Raffaele Calvanese, Ipocondria (racconto inedito)

Ipocondria

La sveglia è suonata al solito orario, quello di cui andiamo al lavoro.
Il primo giorno di ferie che prendiamo da mesi è per fare degli esami di controllo. La nostra vita riassunta in una prescrizione medica. Controlli di routine dicono, ma uno ha sempre la paura che possa venir fuori qualcosa che non va. Che il medico guarda i risultati, poi guarda te, poi guarda di nuovo i risultati e comincia con qualche domanda semplice ma subdola. Da quanto tempo sente questa stanchezza? Anzi, i medici non dicono mai stanchezza. Preferiscono usare il termine astenia. Da quanto tempo ha questa sensazione di astenia? Fa attività fisica? Ha un’alimentazione regolare? Quella serie di domande che ti fanno piombare nella paura da un momento all’altro, che vorresti solo dire datemi la sentenza di morte subito, soffrirei di meno. Cosa ho? Sto male? Quanto tempo mi resta? E poi magari devi solo fare una piccola cura di ferro che sei un po’ pallido e il cambio di stagione come al solito ti butta giù.
Accendo la macchina del caffè. Usiamo quella con le cialde. Trenta secondi più o meno e sarà calda a sufficienza. Prendo la tazza. Io uso quella grande ché ci metto anche un po’ di latte. I biscotti. Faccio colazione in silenzio, quasi di nascosto, tu devi restare digiuna per il prelievo. Ci vestiamo abbastanza velocemente. Diamo poca retta anche ai gatti, la mente è altrove, gli sguardi sono distratti. La mattina di solito ci svegliano loro. Poi la lettiera da pulire, qualche biscotto anche per loro. Due carezze veloci. Raccogliamo un tappo di sughero che hanno buttato sotto il divano. La stanza ha ancora l’odore del caffè. Dalla finestra l’aria che entra è pungente. Il cambio di stagione si fa sentire. Noi siamo un po’ pallidi. Il sole estivo è rimasto solo su alcune sfumature della pelle nascosta dai vestiti. Quindi una maglietta, un pullover leggero e un giubbino. Le chiavi di casa, la cartellina con i vecchi esami clinici e siamo fuori di casa.
La strada la conosciamo, la dottoressa ti ha chiesto di fare una visita privata in quella zona un paio di settimane fa. Quando dovevi pagare ha detto che voleva i contanti, la carta non l’accettava e non ti ha fatto nemmeno la ricevuta. Ma che poi tutto il resto dei controlli te li faceva in convenzione, così ha detto. Lì hai dovuto pagare in contanti e tu non li avevi, quindi abbiamo girato il quartiere in lungo e in largo per trovare un bancomat. Lo abbiamo trovato fuori un cinema multisala coi ragazzi che si incontravano al McDonald lì vicino, hai prelevato e siamo tornati a pagare. Non abbiamo badato più di tanto ai soldi come fanno tutti quando vanno dal medico, che si ripetono che i soldi non importano quando di mezzo c’è la salute. Chi sa se la stessa cosa ma al contrario se la ripetono anche i medici quando si fanno pagare. La salute prima di tutto, anche delle visite pagate in nero. Davanti alla salute nessuno pensa ai soldi.
– Ricordati di farti fare il certificato per portarlo al lavoro, altrimenti ti segnano ferie.
– Ok
Incontriamo il traffico delle scuole. Quello dei pendolari. La clinica è vicino all’uscita dell’autostrada, un paio di rotonde ed ecco il viale alberato che da un lato ha i palazzi squadrati e dall’altro i cancelli alti di una caserma piazzata in pieno centro cittadino, come se si dovesse combattere un’altra guerra oltre a quella che ognuno di noi si porta dentro da quando esce di casa, specialmente chi si è svegliato col pensiero della sua salute. Comincia anche a piovere.
– Hanno detto che gli accompagnatori non possono entrare
– Ok, allora vai, io cerco parcheggio
La zona in cui si trova la clinica sembra ricalcata da un manuale di ingegneria base, un quartiere fatto per rette perpendicolari. Faccio un paio di giri per trovare un posto auto libero. È appena andata via un’auto con delle persone anziane. L’atmosfera è fredda e la luce del sole coperta da nuvole grigie. Nell’aria una pioggia nebulizzata si appoggia sui vetri delle macchine quasi chiedendo scusa. Decido di aspettare in macchina qualche minuto. Sento il telefono che vibra, leggo il messaggio.
