Francesco Amoruso, Nessuna città (rec. di Raffaele Calvanese)

Francesco Amoruso, Nessuna città
Scatole Parlanti 2020

Nessuna città è l’ultimo libro di Francesco Amoruso pubblicato da Scatole Parlanti. Lo scrittore e saggista, originario di Villaricca, ha già pubblicato vari libri tra cui la raccolta di racconti Mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo nel 2017 che testimonia il suo sconfinato amore per l’autore americano su cui Amoruso ha speso parte della sua produzione accademica e di lettore.
Pubblicare un libro in piena pandemia non è cosa semplice, ci vuole coraggio e intraprendenza, doti che all’autore e al suo editore non mancano. Francesco Amoruso ha tra le sue doti non solo la scrittura su carta ma anche quella legata alla musica, ha pubblicato infatti un album (Il Gallo Canterino) nel 2014. Chi ha avuto modo di ascoltare le sue canzoni riconoscerà nel libro molte delle tracce caratteristiche della penna di Francesco. Un’esplosione di parole, di immagini, di calembour che vanno a consolidare una prosa ricca e intensa, in una parola: sanguigna.
Il dialetto è il grande collante della narrazione, non a caso alla fine della storia troviamo un glossario minimo che è una sorta di mappa geografica che capace di guidarci nelle sfumature del testo più sentite dall’autore.
Poesia e polvere, questi sono gli estremi (vedi alla voce Bukowski) che si intrecciano appunto in Nessuna città dove Marco e Dana, i protagonisti, come in un film di Inarritu si muovono in una città senza nome partendo da luoghi lontanissimi tra loro, cercando prima loro stessi tra i vari fallimenti che ognuno nella vita porta con sé, e poi quasi quando non ci pensavano più trovano l’altra persona quasi andandoci a sbattere addosso.
Grande protagonista, mai citata davvero ma sempre presente, è una Napoli futuristica e non proprio futuribile in cui molti dei problemi odierni sono portati alle loro più estreme conseguenze e in cui come liquidi gli abitanti cercano di adattarsi. È un atto d’amore e di odio questo libro per un luogo che fa innamorare e poi tortura con piccoli grandi gesti di repulsione ogni giorno. In questo scenario troviamo anche personaggi che si vorrebbero secondari ma che hanno piena dignità come Sabrina, Laura, Gennaro. Paco e Giovanni che con la loro umanità richiamano alla mente altre mille storie che tutti abbiamo incrociato prima nelle nostre vite.
Francesco Amoruso muove i suoi personaggi con delicatezza, come fossero persone di famiglia, cercando di fargli sempre trovare la famosa alba nell’imbrunire che ci circonda. A volte li sommerge di parole quando basterebbe farli camminare più leggeri, come due innamorati che si muovono nel trambusto di Piazza Garibaldi, ma è quando queste vite entrano nei vicoli più silenziosi che danno il meglio di loro.

© Raffaele Calvanese

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