Andrea Pomella, Anni luce (rec. di R. Calvanese)

Andrea Pomella, Anni Luce, Add editore, 2018

Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita.

Un’estate di fine anni ’90 mi ritrovai tra le mani il capolavoro di Jack Kerouac, diario della beat generation, On The Road. Dopo averlo finito quel libro mi rimase dentro per giorni, anni, probabilmente non ho mai smesso di pensarci. Ci penso ancora adesso a quella sensazione di libertà, brivido e di vitalità che sprigionava ogni singola pagina. Erano gli anni della gioventù, non solo dei protagonisti, ma anche di un paese. Leggendo Anni Luce di Andrea Pomella (Add Editore) ho avuto una lunghissima sensazione di déjà vu. Ho ritrovato tra le sue pagine i nomi maledetti degli scrittori beat, le loro storie che come per me sono state ispirazione per molte altre vite di ragazzi cresciuti con un jeans strappato e una camicia di flanella. Erano gli anni ’90, un periodo indefinito non perfettamente coincidente con l’intervallo tra il 1991 al 1999. Erano Anni Luce, viaggiavano ad una velocità diversa rispetto al mondo circostante. Come se le vite di del protagonista e di Q, trasposizione ideale di Dean Moriarty e Sal Paradise fossero un microcosmo compresso e iperveloce rispetto ad un decennio che si trascinava stancamente sulle rovine del passato recente. Erano gli anni della gioventù che intravedeva l’età adulta sulla linea dell’orizzonte, così vicina e allo stesso tempo così lontana.
C’è uno studio scientifico secondo il quale per tutta la vita resteremo sempre attaccati alla musica che ascoltiamo da adolescenti. Nel libro questa musica si identifica con la santissima trinità del Grunge. Ten, Vs. e Vitalogy. Dischi fatti di canzoni che in pochi minuti riuscivano a raccontare ai protagonisti la loro vita meglio di come sapessero raccontarsela loro.
Dischi come una grande mirrorball al centro della pista da ballo della nostra vita. Sono lì, uguali per tutti eppure allo stesso tempo diversi. Ognuno di noi ci vede riflessa la propria esistenza, i propri dubbi e le proprie inquietudini.
E di nuovo Kerouac che ritorna

– Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.
– Per andare dove, amico?
– Non lo so, ma dobbiamo andare.

Era l’andare, quell’equilibrio dinamico che coincide con i 20 anni, effimeri come una candela che brucia dai due lati, che per paradosso sembra infiniti mentre li attraversi. Contava il “qui ed ora” erano questi gli anni ’90 di cui parla Anni Luce, il tentativo di fuga insensato dall’età adulta, fino a che la linea dell’orizzonte comincia a farsi sempre più vicina. La si scorge distintamente lungo i binari di un infinito interrail dentro se stessi.
La strada, quella strada siamo noi che guardiamo il vuoto che abbiamo dentro, mentre cerchiamo inutilmente di colmarlo scappando verso la prossima città, verso la prossima bevuta. In sottofondo la musica, quella che ci ha spiegato chi siamo, che ci ha raccontato a noi stessi. La valvola di sfogo per una rabbia che non trovava altra via di fuga che nell’autodistruzione. I nostri miti, morti ormai, la scoperta di Eddi Vedder. Anni vissuti in modo selvaggio, che hanno lasciato dietro di noi una lunga scia di vittime. Gli eroi son tutti giovani e belli. Kurt Cobain, Jeff Buckley, Andrew Wood, Stewart Copeland, Layne Staley, Chriss Cornell.

– Vivere è la migliore vendetta.

Così dice Eddie Vedder, e così alla fine racconta di aver fatto il nostro protagonista. Uscito fuori dal cono illuminato a giorno da quegli Anni Luce.
La scrittura di questo libro è pacata ma inesorabile, non lascia molto respiro ma non è mai urlata. Come se in qualche modo l’autore dopo anni pieni di rabbia e agitazione avesse fatto pace con quel periodo. Come Kerouac che, si racconta, scrisse On The road su un unico rotolo di carta senza dover mai girare pagina, tutto d’un fiato. L’unica via possibile per raccontare cosa successe davvero. Cosa cambiò e quando lo fece, che musica andava in sottofondo quando tutto questo accadeva.
Le canzoni sono come colla, gli restano attaccati pezzi della nostra vita. Andre Pomella li ha staccati e messi in fila nelle pagine di Anni Luce. Alla fine del libro ci si sente dei reduci, sopravvissuti alla propria adolescenza. L’autore racconta la sua storia, ma ognuno di noi che ha attraversato a modo suo quegli Anni Luce, leggendo quelle pagine rivive la propria di storia. E anche quando il libro si chiude e di sfuggita incontriamo i nostri Q, o Dean Moriarty non servono tante parole per ricordare quei momenti, basta uno sguardo alle cicatrici per dirsi tutto.

© Raffaele Calvanese

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