Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (rec. di R. Calvanese)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, ed. Alegre, 2018

Il re è nudo, ma in Tv vederlo costa sempre di più. Si possono ammirare i particolari, lo sponsor, i replay. Il re è nudo ma nessuno se ne accorge, o forse nessuno vuole rendersene conto. Come ritardare la sveglia al mattino all’infinito. Non svegliateci da questo sogno, non destateci da questo sonno come fosse una pre-morte della ragione. Nessuno vuol prendersi la briga di mettere insieme i punti, vogliamo continuare a fissare i primi piani lasciando il contesto sullo sfondo.
Il libro di Luca Pisapia, uscito per la collana de Il quinto Tipo di Alegre Edizioni, fa proprio questo, squarcia il velo di innocenza che tutti ostinatamente vogliamo avere davanti agli occhi. Quel velo inversamente proporzionale alla dietrologia che chiunque abbia guardato anche una sola partita di pallone nella propria vita ha agitato come un’arma spuntata. Io so ma non ho le prove, i tifosi sanno ma non hanno le prove, però poi ogni domenica puntuali allo stadio, oppure a settembre ad abbonarsi alle pay tv.
Non è la fuga dal campo di calcio quella che indica Luca Pisapia, come si potrebbe istintivamente pensare, non è la negazione del tempo che passa, il rifiuto delle cose che cambiano. Non è quella la chiave di un libro che scompone e ricompone il mondo del pallone pezzo per pezzo tramite storie vere e personaggi realistici sempre funzionali alla narrazione. Piuttosto indica le crepe di un sistema che si può combattere proprio insinuandosi nelle sue contraddizioni, provando a evidenziarne le incongruenze, godendo del suo incepparsi.
Ma tutto questo non basta, Uccidi Paul Breitner mette in evidenza come il calcio sia nato già moderno, questo è il vero perno su cui agire per sfatare l’eterno mito dei bei tempi, il culto degli anni d’oro, in una società sempre più innamorata della nostalgia e che rifugge invece la memoria. Lo sport in generale, ed il calcio in particolare, è stato da sempre veicolo del consenso, strumento per esercitare controllo e potere sulle classi meno abbienti. Il calcio come cartina al tornasole della lotta di classe, che a nominarla in questi anni magari qualcuno potrebbe considerarla una categoria desueta, e invece è ancora capace di spiegare il funzionamento della nostra società. Gli eventi sportivi in Brasile partiti con la Confederations Cup ed arrivati ai i mondiali, i Campionati vinti dall’Argentina al servizio del dittatore Videla, la gloriosa nazionale italiana due volte campione del mondo guidata dal balilla Giuseppe Meazza fino ad arrivare ai mondiali negli Stati Uniti del ‘94, sono solo alcuni degli esempi che mette in fila il libro di Luca Pisapia.
Un libro che è al contempo reportage e narrativa, un ibrido, come molti dei titoli della collana del Quinto tipo di Alegre. Una narrazione nata tempo fa su blog come Lacrime di Borghetti e Futbologia, primi esperimenti di un racconto alternativo del calcio, in qualche modo dissonante come potrebbe apparire dissonante rispetto al sacro mondo della letteratura tutto l’universo di parole che nasce e prospera sui blog, strumento spurio della nobile arte dello scrivere. L’ennesima dimostrazione che un sistema si può sabotare solo dal suo interno, smascherando le facciate di cartapesta senza per questo dover rinunciare alla sua esistenza, mostrandolo semplicemente per quello che è, nudo, come un re con una corona pagata dalle pay-tv.
È questo il caso di santi moderni come il capostipite della dinastia Agnelli, unico industriale italiano a congratularsi con Mussolini per la sua marcia su Roma, iniziatore della storia della Juventus vincente. Lo stesso dicasi per Giuseppe Meazza a cui è intitolato lo stadio di Milano, tra i primi prototipi del calciatore come nuovo idolo ed emblema del ventennio, perfettamente inserito nel catenaccio all’italiana che esaltava non più il lavoro di squadra ma l’eroe che riusciva con l’azione del singolo a risollevare le sorti di un popolo e di una nazione, in altre parole metafora di un Duce. Perché il fascismo è consenso e il calcio è ormai l’elemento principe nella costruzione del consenso.
Tutto torna, come in un’equazione matematica, come i fili che dalla P2 portano alla transumanza dei fuggiaschi del regime nazista fino alla tribuna d’onore dello stadio della finale tra Olanda ed Argentina del ’78 insieme al generale Videla, l’Hitler della Pampa.
Poi tra le pagine scorrono storie come quella di Italo Allodi, la corruzione degli arbitri, il mondo di mezzo che vive tra il rettangolo di gioco e le stanze del potere dove si decidono le spartizioni dei diritti tv, dei voti per le cariche della Fifa. Blatter e Platini, Havelange e Pelè fino a Gianni Infantino ed i mondiali di Russia e Qatar.
Uccidi Paul Breitner è una guida intergalattica per autostoppisti del pallone, in cui trovano spazio anche le storie di chi ha messo in crisi questo sistema, da Eric Cantona a George Best, passando per Henrique Raposo fino ad Ali Dia. Storie a volte surreali, altre eroiche, in qualche caso epiche, ma sempre incredibilmente reali. Avvenute in quella terra di mezzo fatta di scale di grigi che scalfiscono quell’universo che le narrazioni ufficiali vorrebbero fatto solo di bianco brillante e di nero cupissimo. Una mappa che fornisce strumenti utili a leggere avvenimenti anche successivi alla sua ultima pagina come, un esempio fra tanti, la surreale compravendita del Milan tra Berlusconi e fantomatici imprenditori cinesi.
Uno dei cardini è il discorso sul St. Pauli, squadra antifascista della zona portuale di Amburgo, vista da alcuni come l’emblema di “un altro calcio” che è invece perfettamente inserita nelle logiche commerciali che muovono tutto il mondo del pallone. Proprio da un discorso senza sconti come questo si può partire per interpretare il calcio per quello che è: uno sport nato già moderno, mai per il popolo ma contro il popolo, come strumento di controllo e ideale per modellare l’opinione pubblica asservendola a dinamiche capitaliste repressive della libertà individuale.
Star dietro a Luca Pisapia non è sempre facile, il suo modo di scrivere non fa sconti, il linguaggio è pregevole e ammette poche distrazioni, tratta il calcio come il più nobile degli argomenti accademici pur narrandone l’anima fetida e alla fine, anche perdendo l’innocenza del bambino, che  da solo osserva il gol di Roberto Baggio contro la Nigeria ai mondiali di USA ’94 in un centro commerciale dove tutti sono solo intenti a correre dietro alla foga di comprare, il calcio resta uno dei modi migliori di leggere la realtà che ci circonda. Una chiave di lettura in equilibrio dinamico che giustifica la sua esistenza in funzione di quello che accade fuori dallo stadio e viceversa. Più memoria e meno nostalgia quindi, perché mettere insieme i punti è più faticoso di lasciarsi guidare dai primi piani sugli sponsor dei calciatori, ma alla fine è più divertente.

© Raffaele Calvanese

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