraria di un Bloomsday e con la drammaticità, proprio nel giorno che ricorda l’unità d’Italia, del ritorno della repressione a calpestare diritti fondamentali, il ruolo di spartiacque: indietro non si torna, giacché nel luglio dello stesso anno, a Genova, ci sarà una ulteriore tragica progressione della violenza. In entrambi i casi, un conto aperto con la memoria, assopita, drogata o, semplicemente, in perenne debito, non solo di ossigeno.
La zona rossa è frutto, infatti, di un lavoro molto approfondito di vera e propria restituzione linguistica della storia attraverso le singole voci chiamate a testimoniare alla sbarra di un processo che non è meno doloroso per il fatto di svolgersi sulla carta, tra le pagine di un volume di poesia.
Lavoro linguistico di ampia portata, nutrito di familiarità e consuetudine con classici e contemporanei: poesia e filosofia, testimonianza e storiografia convivono e agiscono in un continuo “ringen”, dibattersi, lottare, boccheggiare, perfino,  contendersi scena, primato, ideologia, dall’esito mai definitivo.
Procediamo allora all’analisi di alcuni esempi nel testo: «il ritmo dei passi aumenta la frequenza / della falcata», «le scale percorse / a due a due», «Sprofondare nel vortice della città scendendo», e ancora «cos’è quel montare / improvviso… », «La folla si avvolge in spire attorno», «La folla avanza travolge, la zona rossa è lì». Aumentare la frequenza, accelerare, percorrere, sprofondare, scendere, montare, avvolgersi, avanzare, travolgere: la ricorrenza di alcuni verbi di moto è un basso ostinato che dà corpo e consistenza a ciò che è accaduto quel giorno nei luoghi menzionati e, ancor più profondamente, nella coscienza.
«Andare incontro al proprio domandare»: in questo verso c’è il principio dal quale prendono le mosse tutti i testi che compongono il poemetto; in questo verso si chiarisce come il cammino e la resa descritti, cammino e resa che, con un rovesciamento rispetto alla solennità biblica volutamente riecheggiata e, in particolare, rispetto allo spirito gioiosamente sovversivo del Magnificat, si perpetueranno «di generazione in generazione», come questo cammino e questa resa, dunque, non abbiano senso se non come una risposta alla domanda pressante che pone la coscienza nella storia. (altro…)

La poesia al tempo del vino e delle rose

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“La poesia al tempo del vino e delle rose”

al Caffè Letterario

Piazza Dante 44/45 – Napoli
ore 17,30

Rassegna a cura di Bruno Galluccio
co-organizzatrice Rosanna Bazzano

Rassegna inaugurata il 10 febbraio con un reading di Ariele D’Ambrosio, Bernardo De Luca, Costanzo Ioni, Wanda Marasco, Ketty Martino; proseguita il 24 febbraio con l’incontro con Monia Gaita.

Questi i prossimi appuntamenti:

9 marzo: Marco Aragno presenta il suo Terra di mezzo (Raffaelli), a colloquio con lui Carmen Gallo

Raffaele Rizzo presenta Il labirinto aperto (Ad est dell’equatore), a colloquio con lui Vincenzo Villarosa

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16 marzo: Donatella Bisutti

23 marzo: Francesco Filia presenta La zona rossa (Il Laboratorio), a colloquio con lui Viola Amarelli
– letture introduttive di altri due poeti

8 aprile: Marisa Papa e Daniele Piccini

20 aprile: Giovanna Marmo e Carmen Gallo

4 maggio: Carlangelo Mauro e Alberto Di Palma

18 maggio: Mario De Santis

20 maggio: Cinzia Demi

1 giugno: Claudio Damiani e Antonietta Gnerre

15 giugno: Monica Martinelli

In date ancora da definirsi interverranno Antonella Anedda e Morten Søndergaard.

Il giorno 21 marzo si svolgerà un Poetry Slam.

In alcuni appuntamenti alla presentazione del libro si aggiungeranno letture di altri due poeti.