– Sono dentro, aspetto il mio turno per la prima visita.
– Ok, ti aspetto qui, quando esci ti porto al bar così fai colazione.
Tiro fuori dal cruscotto il libro che mi ero portato per ingannare l’attesa. Ce l’avevo sul comodino da settimane senza riuscire a trovare il tempo di finirlo. Il segnalibro era più o meno a metà. La storia di due persone in apparenza lontanissime che hanno una passione in comune, quella del volo. Pagina dopo pagina quest’amicizia sembra avere un altro punto in comune, indagare l’invisibile. Quello che non c’è, o meglio, ciò che non si vede. Penso che anche quando si va dal medico si fa una ricerca simile. Serve immaginazione per vedere quello che non c’è, così come serve per trovare un lato positivo quando non ci si sente bene. Mentre leggo ogni tanto mi fermo e osservo il traffico che continua incessante. Incrocio lo sguardo di qualche automobilista che si accosta e, vedendomi in auto, mi chiede se sto andando via. Io faccio segno che no, sto aspettando una persona. Loro di rimando mi guardano con sconforto e proseguono oltre. Mentre penso alle bestemmie che mi sto attirando da parte di chi cerca parcheggio mi accorgo che c’è una signora anziana che si è fermata in prossimità del mio finestrino e che mi osserva. Ha proprio lo sguardo fisso su di me. Provo a reggere la sfida, ma non ci riesco e dopo qualche secondo guardo altrove. Lei supera la mia macchina, io provo a riprendere la lettura quando sento muoversi l’abitacolo. Dico tra me e me che sarà stato il passaggio di una macchina, lo spostamento d’aria. Passa qualche altro secondo ed ecco di nuovo la macchina che si muove. Sarà mica un terremoto?
– Come va lì? Hai per caso sentito un terremoto?
– Qui tutto ok, aspetto il mio turno per il prelievo. Quale terremoto? Non ho sentito niente.
– Ok, fammi sapere quando hai fatto, mi sarò impressionato.
Ma si, sarà stata un’impressione dico tra me e me, quand’ecco un altro scossone. Allora mi guardo intorno e vedo che è la signora di prima che gira intorno alla mia auto appoggiandosi di volta in volta ai quattro angoli. Prima aveva dato un paio di appoggi alla parte del cofano ed ora, quasi a corpo morto si era appoggiata dal lato del passeggero davanti. Mi decido ad aprire lo sportello per chiederle se sta bene, se ha scambiato la mia auto per un albero a cui appoggiarsi per poterne sentire le vibrazioni positive. La signora mi vede scendere e mi viene incontro ma proprio mentre sto per parlare sento il rumore di uno sportello dietro di me che si apre. Lei senza esitazione si avvicina ed entra nell’auto che l’era venuta a prendere. Così resto in silenzio con un palmo di naso. Il mio stupore è interrotto dal clacson di una macchina che viene nel verso opposto e prova ad attirare la mia attenzione per chiedermi se vedo via. No, non vado via.
Approfitto del fatto che intanto ha smesso di piovere e un timido sole sta facendo capolino tra un mucchio di nuvole gravide per decidermi a fare due passi. Meglio un po’ di vento fresco che stare tutta la mattina a rispondere a chi cerca parcheggio che no, non ho intenzione di andare via, almeno non da solo. Cammino lungo il marciapiede che porta all’angolo della clinica. Lungo la strada noto a terra una corsia disegnata con il riferimento della distanza percorsa. Di sicuro il punto di partenza sarà da queste parti, penso. Lungo il percorso supero prima una tavola calda ancora chiusa, un tabacchino, un negozio di arredamento specializzato in bagni con fuori gli operai in attesa di iniziare a lavorare. Poi il bar dove vorrei fare colazione. Infine, la clinica che fa angolo. Vedo spuntare anche un sole che colpisce in pieno una panchina miracolosamente libera che mi da una perfetta visuale sulla porta d’entrata.
Guadagno la mia posizione, noto un gruppetto di persone con in mano delle cartelline che attendono di entrare nella clinica. Un uomo con una targhetta attaccata al taschino della camicia regola il traffico e risponde alle varie domande. Consulta le prenotazioni e smista le persone che arrivano. Riprendo a leggere, il sole comincia a scaldarmi la faccia da un lato, col risultato che ho la guancia sinistra bella tiepida e la destra gelata. Il telefono vibra di nuovo.
