Annamaria Ferramosca, Lettera a Francesco Filia su “L’ora stabilita”

Caro Francesco,

trovo in questa raccolta il perseverare nella tua tormentata ricerca di senso, che qui raggiunge lo stadio più rigoroso ed esacerbato del tuo pensiero di fronte all’esistenza. Questa ti si rivela ormai come ingannevole fiaba senza lieto fine, nella sua vacuità e nel suo ostile metaforico paesaggio di asfalto e muri. E avverto forte la volontà di aprire a chi legge la tua visione sincera di una realtà così cruda e deludente da sembrare irreale; una realtà che conserva e trasmette solo sensazioni ultime, soffocanti, di una fine penosa, di cui noi stessi siamo responsabili, capaci come siamo di rovesciare la pelle, stringere il respiro con fil di ferro.
Così nella tua ora stabilita dello scrivere che è l’ultima chance per riscattare il morire, hai creato con testi brevi e accorati un’architettura cristallina dove il rincorrersi di 7-8 versi in amari brani di pensiero, getta una luce cruda sugli enigmi irresolubili dell’esistere, basculando tra le diadi buio-luce, fine-rinascita, mondo-oltremondo. E doloroso è anche ogni tentativo di resistenza, che a te sembra un brancolare per timore o forse solo per disincanto. Eppure si percepisce anche la vita, con la sua incoercibile spinta alla sopravvivenza, la si vede cercare in affanno un lume, un’immagine chiara di speranza, come quel profilo di bambino che corre nel buio verso l’orizzonte. Sì, la scommessa è cogliere con la penna quel quid di immortale, la promessa che salva, o almeno capace di illuderci di una qualche salvezza.
Un vento amaro soffia su ogni tuo pensiero, pur nella consapevolezza di quel fuggevole lume intraducibile intravisto anche sul viso della donna che ti sta accanto, tanto da portarti a costruire addirittura il paradosso per cui proprio l’appiglio sperato ti indicherà il percorso per l’ultima resa. Così preferisci prefigurare la fine perché ti appare più giusta l’altra vita, il non essere, o l’essere nel misterioso altrove della prenascita.
Nell’ora stabilita, quando la mano afferra la ringhiera e trema, un senso di assoluto spaesamento toglie il respiro e l’ora che dovrebbe illimpidire la percezione, fare il conto rigoroso tra aspettative e risultati, è invece l’ora che non rivela e non fa riconoscere come umano nemmeno l’evento della fine. Ci si rassegna così all’eterna sospensione, all’attesa infinita dello sciogliersi dell’enigma, e si giura sul non cambiamento di ogni cosa, sulla fatale staticità del tutto.
Trovo poi magnifico il testo di pag. 73, in cui la visione dell’essere come esito di fusione cosmica, eco stellare, remotissima, appare come un luccichìo – sia pure ambiguo nel suo stare tra qualcosa o niente – che si riflette nel nostro respiro.
Questa tua è una poesia di pensiero, ferocemente “ultima” e ultimativa, rigorosa, tesa nello scavo sui confini dell’inconoscibile, come vorremmo fosse oggi ogni scrittura poetica.

Annamaria Ferramosca

Una favilla, il luccichio
lo squarcio aperto delle stelle
atroce, immenso, un’unica
eterna onda, un’eco
remotissima: qualcosa
o niente
si riflette nell’assioma
indimostrato del nostro respiro.

(p. 73)

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