Il programma potrà subire alcune modifiche in itinere.

https://www.facebook.com/iltempodelvinoedellerose/

La zona rossa e Verso Itaca

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Alla libreria Iocisto,Via Domenico Cimarosa 20, 80127 Napoli alle ore 18 Francesco Filia e Daniele Ventre dialogano con Viola Amarelli dei loro libri:

La zona rossa, Il Laboratorio (2015)

Verso Itaca, Edizioni d’If (2015)

 

 

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La divisione della gioia. Italo Testa

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La luce bacia il tuo seno pieno,/ offerto per quando aspetteremo/ un frutto a questo lungo amore,/ per quanto in una sala d’attesa/ starai ferma e in una strana luce/ dirai che è il momento, che viene/ l’ora di alzarsi, andare, dividere/la gioia e la pena, farsi altri,/ lasciare che una maschera nuova/ ci guardi, mentre noi commedianti/ ci stringiamo nell’ultima scena. Il tema della gioia è presente con discrezione – come conviene a un sentimento limite, che mostra le cose nella loro originaria gratuità – nella poesia italiana degli ultimi decenni, basti solo ricordare il “partigiano della gioia” Giorgio Cesarano e il “noi che eravamo per la gioia” del De Angelis di Somiglianze. Forse perché essa rimanda ad un accordo segreto tra il nostro esser finiti, le nostre aspirazioni e l’ordine del mondo, accordo che, se mai c’è o c’è stato, si presenta nel lampo indelebile di un attimo. Inoltre, la presenza della gioia nella poesia, è dovuta allo statuto inquietante di questo stato, infatti ciò che sgomenta di più l’uomo e quindi anche il poeta, non è semplicemente il dolore o il dolore cieco, ma il dolore in rapporto alla possibilità della gioia o alla memoria di una gioia irrimediabilmente perduta; è questa perdita o possibilità estrema della gioia, in relazione a una realtà che puntualmente la smentisce, che rende la condizione umana il luogo del negativo, della disperazione, dell’infelicità, il luogo in cui i commedianti, privi di quella gioia che sanno esistere, si stringono nell’ultima scena.
I versi di La divisione della gioia di Italo Testa (Transeuropa, 2010) colgono quest’inquietudine, infatti, sono al tempo stesso il luogo di un’epifania, l’attimo della gioia che fa sì che tutto ciò che si mostra non sia più coperto dalla patina del già visto, e di una perdita, perché quell’attimo è irripetibile e si mostra solo in una mancanza incolmabile. Quindi la tonalità emotiva che attraversa le poesie del libro non può che essere un pacato sgomento e, al tempo stesso, un’accettazione sofferta di scoprirsi un niente, una fibra del mondo (abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ essere così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto:), macchie nere su di un ponte tra due sponde sfocate, sentirsi, essere, quel bilico sul baratro del nulla (appoggiarsi alla balaustra/ con tutto il peso affacciarsi sul mondo/ dall’arcata di un ponte sospeso/ tra due rive, e dire che sì, è vero,/in quel punto non siamo più niente/ solo macchie nere nell’aria,/ anche se gli alberi si piegano/ al vento, solo questo, e nient’altro: ) e di condividere questo stato di creaturalità attonita con un tu, con il tu, con l’altro, la persona amata, la deuterantagonista del dramma dell’esistenza (non lasciare, così mi hai detto,/ che io sia solo mia e mai d’un altro,/ che il tuo volere mi allontani/ da quando un giorno mi hai promesso:), senza la quale le parole dette e il nostro stesso stare al mondo non avrebbero alcun senso (eppure quando ti sei seduta/ nella prima fila e hai visto/che tutto questo non è per noi, che esser due nella platea vuota/ è un caso, un giro di ruota). Per essere quel che siamo, dobbiamo poter condividere anche la lontananza che ci separa da chi ci è vicini, l’ombra che divide in due la stanza che ci ha uniti alla donna amata e che ci divide da lei (o l’ombra che di spalle divora/ il fianco, il vano di luce/ che ti assale e a morsi ritaglia/ nell’agone della stanza, ritta/ e in attesa, le braccia lungo il corpo,/ i piedi a contatto del suolo,/ la figura messa di traverso/ a misurare il grigio e il bianco,/ a fissare il lampo negativo/ che separa la stanza dal tempo:), che divide la stanza dell’amore dal tempo esterno, uguale e banale, divide la gioia provata con l’altro in cui noi ci rispecchiamo in un attimo irripetibile. Dove l’autenticità è data dalla condivisione della solitudine profonda e strutturale dell’esistere, il silenzio che parla nelle cose nei luoghi che ci circondano (anche così si annega l’ansia/ nello specchio marmoreo di un tavolo,/anche quando la vita si piega/ tra le imposte, sull’impiantito/ verde. O dietro la ghigliottina/ che separa il tempo dalla stanza:). È come se lo stare al mondo fosse una richiesta inesausta e inesaudita di un’origine in cui dimorare (ancora una volta non resta/ che questo aspettare a mani giunte/ farsi inquadrare senza opporre/ resistenza, disarmati/ andare incontro alla luce che viene,/ci disegna e nega, ci assorbe/ in un giorno qualunque, ci dona/un luogo, tra le cose immote,/ o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa:). Non è un caso, dunque, che la prima sezione del libro sia ambientata all’alba, in un viaggio attraverso paesaggi naturali e postindustriali, un viaggio nell’alba delle cose, nel momento dell’inizio, in cui tutto ha ancora il primo smalto della creazione, per dirla con Pasternak, in cui tutto è ancora possibile e per questo è ancora più angosciante (ogni cosa dalla macchina in transito/ si mostra incomprensibile e chiara:/ la pietraia e i banchi di ghiaia,/ la tua testa assonnata, la mia vita/ guidata oltre il vetro tra le cose/ abbandonate sulle dune erbose:). E come l’alba è un tempo soglia, il Delta, che dà il titolo all’ultima sezione del libro, è un luogo soglia, reale e metaforico, il luogo in cui si incontrano due regioni dell’essere e dove ogni cosa assume una luce particolare, sospesa, sospesa in un luogo che è anche una cifra, un rimando a un che di altro, assente ed enigmatico (verso non so che cielo o sfondo bianco/ di coste smaltate nella sabbia,/ di acque distanti, gelide e infeconde,/ (…) e non avremo imparato niente/ su queste rive eterne/ la stessa onda è nuova/ e l’altra luce non ci sfiora.). L’enigmaticità è amplificata dal suono di fondo di questi versi, che è caratterizzato da una nota costante e ossessiva, come una canzone dei Joy Division, al cui nome il titolo del libro si ispira liberamente. In ultima analisi, le poesie di quest’opera colgono il paradosso tragico della vita e di tutte le cose, che la gioia, se c’è, è intatta e indivisibile, divisa dalla pena, è una solitudine perfetta, un lampo negli occhi per chi sa comprendere il silenzio, l’unica condivisione possibile (e poi saranno gli altri a contarci, a dire/ che bastava guardarsi/ aver taciuto/ nel momento esatto, fermi a ripetere/ mentalmente il canto, l’elenco dei vivi:).