– Analisi fatte
– Ok bene. Sei svenuta come al solito?
– No, perché mi sono sdraiata e abbiamo chiacchierato con l’infermiera.
– Meno male
– Non mi sono quasi accorta. Ora aspetto i risultati e mi metto in fila per l’elettrocardiogramma, tu che fai?
– Sono qui fuori a leggere. Ti aspetto all’uscita, mi trovi sulla panchina al sole come un pensionato.

Vedo arrivare un gruppo di persone che parlano tra loro occupando tutto il marciapiede. Carpisco pezzi di conversazione, si parla di un sindaco di qualche anno fa. Una persona che a dire di uno di loro era una bravissima persona, sempre a disposizione. Capisco che sono tutti pensionati, alcuni di loro ex colleghi. Qualche vecchio dipendente comunale che si ritrova con gli ex colleghi. Nel parlare uno di loro si ferma, afferra l’avambraccio di quello che gli sta vicino come a rimarcare la forza del concetto che sta esprimendo. Mentre sono intenti a chiacchierare sento dalle mie spalle ad alta voce chiedere permesso. Permesso, permesso. I pensionati si aprono come le acque del fiume Giordano e in mezzo sfilano a passo svelto due corridori. Un uomo e una donna. La donna ha una maglia fucsia di tessuto tecnico, occhiali da sole tenuti da un cappello di pile leggero, scarpe di colore sgargiante e leggings lunghi. L’uomo invece del cappello ha una fascia bianca à la David Foster Wallace con occhiali da sole e credo di vedergli anche delle cuffie. Una maglia nera e pantaloncini abbinati corti. Seguono il segno riportato a terra. È chiaro che quella strada è il luogo per i corridori amatoriali e questa coppia evidentemente la mattina non ha da lavorare per permettersi di godere del percorso in tutta tranquillità. Eccezion fatta per i pensionati a spasso e gli avventori della clinica che gli sbarrano il cammino.
Penso agli esami che la mia compagna sta facendo in clinica, alle frasi dei medici che spesso chiedono se facciamo sport, se abbiamo uno stile di vita salutare e per qualche secondo invidio la forza d’animo di quella coppia. Studio mentalmente il percorso che potremmo andare a fare anche noi, sotto casa ci sono un paio di viali al riparo dal traffico automobilistico che farebbero al caso nostro. Valuto come starebbe a me quella bandana in testa, scarto subito l’idea. Penso al negozio di sport che troviamo sulla strada per andare al lavoro. Ci siamo entrati soltanto per comprare costumi e magliette per il mare. La palestra e lo sport non sono mai stati un’urgenza. Ma ci abbiamo pensato adesso, dopo che la mia compagna è svenuta. Un po’ di sport non può farci altro che bene, così ci ha detto il medico alla visita la scorsa volta, prima di prescriverci questi controlli più approfonditi.
Riprendo il libro, leggo qualche altra pagina, se le cose vanno per le lunghe posso anche finirlo stamattina. La panchina è proprio al termine del marciapiede che incrocia la strada della clinica, sono anche io adesso pietra angolare. Dalla reception esce un uomo vestito con una tuta con sopra il logo della clinica. Clinica San Michele scritto all’altezza del cuore e quando si gira lo vedo anche alle sue spalle. Porta una piccola borsa frigorifera. La mette nel retro dell’ambulanza parcheggiata all’angolo del marciapiede opposto al mio. Le portiere dietro cigolano pesantemente quando vengono aperte e poi quando il portantino le richiude sbattono in un forte rumore metallico. Il portantino mette in moto, fa una piccola manovra e va via abbastanza celermente. Non passano nemmeno due minuti che una macchina familiare si ferma occupando il posto che dovrebbe essere dell’ambulanza. Io continuo a leggere. Dalla clinica esce una ragazza che porta sotto braccio una signora più anziana, è chiaro che sono madre e figlia, puntano nella mia direzione, mi pare di capire che vogliano venire a sedersi vicino a me, quando sono a pochi metri mi scosto per fargli posto ma loro invece di sedersi continuano oltre, mi giro seguendole con lo sguardo e vedo che proprio alle mie spalle c’era una macchina con lo sportello aperto che le aspettava a motore acceso. La ragazza aiuta la signora a salire davanti, le chiude con attenzione lo sportello, poi sale dietro. La macchina parte. Io continuo a leggere il mio libro. È la storia di una ricerca, un percorso nel quale si scoprono continuamente cose che all’apparenza non erano visibili e che poi invece appaiono in tutta la loro evidenza. Mentre leggo non posso non pensare a quello che potremmo scoprire noi tramite i controlli. La salute ti può far piombare in un momento dalla tranquillità al baratro. Come se non bastasse ho fame. Credevo che le cose andassero più velocemente in clinica. Sono le undici e ancora non si capisce se il giro di controlli stia volgendo al termine. Sono indeciso se fare una seconda colazione da solo o aspettare che la mia compagna termini le visite per prendere assieme un cornetto e un caffè.
