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«Questa storia è vera e falsa come tutto ciò che raccontano gli uomini»: Kalpa Imperial, la visione di Angélica Gorodischer (a cura di Maria Teresa Rovitto)

Kalpa Imperial è la storia di un leggendario Impero senza nome, sorto e caduto innumerevoli volte, che prende forma attraverso undici racconti (o capitoli, ove si volesse ritenere l’opera un romanzo).
La storia viene tramandata da molteplici voci che, seguendo la tradizione orale, compongono una struttura aperta all’interno della quale nulla è definito una volta per tutte. Questi narratori, come i rapsodi, avvezzi un tempo a ricucire e ripetere storie alle quali si giustapponevano le varianti, spesso sovrappongono, come loro, commenti ora giocosi ora di natura speculativa. Il lettore, consapevole di dover abbandonare ogni idea di linearità, proverà a collegare secondo altri criteri le diverse storie al fine di comprendere la visione di insieme di Angélica Gorodischer (1928-2022), considerata una delle voci più importanti della fantascienza in America Latina.
Sul sito ufficiale dell’autrice argentina si legge che da giovanissima si trasferì con i genitori nella città di Rosario, dove da allora visse fino al giorno della sua morte. Circondata dai libri, già da bambina voleva fare la scrittrice. Dopo il suo matrimonio con l’architetto Sujer Gorodischer nel 1948, scelse il suo cognome come pseudonimo. Studiò alla Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Universidad Nacional del Litoral senza terminare gli studi. Tenne centinaia di conferenze, la maggior parte sulla letteratura fantastica, ma anche sulla scrittura femminile.
Nel dare vita a uno scenario fantastico, benché non sembri che la scrittrice faccia un uso ortodosso del materiale narrativo rispetto alle regole della letteratura di genere, in Kalpa Imperial Gorodischer indugia nei dettagli minimi della vita quotidiana di sudditi, di eserciti, di imperatori e imperatrici, di viandanti, di tribù nomadi, nelle descrizioni di tensioni sociali che interessano l’avvicendarsi delle diverse dinastie, nella creazione di atmosfere fuori dal tempo; riesce a costruire situazioni e personaggi indimenticabili con una prosa circolare che talvolta culmina in veri e propri momenti epifanici.
Difficile far cadere nell’oblio una figura come quella di Bib, nel racconto Ritratto dell’Imperatore, il bambino coraggioso che sfida gli adulti e le loro paure e che intende rifondare l’Impero secondo un nuovo ordine, un potere che può essere separato dalla coercizione: 

«Era come era sempre stato, più magro e più basso degli uomini della sua età, ma pensò intensamente a sé stesso, ormai non come a una persona isolata ma come parte di qualcosa che ancora non esisteva e che aveva bisogno di lui per esistere

Difficile che il lettore, anche il più avveduto, non sia sorpreso dal ribaltamento delle sue convinzioni e, quindi, di ogni apparenza, che avviene nel racconto La fine di una dinastia o Storia naturale dei furetti.
Nonostante la natura stratificata dei mondi raffigurati, si sentono gli echi realistici dell’infausta storia dell’Argentina che, durante il periodo in cui l’opera viene composta, vive sotto il terrore di un regime militare (1976-1983). In Kalpa Imperial, pubblicato originariamente in due volumi proprio alla fine della dittatura e oggi tradotto in italiano da Zavagna per la collana Água Viva della casa editrice Rina Edizioni, sembra dunque trasfigurarsi anche l’orrore di quel presente sofferto dal popolo argentino, lasciando sempre spazio a una tensione utopica:   

«Era allora una città di passaggio, una città dalle strade ampie ma tortuose […] C’erano più gatti famelici che giumente dal pelame brillante bardate di cuoio e argento; c’erano più suicidi che maestri, più ubriaconi che matematici, più bari che musicisti, più viandanti che cantastorie, più incantatori di serpenti che architetti, più guaritori che poeti. E tuttavia, ah, tuttavia era una città inquieta, era una città che stava reclamando qualcosa e non sapeva molto bene cosa, come succede a tutti i giovani».