© Francesco Filia

Articolo pubblicato su Nellocchiodelpavone l’11 maggio 2012

Grace Paley a Montecalvario

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Grace Paley – fonte teachersandwritersmagazine.org

Grace Paley a Montecalvario

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare:
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra porta
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

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©Gianni Montieri

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Questa poesia fa parte di una serie dal titolo “Turisti americani“, serie inclusa nel volume collettivo “La Disarmata – 5 napolitudini” AA.VV. edizioni CFR, 2014, la proponiamo oggi che sarebbe stato il compleanno di Grace Paley (11 dicembre 1922).

Il libro “La Disarmata” sarà presentato a Milano il 17 dicembre, alle 21,00 alla Libreria Popolare di Via Tadino (con La zona rossa di Francesco Filia), qui l’evento Facebook

Francesco Filia, La zona rossa

la zona rossa

Francesco Filia, La zona rossa, Il Laboratorio/le edizioni, 2015

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Il 17 marzo del 2001 a Napoli si tenne una manifestazione di protesta contro il Global Forum, fu il culmine di tre giorni di tensione e mobilitazione, Francesco Filia parte da quel giorno, da quelle ore, da quel tempo, da quei ragazzi che scesero in strada, che si scontrarono con le forze dell’ordine, che lanciarono molotov o non le lanciarono, che finirono in caserma, che tornarono a casa ma non ci tornarono uguali a come erano usciti, ma questo quella sera non lo sapevano, parte da tutto questo per raccontare Napoli, ancora una volta, chiudendo una spettacolare trilogia che parte da Il margine di una città (Il Laboratorio/le edizioni, 2008), prosegue col meraviglioso La neve (Fara, 2012) e termina con La zona rossa.

Ancora cerchiamo lo spazio bianco
l’orizzonte di palazzi e tetti
che ci permetta di colmare l’attesa
che declinerà la nostra vita […]

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