– Come va?
– Ho appena fatto l’elettrocardiogramma. Ho una leggera tachicardia. Mi fanno qualche controllo aggiuntivo.
– Leggera? Tachicardia? È grave?
– Non lo so, sono in fila per parlare con la dottoressa.
– Hai fame?
– Ho mangiato una merendina qui al distributore, tutto ok.
Benissimo, ora sono più nervoso di prima. Capisco che ci vuole più tempo del previsto così decido di andare al bar. Sulla vetrata all’ingresso c’è un cartello che recita in tono imperativo “Per evitare discussioni i tavolini all’esterno sono riservati a chi ordina da bere e da mangiare”. Entro quindi nel bar con la reverenza che mi si richiede, ordino un caffè e un cornetto e mi guadagno in questo modo la seduta all’esterno. I tavolini sono in una zona d’ombra, fa più fresco che sulla panchina. Mentre mi siedo per poco non intralcio la strada al secondo giro della coppia di corridori. Arrivano con passo leggero e inesorabile e vedendomi poggiare goffamente le mie cose sul tavolino ripetono il loro grido di battaglia: attenzione, permesso, permesso. Mi scanso velocemente e sento lo spostamento d’aria fredda che accompagna la loro marcia veloce. Guardano fissi davanti a loro, tengono la schiena dritta e avanzano a passi ritmati e uguali tra loro. Dal bar posso vedere una porzione diversa della caserma. Nell’ampio piazzale visibile tra le grate del cancello alto più di due metri si notano una decina di mezzi corazzati e camion a tinte camouflage che stanno marcendo senza una guerra da combattere. Sembrano pachidermi addormentati. Il caffè è pessimo ma il cornetto smorza il sapore bruciato. Penso alla mia panchina al sole, chi sa se la troverò ancora libera a colazione finita. Nell’indecisione resto per un po’ a leggere al tavolino del bar. Dalla clinica nessuna nuova. I personaggi della storia si vedono in un pub al centro di Ginevra, bevono birra scura, parlano dei loro lavori. I pensieri tragici, dice uno di loro, albergano spesso nelle ore di buio, quando è giorno nessuno pensa mai a qualcosa di brutto. Mi rendo conto di essere nella parte più umida e scura dell’isolato dai brividi di freddo che ho dietro la schiena. Niente a che vedere con l’incrocio arioso dove ero seduto prima. Penso alla tachicardia della mia compagna. Al suo svenimento di qualche giorno prima. Lei che torna dal lavoro con una scatola di integratori presi al supermercato. Se dovesse avere qualche patologia particolare sarei all’altezza di consolarla? Saprei come essere d’aiuto?
– Mi hanno detto che sono pallida in faccia.
– Non ti preoccupare sarà, come al solito, il cambio di stagione.
Mi alzo e guadagno nuovamente l’ingresso della clinica. Da dentro ancora nessun cenno, alla porta d’entrata c’è il solito dipendente che funge da vigile urbano impegnato a gestire il traffico in entrata ed uscita. I questuanti con le loro cartelle cliniche riposte in cartelline nuove di zecca, portate come si porta una reliquia all’offertorio durante la santa messa. Qualcuno arriva con una borsa da viaggio. Dentro ci sarà il famoso corredo per quando vai in ospedale che tutte le mamme prima o poi preparano. Al posto dell’ambulanza di prima c’è ancora parcheggiata una macchina da cui è scesa una donna che, seduta sulla fioriera di fronte all’auto, sta allattando un neonato. Ha lasciato aperto lo sportello e con la punta dell’automobile ostruisce il passaggio pedonale. Per guadagnare di nuovo la panchina devo girarle alle spalle e occupare la corsia dove le macchine procedono abbastanza nervosamente. La panchina è vuota, il sole di mezzogiorno è caldo. Mi abbaglia mentre cerco di controllare di nuovo l’entrata della clinica. Faccio una rapida ripassata mentale alle malattie possibilmente compatibili coi sintomi della tachicardia. In questi casi l’empatia arriva fino a un certo punto, perché in fondo in fondo fa sempre capolino quel pensiero che ti dice, meglio ad un altro che a me. Così quando realizzi che stai pensando una cosa simile sopraggiunge subito il senso di colpa per averla pensata, anche se poi alla fine il fatto che quello sotto esame non sia tu ti consola, non lo puoi negare.