Si rintracciano nel testo influenze letterarie primarie di autori citati nei ringraziamenti dalla stessa scrittrice, come Hans Cristian Andersen, J.R.R. Tolkien e Italo Calvino; quest’ultimo, in particolare, con il suo Le città invisibili per affinità con l’intero congegno narrativo dell’opera, almeno nell’intenzione di recuperare la dimensione simbolica della realtà.
La letteratura ha sempre a che fare con una istanza di verità, benché questa si traduca poi in sortilegio finzionale. Verità che, naturalmente, è un concetto altro rispetto alla realtà dei fatti anche perché, a dirla con l’archivista, una delle voci narranti, neanche questa è certa: «Questa storia è vera e falsa come tutto ciò che raccontano gli uomini».
Istanza di verità alla quale sembra possa provare a rispondere solo un cantastorie, colui che per tradizione non si piega al potere, come dice uno di loro nel racconto Ritratto dell’Imperatrice. E ancora afferma un altro narratore: «Vi racconterò io come andarono le cose, perché è ai cantastorie che tocca dire la verità, sebbene la verità non abbia il fulgore dell’invenzione ma un’altra bellezza, quella che gli sciocchi definiscono miserabile o meschina.»
È necessaria l’esuberanza immaginifica di questa figura per affrontare la realtà e per fare in letteratura quel salto nel vuoto di cui Gorodischer parla in un’intervista citata da Loris Tassi nella prefazione: «Mi interessa che la scrittura vada da qualche parte strana e cada in un precipizio, perché io voglio cadere nel precipizio. Voglio vedere cosa c’è lì, su fondo.»
Questo raffinato gioco metanarrativo, come perfetto esercizio di rispecchiamento di chi scrive nella figura centrale del cantastorie, esalta la forza della parola contro il potere esercitato con violenza. Ecco perché Kalpa Imperial è molto più di una semplice allegoria o favola politica. È anche una celebrazione del potere della narrazione.
La straordinaria rassegna narrativa di fatti e pratiche quotidiane dei cittadini dell’Impero, finanche delle loro ambizioni, paure, sentimenti di vendetta, di amore, di curiosità dal gusto enciclopedico, tengono connessa la narrazione fantastica alla realtà o, meglio, alla sua vertiginosa complessità, in particolare, ove si voglia restituire il rapporto invisibile tra microcosmo e macrocosmo e, quindi, tra i cicli minori e i cicli universali della storia dell’umanità.
Il potere cambia forma e nomi; a una tale metamorfosi, che disorienta, il nostro inconscio collettivo reagisce codificando gli eventi sotto forma di archetipi. Gorodischer crea spesso situazioni archetipiche attraverso l’uso sapiente dell’elemento fantastico che ne amplifica l’effetto rendendole potenti e suggestive. Il fantastico sconfina nel mito (una mitologia interna al mondo creato), laddove la scrittrice si propone di andare all’origine, descrivere come ogni cosa abbia inizio e insieme finisca, capire cosa sappiamo, come agiamo, come riceviamo ed elaboriamo le storie. La funzione integrativa della narratività è necessaria però anche al potere che, per autolegittimarsi e celare la propria contingenza storica, fa ricorso a racconti mitologici. In Kalpa Imperial allora troviamo sia pratiche di mal governo che di buon governo, ma la costante, quello che permette di salvarsi dalle prime e perseguire le seconde, sembra essere racchiusa proprio nella molteplicità delle voci che rendono impossibile una versione monolitica dei fatti o condensata, spostandoci sul piano realistico, solo intorno alla storia ufficiale.
Scrive Ricardo Piglia in Critica e finzione (Mimesis Edizioni, 2018) nell’intervento Finzione e politica nella letteratura argentina: «La letteratura costruisce la storia di un mondo perduto. Il romanzo non riflette nessuna società, se non come negazione o contro-realtà […] Se la politica è l’arte del possibile, l’arte che deve mettere un punto finale, allora la letteratura è la sua antitesi.» La voce di Gorodischer sembra allora inserirsi appieno nella tradizione della finzione argentina, per Piglia rappresentata da Macedonio Fernández: «Questa voce sottile afferma l’antipolitica, la contro-realtà, lo spazio femminile, i racconti del cacique ranquel, i rhînir di Borges, i filosofi del quartiere di Marechal, la rosa di rame di Roberto Arlt […] La tradizione di questa politica che chiede l’impossibile è l’unica che ci giustifica.»
Alternando così momenti drammatici e suggestioni fiabesche, emerge una visione complessa degli stessi sistemi di potere, una loro finitudine; una visione che induce a guardare non solo alle loro regole, alle loro prescrizioni, spesso ingiuste, ma anche alla loro fallibilità. La parola, la narrazione, si presenta, dunque, nella sua ambigua funzione di costituzione e fondazione del potere da un lato, ma anche come strumento di rottura di macchine politiche dall’apparente compattezza, dall’altro.

 «Sì, pericoloso: pensateci un istante, se siete in grado, e vedrete quanto è più sicuro obbedire a una legge, per stupida che sia, che agire per proprio conto, se non si è malvagi come certi imperatori, significa adoperarsi per inventare leggi giuste…» 

La lettura di questa opera prodigiosa può essere accompagnata allora dalle parole di Roberto Calasso: «Non cʼè acquisizione del pensiero che non possa essere raggiunta attraverso una storia. Non cʼè teorema che non possa essere mostrato attraverso una storia. Se alla fine domina il dubbio, rimangono pur sempre le storie con le loro incessanti ondulazioni, simili ai disegni delle foglie o ai profili delle montagne o delle coste» (R. Calasso, La Bibbia secondo il signor Ka, in Robinson – La Repubblica , 19 ottobre 2019). 

 

A cura di Maria Teresa Rovitto

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