– Ricordati di farti fare il certificato per il permesso a lavoro
– Ah, si vero. Me l’ero scordato.
– Lo sapevo.
– Ora chiedo subito.
Ripenso alle palestre vicino casa, dobbiamo andare subito ad informarci per i corsi. Non va bene fare questa vita sedentaria. Dobbiamo darci una mossa. Guarda quella coppia che corre stamattina, sono in formissima. Che invidia. Appena finiti questi controlli dobbiamo capire cosa fare per rimetterci in forma. I protagonisti del libro intanto si sono dati appuntamento al centro di volo. Hanno preso in affitto un piccolo velivolo, volano su Ginevra, sui suoi castelli, sulla città vecchia, sui sobborghi limitrofi. Il cielo è calmo sopra le nuvole dice uno dei personaggi. Si vede tutto più chiaramente dall’alto.
– Certificato fatto, tutto ok.
– Benissimo
– Ora chiedo per la visita con la dottoressa così ho finito.
– I risultati del prelievo li hai già?
– Li danno direttamente alla dottoressa.
– Ora che hai fatto pensiamo a rimetterci un po’ in forma che ne dici?
– Se riesco a trovare il tempo dopo lavoro un po’ di attività fisica non mi farebbe male
– Troviamo una palestra, vediamo i corsi.
L’ambulanza col suo portantino ritorna, trova il posto occupato, vede la signora che allatta il bambino e con una manovra un po’ macchinosa occupa l’angolo opposto del marciapiede di fronte alla mia panchina. Con l’ambulanza in questa posizione la mia visuale sulla strada è totalmente ostruita, non vedo nemmeno più la sinora che allatta ma solo la grande croce azzurra col nome della clinica sulla fiancata del furgoncino. Il portantino lascia un piccolo spazio che permette ai passanti di attraversare la strada. Ripassa anche il gruppo dei pensionati che per procedere oltre deve mettersi in fila indiana. Leggo qualche altra pagina, i due amici sono seduti in riva a un lago e guardano i fuochi d’artificio. Bevono vino bianco freddo chiacchierando dei massimi sistemi, uno dei due descrive nei minimi particolari i giochi di luce nel cielo, si sofferma per descriverli “È cosí strano, la luce è la cosa più comune che ci sia, dice. Molto più comune del legno e del metallo, eppure è la più privata, come se lei o io o chiunque altro producesse in proprio la sua…”
– Ho fatto, sto uscendo.
– Che ti ha detto la dottoressa?
– Dove sei? Ti dico a voce
– Mi trovi fuori la porta della clinica

La luce di mezzogiorno passato mi abbaglia, ed è solo mia in quel momento. Quando mi alzo dalla panchina, ho un leggero giramento di testa e traballo. Faccio per attraversare la strada quando alle mie spalle sento di nuovo il grido di battaglia dei corridori. Permesso, permesso. Uno dei due mi urta con una leggera spallata che mi fa perdere l’equilibrio, ricado all’indietro sulla panchina mentre loro passano entrambi velocemente nel cunicolo lasciato libero dall’ambulanza. Il tempo di vederli guadagnare il centro strada che si sente una frenata seguita da un botto. Una macchina aveva imboccato la strada proprio in quel momento prendendoli in pieno entrambi. Subito tutte le persone in attesa fuori la clinica si assiepano attorno ai malcapitati che hanno appena la forza di lamentarsi. Dal parapiglia attorno a loro esce la mia compagna che un po’ scossa si viene a sedere vicino a me, mi stringe un avambraccio e guardandomi fisso negli occhi dice di essere incinta. Ecco cos’erano quegli svenimenti, ecco cos’era la tachicardia. Sono felice. Tutta la tensione che avevo si scioglie in un momento di caos e frastuono dentro e fuori di me. La vita sedentaria ha anche i suoi lati positivi penso, la palestra tutto sommato può aspettare.

© Raffaele Calvanese

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